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Mica Macho, c’è una risposta alla mascolinità tossica. E si aspettava da tempo. Nostra intervista

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di Giuseppe Sciarra

I casi di violenza sulle donne, di violenta omofobia, di testosteronico rifiuto di tutto ciò che odora di poco maschile che abbiamo visto negli ultimi tempi, ha portato alla ribalta l’aspetto tossico del sentirsi maschi o del considerarsi tali soltanto alla luce di certi ormai inaccettabili comportamenti. Benedetto Palazzi è uno dei creatori del collettivo Mica Macho, una community nata su internet per ripensare un maschile diverso che prenda le distanze da virilità [sic] machista e mascolinità tossica con l’obiettivo di viversi nuovi modi di essere maschi. L’intervista:

Il vostro è un collettivo nato per contrastare il patriarcato e la mascolinità tossica attraverso una serie di iniziative come dei workshop e laboratori che spingano le persone ad analizzare in profondità il mondo maschile, spesso molto bistrattato e trattato superficialmente dai media. Chi sono i mica macho e come si struttura il vostro lavoro?
Più che bistrattato, che sottintenderebbe una volontà, il mondo maschile, inteso come una riflessione sul ruolo di genere, non è molto esplorato in primis dagli stessi uomini. Venendo a noi: Mica Macho è frutto di un lavoro a molte mani (per fortuna!), la cui riflessione è iniziata durante il primo lockdown, trovando la prima realizzazione nell’apertura della pagina Instagram nel settembre 2020, in occasione di un evento a Bologna successivamente annullato. Attraverso Instragram raccogliamo e condividiamo testimonianze delle persone che entrano a far parte della community. È fondamentale che questo processo debba essere alimentato con le storie reali in modo da far emergere il problema nella sua concretezza: vogliamo che chi legge possa ritrovare in questi pezzi di vita parte della sua esperienza. Ragioniamo anche tanto sul linguaggio, su tutti gli aspetti considerati “normali” e normanti, per far emergere le contraddizioni e le credenze sulle quali si fonda l’identità patriarcale maschile: cerchiamo di tracciarne l’origine con lo scopo di decostruirli attraverso, come diciamo, cortocircuiti culturali. Non manchiamo poi di ragionare su una possibile “maschilità sostenibile”, che invece di interrogarsi all’indietro si interroga in avanti chiedendosi di cosa ha bisogno anche appropriandosi di ciò che non è, culturalmente, considerato da uomo. Banalmente: piangere o dare spazio all’emotività. Inoltre, mensilmente organizziamo online dei gruppi ascolto e confronti tematici (a volte misti, altre volte con soli uomini), creando occasioni in contesti sicuri dove destrutturiamo la maschilità egemone e le sue implicazioni nella vita individuale e collettiva, costruendo assieme. Nei vari territori il lavoro si sta declinando e plasmando sulle realtà che viviamo: Roma, Milano, Bologna. Con l’organizzazione di eventi di discussione e sensibilizzazione, gruppi come quelli online, workshop e altre iniziative.

Il vostro è un gruppo variegato composto da uomini e donne, la vostra opinione sul mondo maschile è sempre concorde o avete all’interno del vostro collettivo anche delle visioni differenti sulla mascolinità?
Difficilmente siamo discordi sull’obbiettivo, a volte possiamo esserlo sulle modalità per raggiungerlo, ma anche in questi casi non c’è una vera opposizione di pensiero quanto diversi modi di agire, sicuramente determinati dai nostri diversi background. La cosa bella e di forza è proprio questa: veniamo tutti da contesti e formazioni diverse, diversità che arricchisce e fortifica il nostro percorso. Mentre sulla direzione, le volontà e gli obbiettivi del Collettivo ci sono idee condivise, mai imposte come quelle da seguire, ma naturalmente determinate.

Quanto credete sia importante cooperare con gli altri movimenti per portare avanti il vostro progetto di educazione a un maschile ripulito dall’edu-castrazione del patriarcato e della chiesa cattolica? Come vi approcciate ad esempio al movimento femminista e alla comunità lgbtq?
Per quanto riguarda gli altri movimenti non ci sono dubbi: o le cose si fanno assieme o non si fanno. Non mi piace pensare a più movimenti, ma ad uno solo con dentro diverse sensibilità, pratiche ed energie che andranno spese in più direzioni ma con una meta condivisa. Non è solo questione di muoversi insieme per avere più possibilità di minare le fondamenta su cui si costruiscono tutte le “storture”, le ipocrisie, le negazioni dei diritti; sono estremamente necessari un impegno e un dibattito interstazionali, necessari sono il punto di vista di ognuno e che le esigenze siano manifeste, capite e condivise, di modo da non lasciare indietro niente e nessun essere umano durante il percorso. La cultura profondamente patriarcale e machista ha delle implicazioni nella vita di tutte e di tutti, ogni giorno, in misura e secondo modi ovviamente differenti: per questo dico che il percorso non può non essere condiviso. Infine, parlando di educazione non posso non citare la petizione lanciata da alcune anime di MicaMacho parallelamente al lavoro del collettivo. Petizione per pretendere nelle scuole un’educazione socio-emotiva con l’obbiettivo di contrastare la violenza di genere e le discriminazioni: la potete trovare sulla pagina Instagram Educate Future Men Italia.

Avete altri progetti in cantiere? Flashmob? Manifestazioni? Performing-art? Quali potrebbero essere i futuri modi in cui il collettivo potrebbe far sentire la propria voce?
Anche troppi… (ride), ma le energie sono limitate. Per il momento posso dirti che a breve sarà pronto il nostro sito www.micamacho.it; che a Milano non mancheranno le occasioni di incontri pubblici; che da primavera a Roma saranno organizzati dei laboratori e che sicuramente faremo un evento a Bologna; in più ci saranno, ovviamente, le partecipazioni a occasioni organizzate da altre realtà. Inoltre, stiamo parlando con comuni e scuole per organizzare incontri con ragazzi e ragazze, uno dei nostro obbiettivi più grandi. Crediamo fortemente ci sia bisogno di intervenire a questo livello. Poi c’è molto altro: tra cui il coinvolgimento delle università, ma come dicevo le nostre energie sono limitate e bisogna lavorare su quel che riusciamo a gestire, piano piano.

Come reagiscono gli uomini che partecipano ai vostri workshop? Riscontrate delle resistenze, una volontà nel mettere in discussione la figura maschile, paura?
Le reazioni sono molteplici ma sempre è manifesto un qualche senso di liberazione. Si crea un ambiente di comfort e condivisione nonostante spesso si parli di tematiche che di comfort hanno ben poco: verginità, diffusione non consensuale di materiale intimo ed emotività. Tutti si mettono in gioco, non c’è giudizio, ma necessità di parlare e di andare a fondo in cose che nella quotidianità difficilmente si affrontano, per tanti motivi: dalla mancanza di spazi allo stigma su questo o quel tema. Venendo alla discussione sul ruolo di genere maschile non c’è paura, ma consapevolezza della difficoltà dell’affrontarlo e della mole di lavoro che c’è ancora da fare per “depurare” un contesto sociale impregnato di regole e modelli discriminanti e, per semplificare, tossici. Tanta è anche la curiosità quando si discute di un argomento di cui non si pensava si potesse discutere, o del quale non si pensava ci fosse “bisogno” di discutere. La maggior parte delle cose vengono fuori dai partecipanti; noi spesso ci limitiamo a guidare con domande mirate, a moderare e tirare le conclusioni dalle riflessioni emerse. Molto interessanti sono anche gli incontri “misti”, ovvero non solo per uomini (inteso tutti coloro che si ritengono tali), dove il dibattito è estremamente arricchito dalla diversità delle esperienze di ogni persona presente.

In che modo gli uomini potrebbero cambiare la complessa società di oggi? Come potrebbero essere d’aiuto alle femministe e alle persone Queer per esempio? Viceversa come potrebbero aiutare le femministe e la comunità lgbtq tutti quegli uomini che vorrebbero rimettere in discussione il mondo maschile?
Ad ogni domanda complessa c’è una risposta semplice: per iniziare sarebbe sufficiente la consapevolezza della necessità di un cambiamento. Non mi aspetto che il primo passo di un uomo che inizia ad interrogarsi sul proprio ruolo di genere sia riconoscere il proprio privilegio, sarebbe come chiedere ad un bruco di fare un volo da farfalla. Mi aspetto che percepisca un senso di inadeguatezza nei confronti dei modelli culturali che citavo prima, banalmente riguardo ad affermazioni come: “Sii uomo, non piangere” o “Le donne non sono adatte alla leadership”. Da quel senso di inadeguatezza seguono domande, messe in discussione, approfondimenti, che porteranno al riconoscimento del proprio privilegio, espressione di un sistema culturale che va corretto mettendo ogni persona sullo stesso livello, alla pari, senza pregiudizi né imposizioni né divieti. Quindi come potremmo cambiare? Iniziando a farci le domande giuste. Al resto della tua domanda rispondo invece che in questo movimento non può mancare l’empatia, cioè il mettersi nei panni altrui e cercare di capire, e se non si capisce perlomeno accettare quei panni che ci sono sconosciuti, ascoltando chi c’è dentro, a quei panni, e della sua esperienza fare tesoro. Solo così, consapevoli di essere parte di un tutto, ogni persona potrà contribuire al bene degli altri. Ma ripeto: dobbiamo insieme, tutte e tutti, resistere e fare un passo alla volta: un domani raccoglieremo i frutti.

 

(20 febbraio 2022)

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