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domenica, Giugno 13, 2021

Nel mondo post pandemico dove i fini non giustificano più i mezzi e le illusioni cognitive ci rendono inadeguati

di Vanni Sgaravatti, #gaiambiente

La pandemia ha messo in fibrillazione l’intero sistema sociale, economico, ambientale, al punto da creare una situazione favorevole all’insorgere di “punti di biforcazione”, quelli in cui il “battito di una farfalla” può imprimere una direzione all’intero sistema, evitando che i naturali meccanismi di compensazione mantengano il sistema nella situazione attuale e si “ritorni a come eravamo”. E questo sta succedendo, perché l’emergenza induce una riflessione e una revisione delle fondamenta, dei paradigmi su cui interpretiamo la realtà: dall’istinto a vedere agenti intenzionali e cause lineari di ogni effetto, alle costellazioni di narrazioni che abbiamo finora utilizzato per giustificare il nostro disimpegno morale verso ingiustizie e disuguaglianze, da quelle ambientali a quelle sociali.

L’illusione cognitiva e la percezione del rischio
Mi sono spesso soffermato sul primo tipo di meccanismi messi in crisi, perché portano ad illusioni cognitive che non sono evidenti alle persone, che non ne facciano oggetto di specifica riflessione.

Ricordo, per fare un solo esempio che tali riflessioni hanno avuto un’utilità pratica nell’affrontare gli effetti negativi della comunicazione in campo sanitario, dovuti ad una istintiva ignoranza su probabilità e statistica. Una specie di moderno analfabetismo, se probabilità e statistica devono essere elementi di orientamento nel mondo complesso che viviamo. Una difficoltà cognitiva che si riscontra anche tra chi opera in un settore particolarmente delicato, quello sanitario, e persino tra gli stessi statistici di professione.

A questo proposito un po’ di tempo fa organizzai un seminario nel centro culturale gli incontri di S. Antonino, dove parlammo del caso degli screening del tumore, in particolare delle mammografie e di come molte donne si sarebbero risparmiate ansie e, in alcuni casi, tragedie se avessero saputo la corretta probabilità di avere il tumore, dal momento della comunicazione di un esito positivo al primo screening.

In particolare, si parlò di casi, ormai parte della storia della medicina, in cui in presenza di un esito positivo al test del primo screening che rendeva necessari ulteriori accertamenti, i medici, sulla base della percentuale di affidabilità del test del 90%, comunicavano alla persona che quella era la probabilità che avesse il tumore, mentre da un semplice calcolo, la probabilità che così fosse poteva essere del 10%. Il semplice e semplificato calcoletto è riportato come post-scriptum.

A dire il vero ora non si ricevono più queste comunicazioni, ma solo lettere in cui si parla di necessità di approfondimenti, anche se ancora oggi le persone lo traducono talvolta come fosse la stessa comunicazione, percepita, una volta, come un a condanna.

Ma la questione che colpisce, parlandone, non è tanto questa distorsione cognitiva nella comprensione di un messaggio così importante, ma il fatto che la questione, pur essendo perfettamente conosciuta da statistici, che persino la insegnano, non ha permesso a loro stessi, quando sono stati i destinatari di quelle comunicazioni, di mitigare l’ansia. Il loro stato d’animo rimaneva simile a quello della persona a cui veniva comunicato quel fatidico “al 90% ha un tumore”: uno stato d’animo di condanna.

Allora, visto che la nostra vita è pervasa sempre di più, in particolare in questa fase pandemica, da comunicazioni su probabilità relative ai rischi sanitari e alle relative cure e prevenzioni (vaccini), a cui aggiungiamo: una dose di sfiducia nelle istituzioni, un pizzico di paranoia complottista, un desiderio per una vita senza incertezze e senza conflitti, una mancanza di allenamento al pensiero critico, mi chiedo se riusciremo ad aumentare la nostra capacità di sopravvivere in un mondo così complesso, oppure non diventeremo tutti matti o, più probabilmente, non saremmo sempre di più alla mercè di pifferai, travestiti magari da algoritmi, che sanno gestire le nostre ansie.


Le origini di distorsioni e disarmonie: separazione mente e corpo, materia e spirito
Ma la questione è più profonda, di base e trasversale ai diversi tipi di inadeguatezza cognitiva e di competenza e trae una delle sue origini dalle fondamenta della cultura, che da 500 anni ci ha permesso di raggiungere una competenza unica nel controllo della realtà che ci circonda, ma che però ci ha abituato a vedere il mondo in modo separato e distinto da noi stessi che l’osserviamo.

In realtà, noi siamo dentro il sistema, non siamo separati da esso, lo costituiamo dall’interno, vivendo e agendo le relazioni tra le componenti del sistema, anche se poi, paradossalmente, cerchiamo di capire e orientare i nostri comportamenti sulla “diagnosi” della realtà derivante dall’osservazione del sistema “visto da fuori”. Molti di noi sanno dove ha avuto inizio questo, diventando poi una deriva imprevista: la rivoluzione scientifica e forse lo stesso rinascimento con la scoperta dell’uomo, non tanto al centro del creato, ma esso stesso creatore.

Anche se nei dibattiti intellettuali è persino datata la stessa critica della metafora del mondo come una macchina, separato dall’uomo dotato di coscienza e di spirito, la visione riduzionista e atomistica applicata a fenomeni a scala umana, continua ad aleggiare nella cultura quotidiana, quella praticata dal nostro istinto.

La realtà è fatta di particelle e i sistemi non si possono sottrarre alle stesse leggi fisiche che regolano il comportamento dei singoli microcomponenti, ma le caratteristiche dei sistemi sono quelle che emergono e sono rappresentate attraverso narrazioni ad un livello superiore e diverso da a quello delle componenti dello stesso sistema. Non si può attribuire la qualità di “essere bagnata” ad una molecola di acqua di due atomi di idrogeno ed una di ossigeno.

La separazione mente e corpo, la visione meccanicistica della natura ha inizialmente contribuito ad emancipare il ruolo dell’uomo nel suo libero esercizio di pensatore della natura, non condizionato, quindi, da un sapere sacro e trascendente, ma, paradossalmente questo manteneva un equilibrio nel rapporto uomo-natura, se le due parti facevano riferimento all’esistenza di Dio e di una morale religiosa custodita da soggetti, intermediari tra la componente materiale e quella spirituale.

Immaginare un percorso di ulteriore emancipazione che narri di un’etica prodotta dall’uomo richiede, per non perdere l’armonia del sistema, che questa si riferisca all’intero e all’insieme delle relazioni vissute dall’interno, anche se le regole etico-morali sono espresse da quella parte di natura dotata di coscienza.

Il paradosso è che le acquisizioni che hanno permesso all’uomo di riflettere sulla realtà, sviluppando una corrispondente disciplina etica sono state alimentate proprio da un pensiero che trae origine dalla separazione mente e corpo e anche le nuove teorie dei sistemi e della complessità fanno fatica a essere introiettati e far parte delle regole culturali di orientamento dei nostri istinti, al di fuori dall’astrazione dei dibattiti tecnici e intellettuali.

La ricucitura della disarmonia messa in luce dalla pandemia, richiamando il superamento della separazione tra uomo e natura (senza l’umano) e l’oggettivizzazione di quest’ultima, richiede che il pensiero ecologico sia profondo e che non sia rivolto solo ad una protezione e mitigazione dei danni antropici, per quanto elementi necessari per contenere il degrado.

E, in questo senso, il pensiero etico ed ecologico non si sviluppa allora solo attraverso le discipline logiche, ma anche di quelle psicologiche e del relativo lavoro introspettivo sul senso di appartenenza. Ma il pensiero ecologico, per essere profondo, deve indagare sul senso della nostra esistenza.

Il senso all’esistenza della coscienza, dando il valore alle opere e all’agire, cosciente, nel presente, più che nelle promesse da realizzare nel futuro, può emergere se si avverte l’unicità, (non l’eccezionalità), di una vita cosciente, che, in un battito di ciglia rispetto all’immensità del tempo cosmologico, riflettendo il destino dello stesso universo che la contiene, riflette sé stessa, di cui ne è l’occhio.

Unica possibilità, del resto, quella di vivere la preziosa coscienza di esistere nel presente, visto che nel futuro, nel quasi eterno cosmologico tutto sparirebbe in una realtà senza materia e senza identità specifiche, portando via con sé il senso di tutti i “presenti”, a meno che non siano riscattati dal giudizio universale.

Del resto, la dimensione planetaria dei problemi che l’emergenza pandemica ci ricorda e tende ad esasperare, non può che richiedere una ecologia profonda. E non solo verticalmente, cioè incardinata nella nostra consapevolezza interna come sto dicendo, ma anche orizzontalmente, derivante cioè da una visione, una morale e una condivisione di strategie, sempre più ampia rispetto ai confini che ancora oggi determinano l’ambito in cui si esercita la sovranità e, quindi, il perimetro delle azioni politiche e delle leggi.

Da questo punto di vista, due modelli culturali sembrano fornire orientamenti alla convivenza politica e sembrano emergere come soluzioni più o meno immaginarie, più o meno utopistiche o distopiche: quella accentratrice di tipo cinese o quella derivante da una nuova alleanza tra il pensiero trascendente, tipicamente religioso e con tendenze universalistiche e quello laico.

Naturalmente, se il pensiero (weltanschauung) religioso non viene strumentalizzato e utilizzato per un interesse tutto laico di coesione di una parte contro un’altra, rinforzando divisioni e contrapposizioni e, spesso, radicalizzandole, come la storia insegna.

Questa nuova alleanza potrebbe essere la strada perché le conquiste positive della nostra cultura, quella dei diritti universali individuali, per intenderci, non siano ingoiate e soffocate da necessari sistemi di governance centralizzati, richiesti da morali collettive adottate, anche per ragioni di sopravvivenza, ma che non riescono a tenere insieme l’altro polo della dialettica, quello dell’unicità della vita individuale.


Il fine non giustifica i mezzi (nelle organizzazioni e nella comunicazione politica)
Un indicatore che ci permetta di segnalarci che, nonostante i nostri buoni propositi e le nostre dichiarazioni, non stiamo uscendo dalla logica del sistema attuale, ma che continuiamo ad essere assorbiti dalle stesse separazioni e contrapposizioni è il carattere strumentale con cui viviamo le relazioni.

Solo se il fine non giustifica mezzi che non sono graditi neppure a noi stessi, ma viene valorizzato dai mezzi utilizzati, si innesca una circolarità tipica di un’ecologia profonda, quella della mente. A maggior ragione se, come spesso accade, la determinazione dei fini appartiene a pochi, mentre i mezzi sono richiesti a molti.

Un ambito dove la strumentalizzazione dei mezzi per i fini, viene considerata ideologia “buona e giusta” è quello delle organizzazioni dove uomini e mezzi, sono coordinati e lavorano insieme per produrre beni ed erogare servizi. Questo sarebbe un luogo ideale dove la rottura del circolo mezzi-fini che rende strumenti sia gli uomini, che la natura (non umana), diventerebbe ancora più chiaramente un’occasione per “cambiare il mondo”, sia per il tempo della nostra vita che la maggior parte di noi passa in un’organizzazione lavorativa, sia perché spesso i bisogni della domanda sono determinati dall’offerta.

Sarebbe però una vera rivoluzione, perché si tratta di considerare le organizzazioni come un luogo dove poter vivere con pienezza le relazioni con gli altri e con “il prodotto”. Organizzazioni ideali in cui non si crea un buon clima interno e si fa sentire come proprio il fine dell’impresa, spesso stabilito da altri, solo per migliorare la performance (la supremazia degli shareholders, i soci portatori di capitali, sugli stakeholders è sancito dalla legge, al di là dei discorsi dei singoli). È quasi un’utopia, perché significa condividere, nelle organizzazioni di lavoro, le proprie emozioni di persona, non alienati dal nostro vero sé ed in cui, se sei il leader, lavori per far sentire tutti tanti eroi, rinunciando al piacere di sentirsi l’unico eroe (siamo unici, ma non siamo unici ad essere unici).

Significa immaginare un luogo di lavoro dove sono considerate parti integranti della vita lavorativa, ambiti di autoriflessione come la psicologia (il lavoro su di sé nelle relazioni con l’altro) e ambiti di approfondimento sugli impatti etici delle nostre decisioni (la qualità del proposito evolutivo che dà il significato alle nostre relazioni), così da costruire e mantenere la fiducia, rinunciando a quel controllo dell’altro, che tende ad alimentare uno stato di reciproca dipendenza.

Ma c’è un esempio, un’esperienza vissuta più volte quando mi è capitato di avvicinarmi in punta di piedi al mondo della politica, che si presta a chiarire la questione mezzi-fini.

Mi sono sentito dire, in quelle esperienze, come, peraltro, è capitato a quasi tutti, frasi come: “capisco cosa dici, sarà giusto, ma sai, la politica è politica?”. Preciso che, per politica, in questo esempio, mi riferisco al modo di comunicare le giuste ragioni che motivano il proprio agire politico, con lo scopo di ricavarne un consenso.

Proviamo a vederne i significati al di là della consapevolezza di chi lo dice e immaginando, però, che non sia esclusivamente un modo non aggressivo per dire che non si è d’accordo nel merito.

Implicitamente dire questo significa che qualsiasi ragione politica ha bisogno del consenso e che per raggiungerlo non posso dire proprio quello che penso sia giusto. La conseguenza è che, in questo modo, si promuove e si testimonia la strumentalità del proprio agire, giustificato semmai da quello di buono che posso fare ottenendo consenso e quindi potere politico, piccolo o grande che sia. E quindi di fatto continuo a richiedere fiducia sulla base di quello che potrò fare in futuro, anche se mentre la chiedo testimonio proprio la mia incoerenza nel presente.

Questa più che nota contraddizione emerge ai giorni nostri quando, da una parte si cita la pandemia come un’occasione per cambiare in profondità, modificando cioè la strumentalità con cui si vivono le relazioni per un fine esterno a noi, dall’altra poi si continua persino a giustificare, persino talvolta all’interno dei nostri discorsi, l’incoerenza tra quello che si dice e quello che si pensa, come qualcosa di necessario, per ottenere, in questo esempio, un consenso politico.

Naturalmente ci sono situazioni in cui dire e fare qualcosa ci viene concretamente impedito, ma non credo che sempre sia questo che vuole sostenere chi dice: “la penso anche io così ma sai la comunicazione in politica com’è?”.

Il fatto è che l’agire strumentalizzante lo capiamo quando lo vediamo fuori di noi, nell’altro, ma non quando siamo noi ad agirlo. Nulla di nuovo per carità, siamo “peccatori”, siamo incoerenti e talvolta l’incoerenza può essere anche occasioni di momenti creativi. Però se predichiamo e auspichiamo metamorfosi e occasioni pandemiche per cambiamenti profondi, dovremmo essere indotti a non considerare efficaci giustificazioni morali come: “la politica è la politica”, “il mondo è quello che è”, per motivare la mancanza di trasparenza, di ricerca e di condivisione della “verità”.

 

p.s.: Il calcoletto semplificato della probabilità, citato nel primo paragrafo: “L’illusione cognitiva e la percezione del rischio”, che una persona abbia il tumore, avendo saputo dell’esito positivo di un primo test di screening tumorale è il seguente:

  • se l’incidenza epidemiologica di un tumore al seno nella popolazione femminile dopo una determinata età poniamo sia 10 su 1000 (l’1%);
  • l’affidabilità dello strumento di test di screening poniamo sia il 90% di fare la diagnosi giusta;
  • mediamente su 1.000 persone si presentano a fare il test 10 persone con tumore e 990 senza;
  • delle 10 con tumore, lo strumento ne beccherà 9 e quindi avremo 9 referti positivi esatti (purtroppo);
  • delle altre 990 che non hanno un tumore, 99 avranno comunque un referto positivo, perché lo strumento sbaglia per il 10%;
  • mediamente, i referti positivi che il medico si ritrova sul tavolo sono 99 + 9 = 108. Ma di questi 108 referti positivi, 9 corrispondono a persone che hanno effettivamente il tumore, quindi 9 su 108, cioè meno del 10%.
  • Allora la probabilità che se dicono ad una donna che ha avuto un referto positivo e deve andare a fare un approfondimento all’ospedale, questa ha un tumore è meno del 10%.

 

(5 aprile 2021)

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