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Covid: processo alla politica (un altro)….

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di Kishore Bombaci

L’inchiesta di Bergamo sulla gestione della prima fase pandemica da un lato di complica, dall’altro si sgonfia. Fascicoli si sdoppiano e altri vengono archiviati. Una babele giudiziaria che sembra essere approdo ormai inesorabile per qualsiasi questione, da oggi compresa quella scientifica.

Dopo talk show di virologi onnipresenti che ci ha accompagnato per tutto l’arco temporale della pandemia, anche il il Covid finisce con con il classico “ci vediamo in Tribunale e sarà il Giudice a decidere”.

Dubbi e ombre si annidano sulla gestione della fase iniziale della gestione pandemica e probabilmente sussistono responsabilità dei vertici statali e regionali nel far fronte all’emergenza. Ma è bene chiarire che si tratta di responsabilità politiche e non necessariamente giudiziarie. Invece, come spesso accade, ciò che non si può raggiungere mediante la politica si delega alla magistratura, divenuta ormai sacerdote sacro della dea Verità. Una verità che, tuttavia, serve a “placare la fame di giustizia” delle vittime e dell’opinione pubblica la cui tranquillità mentale è preservata solo in presenza di un colpevole ben identificato. Insomma, una verità non necessariamente vera, ma che indichi un capro espiatorio cui poter attribuire tutta la responsabilità di eventi caotici (letteralmente generati dal caos imprevedibile). L’assunto è semplice: “se qualcuno avesse fatto il proprio dovere tutto questo non ci sarebbe stato” e siamo tutti più tranquilli. Il caos è ricondotto all’ordine e tutto andrà bene.

E’ un naturale effetto collaterale di una società sempre più complessa che mal comprende l’evento imprevedibile e che aveva visto nella Scienza l’ultima divinità in grado di assicurare certezze.

Ma, visto che ciò non è stato, si ricorre al Tribunale (è proprio il caso di dirlo) di ultima istanza: la magistratura, “deus ex machina” di questa tragedia incaricato di comparire con armatura scintillante e cavallo bianco per separare i buoni dai cattivi e punire questi ultimi come si confà.

La procura di Bergamo apre un’inchiesta che mette sotto scacco gli i vertici nazionali (nientemeno che l’ex premier Giuseppe Conte, l’ex Ministro della Salute Roberto Speranza) e regionali (il Presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana e l’Assessore Giulio Gallera) il cui flop è assolutamente prevedibile e previsto.

Lo stesso PM incaricato dell’indagine, Antonio Chiappani offre suo malgrado l’immagine di che cosa siano divenute oggigiorno le inchieste in questo paese. Egli riconosce la difficoltà di configurabilità del reato di epidemia colposa (e allora perché non si procede ad archiviazione?) ma svela quale sia il ruolo che si è autoattribuito: ricostruire la verità storica dei fatti e portare conforto ai familiari delle vittime che giustamente cercano giustizia. In questo contesto dunque, i fatti di indagine anche se non penalmente rilevanti, serviranno a futura memoria per capire che cosa è realmente successo.

Chiaro no? Sì, chiaro ma del tutto inaccettabile.

Il fondamento dell’indipendenza della magistratura sta nel fatto che la sua attività è diretta a capire se si sono verificati dei reati e, in caso affermativo, punire i colpevoli. Ogni altra funzione non è giustificabile, tracima, esonda. Questa è la base della divisione dei poteri (e delle competenze) che caratterizza una democrazia. Se non c’è questa distinzione non c’è democrazia. C’è altro.

Invero, altre sono le sedi dove debbono essere ricostruiti i fatti, e altre sono le sedi deputati alla contestazioni delle scelte politiche. “Tertium non datur”.

Eppure in Italia tutto questo sembra non valere. Un canovaccio ormai recitato fin dai tempi di Mani Pulite e perdurato senza alcuna soluzione di continuità in questi anni, ha delegato al PM ogni valutazione storica, ogni azione politica, ogni ricostruzione di verità e responsabilità anche se non penale. La magistratura è divenuta vestale di verità ben al di là e otre le competenze che le sono proprie e sovente arma politica contro l’avversario.

E questo indipendentemente dalla fondatezza tecnica dell’inchiesta avviata che, come in questo caso, lascia molto a desiderare.

La Corte di Cassazione ha chiarito reiteratamente come per il reato di diffusione di epidemia sia difficilmente configurabile la condotta omissiva. Cioè, perché vi sia il reato occorre che qualcuno faccia qualcosa di idoneo a diffondere la pandemia; non è sufficiente che qualcuno ometta delle cautele. Quindi, a meno di non immaginare Conte, Speranza o Fontana e Gallera o i membri del CTS intenti a spargere urbi et orbi il coronavirus, difficilmetne gli indagati verranno poi condannati.

E, infatti, in inchiesta analoga per omicidio colposo plurimo, aperta a Roma su denuncia dei familiari e di qualche associazione sindacale, Conte e Speranza (assieme a Guerini, Di Maio, Lamorgese, Gualtieri e Bonafede) sono stati mandati archiviati dal Tribunale dei Ministri di Roma sulla base di presupposti talmente banali da essere intuitivi.

Il Tribunale dei Ministri infatti ha rilevato come “soprattutto in una situazione di incertezza come quella che ha travolto il mondo intero allo scoppio della pandemia non era esigibile da parte degli organi di governo l’adozione tout court di provvedimenti in grado di impedire ogni diffusione dei contagi che non tenessero conto della necessità di contemperare interessi diversi e in particolare la tutela della salute e la tenuta del tessuto socio economico della collettività”.

Non ci vuole un genio per comprendere queste cose e sicuramente questa pronuncia avrà delle ricadute anche sull’inchiesta bergamasca che potrebbe venir travolta integralmente.

Eppure il potere giudiziario non ci sta e rilancia. Un fascicolo di quell’inchiesta è stato trasferito a Roma (per competenza territoriale) con indagati ancora una volta Speranza e poi Grillo, e Lorenzin (in qualità di ex ministri della salute) per mancato aggiornamento del piano pandemico. Altra questione politica assai rilevante ma penalmente problematica. Che farà la Procura di Roma? Deciderà di iscrivere gli ex ministri nel registro degli indagati o, come è auspicabile, metterà fine a questo teatrino dell’assurdo ? Vedremo!

D’altra parte, senza scomodare la Corte di Cassazione sarebbe sufficiente osservare un po’ di buon senso e andare a vedere qualche precedente.

I primi mesi della pandemia furono complicati dall’imprevedibilità della situazione. Nessuno sapeva esattamante né cosa fosse questo virus né come si combattesse. Che confusione ed errori ci siano stati è plausibile, che tali peccati diventino reati lo è molto meno. D’altra parte, se è vero che l’onere probatorio spetta all’accusa, lecito chiedersi se non si tratti di probatio diabolica quella che dovrebbe dimostrare un fatto negativo (… se gli indagati avessero tenuto una certa condotta, l’evento non si sarebbe verificato). Insomma, manca il controfattuale come si suol dire.

E, confortati dai precedenti, non si può che osservare che tutte le inchieste nate sugli stessi presupposti in varie parti d’Italia in questi anni, sono state tutte archiviate in fase di indagini.

Se tutto ciò è vero, non ci resta che sperare che una seria riforma della Giustizia magari si spinga oltre i paletti posti dalla Cartabia e affronti alla radice il male oscuro della democrazia giudiziaria italiana.

 

(9 marzo 2023)

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