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Intervista a Pierfrancesco Bigazzi, vincitore di Gaiaitaliapuntocom Film Fest 2022

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di Giuseppe Enzo Sciarra

Vincitore del Gaiaitaliapuntocom FilmFest 2022 con il corto “Ofelia”, ecco Pierfrancesco Bigazzi a raccontarsi in questa bella ed esclusiva chiacchierata raccolta da Giuseppe Enzo Sciarra, codirettore del festival e regista a sua volta (oltre che prezioso collaboratore del nostro quotidiano).

Hai avuto (e hai tante vite) Piefrancesco, iniziamo da una delle prime, quella come attore. Tu hai alle spalle molto teatro e qualche ruolo cinematografico. Che differenza hai riscontrato tra queste due forme di espressione artistiche?
Chiamiamoli “frammenti” di vita. Ma è vero che nel mio piccolo, molto piccolo, ho fatto tante esperienze. Iniziando teatro alle scuole medie e superiori e anche all’università, affiancando corsi e stage teatrali esterni, in varie compagnie. Per poi creare delle mie realtà e dei miei spettacoli insieme a stupendi compagni di viaggio. Esperienze formative, e soprattutto emotive di grande impatto, che il cinema non regala molto spesso, o comunque lo fa in maniera diversa. Vivi tutto con altre sensazioni, vivi il momento. E’ l’attimo… non c’è quel tempo di correzione che puoi utilizzare nel cinema. è tutto effimero” e per questo ha una potenza gigantesca. L’esperienza che mi ha regalato il teatro, quella parte  artigianale, l’utilizzo delle luci e dello spazio, il silenzio, lo porto dietro sempre con me, anche nel cinema. Qualunque forma artistica ti regala delle nozioni, delle impronte che se sai gestire e cogliere, servono in qualsiasi cosa tu faccia. E poi il teatro è terapeutico, il cinema non ha quell’attesa e quella calma… è frenetico! Il teatro è anche solitudine e silenzio. Il tempo si dilata a tuo piacimento.

Credi che l’esperienza attoriale ti aiuti a simpatizzare meglio con gli attori? Come dirigi un’interprete?
Sai che, a essere sincero, è un fattore di cui ancora penso debba imparare tantissimo. Sicuramente le esperienze davanti alla macchina da presa ti aiutano molto quando ti ritrovi dall’altra parte. Conosci la fatica che può durare un attore, conti in maniera differente le pause, hai un pensiero sempre in più per loro. Sai cosa vuol dire la concentrazione, le distrazioni. A me piace trovare subito un contatto reale con gli attori. Creare gruppo,
connessione. Ho avuto esperienze fino a ora con Attori emergenti e “NON” attori, quindi il lavoro molto probabilmente è stato differente da altri. Spesso lascio una libertà che spero serva a dare autenticità al personaggio. Ma la cosa più importante è che ci sia armonia, che stiano bene. Devono vivere il set in maniera serena e devo far tutto quel che serve per arrivare a ciò.

Perché si ha l’impressione che in tanti cortometraggi italiani la direzione degli attori spesso non ci sia ma che ci soffermi solo sulla fotografia e sul lato tecnico? Cosa ne pensi?
Ho paura che molto spesso ci sia qualcosa di sbagliato proprio nella scelta dell’attore rispetto al personaggio. Si va a cercare un nome importante per un percorso produttivo (e poi ci sono i famosi “bandi”…), senza realmente consegnare una parte a chi forse riuscirebbe a “viverla” meglio. Spesso siamo condizionati dal NOME, perché “fa punti”. E ci perdiamo spesso per strada attori giovani ed emergenti che potrebbero risaltare i nostri personaggi. La cura dell’estetica oggi ha una caratteristica importante, si. La nitidezza è borghese, citando Bresson, e si cerca sempre di più una certa qualità visiva scordandoci del contenuto.

Chi sono nel cinema i tuoi registi di riferimento? Mi parleresti di qualcuno di loro e dei film che ti hanno maggiormente ispirato?
Ho riferimenti, come credo un po’ in tanti, con i registi storici come Fellini, Pasolini,  Rossellini, Dino Risi e soprattutto Monicelli. Uno dei miei film preferiti in assoluto è “I soliti Ignoti”. Da piccolo lo avrò visto miliardi di volte. Poi Sergio Leone, Nanni Moretti, Elio Petri e via dicendo. Potrei elencarli tutti. Poi c’è anche il cinema Orientale che sperimenta e stravolge ma rimane fedele ai canoni classici e infine la macchina da guerra di Hollywood.
Amo il cinema, completamente. E ho anche dei punti di riferimento moderni. Amo “Swiss Army Man” di Daniel Kwan e Daniel Scheinert, vincitori dell’Oscar di quest’anno, e penso che il mondo abbia bisogno della loro rivoluzione. E poi mi piace un nuovo cinema italiano, che cerca storie differenti, cito alcuni di questi: Alice Rohrwacher, Laura Samani, Pietro Marcello, Valerio Mieli, Edoardo De Angelis, Susanna Nicchiarelli, Francesco Costabile, Jonas Carpignano.

Hai vinto il Gaiaitaliapuntocom Film Fest (oltre che innumerevoli festival) con il tuo breve documentario, Ofelia, in cui parli della malattia di tua nonna, l’alzhemeir. Come è stato raccontare una cosa così intima e privata per te e come ha reagito la tua famiglia al documentario?
Credo si sia svolto tutto molto naturalmente, un gioco che si è creato con mia nonna. Abbiamo passato del tempo insieme, intenso, quel tempo che dall’altro canto è stato maligno e nemico e piano piano ha portato via con sé i ricordi. Ma grazie al Cinema in questo caso, sono riuscito a fermarlo. Non mi son mai sentito in difficoltà, ho cercato di raccontare qualcosa che fosse più possibile universale. Raccontare l’amore. Una delle cose più belle di questo percorso sono state proprio le emozioni del pubblico, i racconti dei nonni degli altri. Le mille sfaccettature che il racconto soggettivo ha creato. Non mi sono mai sentito nudo nel farlo, anzi è un racconto accolto sempre positivamente. Inizialmente mio padre e mio zio (i figli di Ofelia) non hanno visto il cortometraggio, credo che mio zio non l’abbia ancora visto tutto per intero. Ma capisco che non sia facile. C’è sostegno, sempre, per tutto quel che faccio e anche in questo caso è stato cosi. E poi credo che siano contenti che comunque, in qualche modo, Ofelia rimanga eterna.

A teatro ti sei occupato di scenografia e di disegno di luci teatrali. Cosa puoi dirci di questa esperienza?
Porto con me nelle mie produzioni indipendenti quel senso di “Guerriglia” che ho acquisito anche grazie alle piccole esperienze teatrali che ho fatto negli anni. Quell’approccio artigianale nel costruire luoghi e sensazioni. Saper maneggiare le luci. Usare le mani per farlo. A volte bruciarle. Creare nel vero senso delle parole, dei mondi e parteciparvi, viverli.

Nelle tue innumerevoli vite sei stato anche regista di videoclip. Per alcuni addetti ai lavori l’estetica dei video musicali mal si concilia con la settima arte, altri invece sono più possibilisti, tu dove ti collochi?
Ho sempre cercato di realizzare videoclip come fossero cortometraggi, racconti veri e propri, che avessero un’impronta cinematografica il più possibile. Dei racconti musicali.
Ho sempre trattato i brani su cui dovevo lavorare come colonne sonore. Cercando di creare storie che rappresentassero il “mood” e il concept di tutto il progetto musicale.

Il cinema italiano che periodo sta vivendo a tuo avviso?
C’è un cinema “commerciale” che guardo in casa, quando sono malato, soprattutto se ho la febbre alta, così che non devo pensare molto. E poi c’è un cinema, come citavo in precedenza, che mi dà da sperare. Dove prediligo guardarlo al cinema, nel buio della sala. Senza distrazioni. Un cinema che sento differente, che mi fa conoscere mondi nuovi, emozioni che non conosco e vorrei che avesse libertà per crescere. Non è tutto perduto.

Credi che i produttori italiani investano a sufficienza su nuovi registi?
Penso che ci siano tanti nuovi registi, che investono su se stessi parecchio da soli. Siamo un mondo “smart” e alcune qualità questa cosa le ha, avere possibilità di raccontare o di provarci comunque anche da soli. Senza tanti fronzoli. Il mondo del cinema avrebbe bisogno di una vera rivoluzione, racconti nuovi e facce nuove. Un respiro profondo. Il mondo del cortometraggio piano piano sta acquisendo tutte queste caratteristiche, spero solo che non si passi oltre senza ricordarsi che è un linguaggio autentico e importante. Spero che non ce lo dimentichiamo.

Hai un’etichetta musicale indipendente, Materiali Sonori, quando è importante la tua passione per la musica nel cinema e nelle tue scelte autoriali?
Fondamentale. Non riesco a pensare senza della musica di sottofondo. Non riesco a immaginare niente senza colonna sonora. Poi la cosa assurda è che amo il silenzio. Il cinema silenzioso, fatto di suoni reali. Di ambiente… “i passi sulla neve”!!! Ma l’arte è sottrazione no? e quindi immagino e scrivo pompando più che posso con la musica per poi rimanere con una sola canzone, alcuni suoni e il rumore della realtà.

Piefrancesco Bigazzi sarà tra gli ospiti della prossima edizione di Weekendletterari Fest, manifestazione che si terrà nei giorni 23, 24 e 25 giugno, organizzata da Gaiaitaliapuntocom Edizioni.

 

 

(22 marzo 2023)

©gaiaitalia.com 2023 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

 





 

 

 

 

 

 

 



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