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La Rai e i commentatori discendenti del patriarcato mancanti di cultura al rispetto delle individualità e di una educazione di base alla parità

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di Silvia Morganti

Durante la telecronaca della finale del trampolino femminile sincronizzato dei Campionati di nuoto che si stanno svolgendo a Fukuoka, in Giappone, il giornalista di Rai Sport Lorenzo Leonarduzzi e il collaboratore tecnico Massimiliano Mazzucchi hanno espresso tecnicismi del tenore:

– “Fuma sano, fuma bene, fuma solo pakistano.”
– “Le olandesi sono grosse.” “Come la nostra Vittorioso” (tuffatrice italiana romana, ndr) “Eh.” “È grande eh.” “Ma tanto a letto sono tutte alte uguali.”
– “Questa si chiama Harper, è una suonatrice d’arpa, come si suona l’arpa? La si…?” “La si tocca?” “La si pizzica.” “Si La Do.” “È questo il vantaggio, gli uomini devono studiare sette note, le donne soltanto tre.” “Lo sapevo che continuava, Si La Do, Sol Sol Fa.” 

Leonarduzzi firma con una raffinata dialettica anche la finale dell’eliminatoria sincronizzata maschile del trampolino con un “Liccaldo, i cinesi direbbero Liccaldo”, applicando una ilare distorsione nella pronuncia della R del nome di Riccardo Giovannini ricalcando banalmente uno stereotipo razzista sulla lingua cinese.

Le frasi in questione sono state raccolte da un utente di Twitter che, assistendo in diretta alla gara, ha tempestivamente inviato una segnalazione tramite PEC alla Rai. Rai che ha provveduto così a riassegnare il commento e la telecronaca dei Mondiali di Nuoto, categoria tuffi, da martedì 18 luglio, al giornalista Nicola Sangiorgio e all’ex campione di tuffi Oscar Bertone in sostituzione appunto a Lorenzo Leonarduzzi e Massimiliano Mazzucchi.

“Prendo le distanze da quanto è stato riportato dall’ascoltatore sulla Pec spedita alla Rai. Non si tratta assolutamente di commenti sessisti, ho solo detto una barzelletta da bar ‘si la do’ al mio commentatore durante la pausa tiggì, che non poteva sentirsi dal nostro microfono, ma a mia insaputa il microfono di RaiPlay non è stato chiuso e io avevo buttato giù la cuffia perché dopo ore di diretta c’era il tiggì” dichiara Leonarduzzi.

Queste esternazioni non sono però semplici battute da bar, non sono conseguenze di un momento goliardico, sono ben lontane dall’essere divertenti e innegabilmente non rendono chi le pronuncia una persona brillante, interessante o affascinante.

Sono chiaramente e unicamente frasi offensive, di cattivo gusto, volgari. Formulate con parole figlie del patriarcato. Sono pronunciate da discendenti del patriarcato che mancano della cultura al rispetto delle individualità, di una educazione di base alla parità.

Completamente privi di elevatezza culturale, con fare grossolano e privo di buon gusto e decenza, esprimono la loro convinzione che il valore di una persona sia determinato dalla capacità di attrarre sessualmente l’altro escludendo qualsiasi altro tipo di qualità personale, senza (indubbiamente) sapere che si tratta di un fenomeno che ha un nome specifico: oggettivazione sessuale. Fenomeno che con le burle c’entra davvero poco. E ancora meno con il politically correct. Non è una moda né tantomeno una novità. Già nel 1797, secondo il filosofo Immanuel Kant, l’oggettivazione implicava il trattare una persona come un oggetto riducendo l’individuo a uno stato di mero strumento. Evidenziando anche come questo particolare comportamento offendesse l’umanità e la dignità di una persona ovvero ciò che ci definisce e ci distingue dagli animali e dagli oggetti.

Nel 1998 MacKinnon, prendendo spunto dalla teoria kantiana, sottolinea l’aspetto depersonalizzante dell’oggettivazione, che induce a non valutare la persona nella sua identità e soggettività, ma la riduce a semplici parti del corpo. Kant e MacKinnon sono in accordo sui danni e sullo svilimento che l’individuo oggettivato può provare, portandolo ad avere una visione distorta della considerazione e del modo di costruire sé stesso. Nel 1977 Fredrikson e Roberts introdussero la “Teoria dell’oggettivazione sessuale” presentando i processi cognitivi e motivazionali delle persone che giudicavano altri soggetti come dei meri oggetti sessuali e, al tempo stesso, le conseguenze psicologiche sulle vittime che venivano oggettificate. Analizzando i processi cognitivi, gli studi hanno dimostrato che quando una persona viene oggettificata, il soggetto che compie l’azione commette un errore percettivo perché arriva a catalogare un essere umano nella categoria degli oggetti, a cui appunto esso non appartiene. Frutto di un processo cognitivo triviale.

L’auto-oggettivazione è la progressiva interiorizzazione di quella osservazione: lo sguardo da esterno diventa interno e questo comporta un’assidua sorveglianza sul corpo. La costante focalizzazione sull’aspetto fisico può contribuire a scatenare, così, l’insorgenza degli stati ansioso-depressivi, disturbi della sfera corporea e alimentare, l’aumento delle emozioni negative e la riduzione della consapevolezza degli stati interni.

Forzatamente e inevitabilmente dobbiamo convivere con i frutti del patriarcato, anche quelli marci, ma dobbiamo costantemente assicurarci che ne venga ostacolata la semina. Tutte e tutti insieme. Perché non riguarda solo le donne. La stupidità e l’ignoranza dilagante sono mali che contaminano e nuocciono a tutte le persone, di ogni genere, età, razza.

 

(18 luglio 2023)

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