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L’indignazione senza porsi domande non cambia le cose

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di Gi. Orvieto

Qualche giorno prima dell’attacco russo all’Ucraina si è parlato molto di come il Ministro degli Esteri dell’Uganda Jeje Odongo, all’apertura del summit Unione Europea-Unione Africana a Bruxelles, ignorava Ursula Von Der Leyen, prima persona che avrebbe dovuto salutare alla sua entrata di fronte alle telecamere, passando direttamente a stringere la mano a Charles Michel e Emmanuel Macron. Macron invita il Ministro a “ritornare sui suoi passi”, a salutare Von Der Leyen, ma Odongo si limita a farle un cenno, abbozzare un sorriso e scambiare con lei due parole, senza porgerle la mano. La Presidente della Commissione Europea viene ignorata da un presidente maschio per la seconda volta in pochi mesi, in un inspiegabile trattamento tanto diseguale rispetto ai colleghi di genere maschile.

I protocolli seguiti portano spesso con loro un forte simbolismo dei rapporti tra i paesi e la testimonianza delle politiche da questi seguite, di cui i maggiori rappresentanti sono i rispettivi leader. È facile per noi muovere critiche, legittime se si considerano in virtù di questo simbolismo, più difficile è sicuramente reagire a tali affronti in modo deciso nell’ambito di un contesto delicato come è quello della diplomazia internazionale.

Fu detto a più riprese di come in quell’incontro con Erdogan, tra i tanti temi affrontati, si tentò di convincere la Turchia a rispettare la Convenzione di Istanbul sui diritti delle donne, dalla quale aveva appena dichiarato di voler uscire. Decisione paradossale, se si pensa che avvenne durante un incontro nel quale l’unica donna nella stanza fu relegata al divano.

Allo stesso modo, oggi, notiamo di come l’Uganda sia un paese dove i diritti delle donne sono spesso calpestati. Partendo dalle pratiche di mutilazioni genitali femminili, ancora molto comuni, fino ad arrivare alle ingiustizie sulla proprietà della terra. Tutto questo non è però, almeno formalmente, legittimato dal governo. L’Uganda ha infatti una carta costituzionale definita progressista, entrata in vigore nel 1995, che garantisce pari diritti di genere, ed è firmataria di strumenti internazionali relativi ai diritti umani, che però spesso non vengono rispettati sul piano legislativo, attirando aspre critiche dalla comunità Europea. Nulla di nuovo quindi, se vogliamo leggere il comportamento del ministro ugandese al summit UE-UA proprio in questa chiave simbolica. Summit che tuttavia aveva l’obiettivo di rinnovare la cooperazione tra le unioni, cui obiettivi principali riguardavano clima, gestione della pandemia, istruzione e innovazione digitale. È un peccato aver trascurato quello dei diritti umani, ponendo e rimarcando l’attenzione sulla distanza tra le due culture di fronte al mondo. Rimane la curiosità di capire cosa ha significato per il Presidente Museveni nominare dieci donne nel proprio esecutivo l’anno passato, se questo è il trattamento che un ministro del suo paese riserva a una persona di genere femminile durante un incontro internazionale.

Ma l’evidenza di questa distanza di fronte al mondo, ai nostri occhi occidentali, cosa ha suscitato? Oggi come allora, sofagate ed hellogate, quelle e queste immagini fecero e stanno facendo il giro del web. Ora, se quello a cui assistiamo è un chiaro atto discriminatorio, e in qualche modo anche di violenza ai danni di una donna discriminata in quanto donna, perché continuare a perpetrare quella violenza postando e ripostando? Si chiama indignazione.

Un’indignazione che in casi così eclatanti ci viene facile, perché abbiamo bisogno di illuderci di essere persone migliori. Persone migliori di Odongo, che commette l’atto discriminatorio, migliori di Charles Michel, che per la seconda volta di fronte a un palese trattamento iniquo tra lui e la sua collega non batte ciglio. L’indignazione ci salva dal riconoscere i piccoli atti discriminatori e meno manifesti che perpetriamo ogni giorno e a cui ogni giorno assistiamo senza fare nulla.

Il fatto di vivere in un paese in cui gli ultimi dati Istat danno l’occupazione femminile in calo, rispetto a percentuali già di per sé molto basse se confrontate con la media UE (48% contro 67%), ci indigna? Il fatto che nel nostro paese non esista il congedo di paternità a parità di condizioni con quello di maternità, ci indigna? Di fronte a una frase machista, a un linguaggio sessista, ci indigniamo e richiamiamo l’attenzione sulle parole dette o siamo complici come lo è Charles Michel? Potrei continuare all’infinito ma spero che queste domande siano l’innesco di una riflessione a catena su situazioni quotidiane che, in quanto tali, non giudichiamo, accettiamo senza porci troppe domande, releghiamo alla normalità. Credo personalmente che ripostare un video serva solo a pulirci la coscienza.

L’indignazione può essere usata per fare un percorso di autocoscienza. Chiederci se nella vita di tutti i giorni siamo un po’ Odongo o Erdogan è più difficile data la distanza, almeno percepita, tra le culture. Più probabile, invece, essere un po’ Michel, che vede ma non reagisce, un po’ Macron, che prova a fare qualcosa ma vuole scongiurare un incidente diplomatico, un po’ Von Der Leyen, che subisce in virtù di “problemi più grandi”.

Che questo avvenga a un summit internazionale, davanti agli occhi del mondo, non lo rende più grave e meritevole di attenzione e indignazione rispetto a quando siamo in un bar a bere una birra, dopo una partita di calcetto o dal parrucchiere, dove non abbiamo la pressione della responsabilità degli equilibri mondiali ma spesso sentiamo la pressione sociale.

Per scongiurare ogni fraintendimento, no, non mi rivolgo solo agli uomini. Se provassimo a empatizzare Von Der Leyen, forse riusciremmo a risparmiarla dalla reiterazione dell’atto discriminatorio, scegliendo di non condividere. Così come potremmo risparmiare la vittima di una violenza, la prossima volta che si presenterà un articolo su un quotidiano che racconterà per filo e per segno la vicenda, senza alcun rispetto della vittima. Come un fatto di cronaca, così noi lo leggeremo, con indignazione distante.

Mi servo delle parole di Nicola La Gioia nel suo La Città dei Vivi: “Vedere i carnefici come dei mostri ci impedisce di avvicinarli sul piano emotivo, -aggiungo, rendendo più difficile l’identificazione con loro- riducendo la vittima alla straordinarietà della sua sorte”.

Queste riflessioni vengono da giorni precedenti dell’invasione russa dell’Ucraina, ma sono ancora molto attuali. Non fermiamoci all’indignazione della distanza di culture, delegando le responsabilità a un guerrafondaio con manie egemoniche, avviciniamo le culture nel nostro quotidiano. Proviamo ad essere testimoni di quel mondo senza guerra che chiediamo in questi giorni nei confini di casa nostra, del nostro quartiere, della nostra città, tutti i giorni. L’intervento dell’occidente e della NATO può essere il nostro intervento ogni volta che assistiamo a un atto discriminatorio, alla lesione della libertà personale, alla democrazia del quotidiano.
La democrazia è un dono che va coltivato e rinnovato ogni giorno.

 

(26 febbraio 2022)

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