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Il dimenticarsi del Ceto Medio (sono milioni di cittadini) dura ormai da anni

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di Claudio Desirò

Le politiche economiche del nostro Paese, così come l’intero mondo politico, si sono scordati da anni dei milioni di italiani appartenenti al Ceto Medio, ossia dipendenti e pensionati che non hanno accesso al sistema assistenziale composto di infiniti bonus ed assegni previsti per i ceti meno abbienti, e che si sobbarcano sulle proprie spalle circa il 60% dell’intero gettito Irpef nazionale.

Da troppi anni si parla di eventuali riforme fiscali per diminuire la pressione della tassazione del nostro Paese, cosa che permetterebbe di inserire denaro nell’economia reale con tutti i vantaggi conseguenti, ma, casualmente, se ne parla sempre durante le campagne elettorali, salvo non portarne mai a termine alcuna, durante la durata in carica dei vari Esecutivi.

Un modus operandi che ormai attraversa trasversalmente il mondo della destra e della sinistra italiana, senza particolari distinzioni, più attente a cavalcare l’onda del momento, attraverso lo slogan con più appeal, piuttosto che agire in modo razionale e concreto affrontando i complessi problemi del Paese, attraverso soluzioni altrettanto complesse, di ampio respiro e di lunga visione. Certo, chiedere al tipico politico contemporaneo di avere una visione che vada oltre la successiva scadenza elettorale sembra utopistico, considerata la scarsa attitudine alla politica “alta ed altra”, e considerata l’abitudine a rifugiarsi nel più spicciolo populismo d’accatto. Ne consegue che gli enormi problemi del nostro Paese non vengano mai affrontati nel merito, ma vengano “tamponati” alla bell’e meglio. Cosa assai evidente per un Paese che dal 2005 prevede annualmente il decreto mille-proroghe. Nome Omen.

Una situazione di stallo e di frustrazione che, viste le recenti scelte in campo economico, portano a domandarsi quando sarà varata un “patrimoniale di destra”, magari per finanziare misure ideologiche come le varie “quote” 100, 101, 102, bingo. Non che i Governi precedenti abbiano fatto meglio, considerata l’elargizione a pioggia di bonus (alcuni rimborsati con cifre superiori alle spese effettuate. Nemmeno in Argentina, con tutto il rispetto, sarebbero arrivati a tanto), o di redditi senza la struttura necessaria a farli funzionare. O ancora, le proposte di consenso, come le doti ai diciottenni, per attirare il voto dei più giovani, cavalcata da quella sinistra sempre più carente di idee.

In questa situazione, coloro che appartengono al bistrattato e poco considerato ceto medio, hanno visto il proprio potere d’acquisto diminuire drasticamente nel corso degli anni, senza che nessuno vedesse ciò come un reale problema. Problema, però, di non poco conto, considerato il sempre più ridotto apporto all’economia reale di milioni di italiani che oggi, a causa delle situazione economica, si ritrovano gioco-forza a dover limitare le proprie spese.

Milioni di italiani, elettori, che non hanno da tempo una forza politica in grado di rappresentarne le istanze, di occuparsi di loro e che, probabilmente, rappresentano una larga fetta di quel 50% di persone che, non credendo più nella politica, non si reca più al seggio.

Nei giorni scorsi, come Italia Liberale e Popolare, abbiamo presentato una proposta di Riforma Fiscale, una proposta semplice ed allo stesso tempo efficace e fattibile, interamente coperta dalla punto di vista economico, e che permetterebbe di liberare risorse per le famiglie, oggi in grave difficoltà.

Una proposta talmente semplice ed attuabile in tempi brevi che viene da domandarsi come mai, chi siede in Parlamento da anni, non vi abbia potuto pensare prima. Una domanda che può prevedere una sola risposta che richiama l’introduzione di questo pezzo: perché, evidentemente, la politica parlamentare considera una riforma fiscale solo come uno slogan da campagna elettorale.

 

(24 febbraio 2023)

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