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domenica, Giugno 13, 2021

Doping e (in)giustizia sportiva: quando le falle del sistema danneggiano gli atleti. Il caso di Silvia Bortot

di Valerio Esposti #SporteSportivi

Le vicissitudini di Alex Schwazer, scagionato dal Tribunale di Bolzano in merito all’accusa di doping del 2016, hanno alzato i riflettori sul doping e chiamato in causa la macchina dei controlli nello sport: a volte può rivelarsi “giustizialista” e ben poco equa.
Al festival di Sanremo il marciatore altoatesino ha ribadito la richiesta di essere giudicato dalla giustizia sportiva così come pure la volontà di partecipare alle prossime Olimpiadi di Tokyo in programma la prossima estate.
Non tutti gli sportivi hanno però la possibilità di parlare su un palco prestigioso o proclamare la propria innocenza di fronte alle telecamere in mondovisione. I casi che non finiscono sulle prime pagine dei giornali sono relegati all’angolo e destinati al dimenticatoio: a farne le spese sono gli sportivi che non possono permettersi avvocati costosi, consulenze da migliaia di euro, somme ingenti accessibili solo ai “big”.

La vicenda di Silvia Bortot, pugile professionista capace di vincere due titoli europei, poi accusata di doping e squalificata, è l’altra faccia della medaglia della giustizia sportiva: professa la sua innocenza, ma per dimostrarla avrebbe dovuto sostenere i costi proibitivi necessari per analisi approfondite.
L’11 Gennaio 2019 in Francia, contro un’avversaria transalpina, diventava campionessa europea boxe EBU della categoria superleggeri. Poi, il 25 ottobre 2019, si riconfermava detentrice a San Bonifacio (VR). In quel momento era la sportiva di punta nel pugilato femminile.
In base a un controllo antidoping effettuato dopo il match veniva riscontrata la presenza di Igenamina, una sostanza inclusa nella lista Wada (agenzia mondiale antidoping) delle sostanze proibite dal 2017, che può essere contenuta negli integratori alimentari e nelle creme. Un fulmine a ciel sereno. Anzi, peggio.

A seguito del giudizio sportivo, nonostante la richiesta della Procura Nazionale Antidoping di quattro anni di squalifica, le venivano comminati due anni: la boxeur potrà nuovamente disputare un match di pugilato solo dopo il 2 Dicembre 2021. Il Tna (Tribunale Nazionale Antidoping) ha accolto la mancata intenzionalità dell’assunzione da parte di Silvia Bortot, la cui condotta è stata di fatto ritenuta “colposa” e non “dolosa”. In virtù della squalifica, è stato dichiarato nullo il risultato del match vinto ai punti contro la belga Gontaruk il 25 ottobre 2019; inoltre, è scattata la revoca del titolo di campionessa europea dei superleggeri.

Il colpo più duro e inaspettato non è arrivato perciò sul ring, ma all’esterno del quadrato: una notizia che ha destato stupore e incredulità nell’ambiente del pugilato, perché si tratta di una sportiva conosciuta per il suo impegno e valore.

In questi mesi non ha mai smesso di allenarsi, dedicando sudore e fatica ad altre discipline da combattimento. Il ritorno al pugilato non è scontato né automatico: troppe le delusioni, l’amarezza. Senza dimenticare il silenzio e l’assenza di qualsivoglia segnale di solidarietà da parte della Federazione Pugilistica.

Anni di vittorie e successi, offuscati da una squalifica per doping?
“Chi mi conosce e sa la storia della mia vita, la dedizione per gli sport da combattimento, i sacrifici quotidiani che ho sempre fatto per conciliare due allenamenti al giorno e il lavoro, non ha nessun dubbio sulla mia correttezza e integrità di atleta. Non ho mai cercato scorciatoie, ripeto: mai”.

Ma la sostanza proibita è stata trovata; come è potuto accadere?
“Sono vittima di un fatto, ma non sono colpevole. Vittima di una contaminazione che purtroppo non sono riuscita a dimostrare e che il tribunale non ha ritenuto di approfondire come avevo richiesto. Sono vittima di un episodio come lo sono stati altri sportivi. Quante volte a far le spese di questo sono stati atleti ignari che sputano sangue e sudore ogni giorno, inseguendo sogni di tutta una vita, sogni che in un attimo s’infrangono insieme alle conquiste ottenute”.

Per dimostrare la tua innocenza che cosa hai potuto fare?
“Insieme al mio team di professionisti (allenatore, mental coach, nutrizionista, cutman) abbiamo messo a disposizione della procura e del tribunale tutti gli integratori e le creme da far analizzare. La mia richiesta non è stata accolta ed io, personalmente, non ho potuto far fronte all’ingente spesa (diverse migliaia di euro) che mi è stata preventivata per analizzare i prodotti. Ho raccontato tutta la verità, ma non basta.”

Che segni lascia questa squalifica?
“È un ko che fa male, un ko che non meritavo ma è successo. Mi rialzerò più forte di prima. Dopotutto, il ring mi ha sempre insegnato questo. Per me il rispetto delle regole, la disciplina e il rigore non sono qualcosa di facoltativo: seguo questo principio da quando ho iniziato a praticare agonismo.”

Secondo te, gli atleti sono tutelati a sufficienza dalle rispettive federazioni?
“Purtroppo ho la sensazione che questo non avvenga. La federazione pugilistica italiana dovrebbe attivare meccanismi per cui gli sportivi, qualora accusati di doping, siano messi nella condizione di sapere subito come difendersi: su questo aspetto mancano le informazioni, mancano delle linee guida e magari delle figure interne di riferimento.
Se non hai un cognome illustre o non sei un personaggio famoso, devi avere comunque il diritto di dimostrare la tua innocenza. Ho esercitato il mio diritto ma completamente a mie spese, fin dove ho potuto: ma da sola, senza il supporto di nessun organo federale.
Non avendo tutti quei soldi che servono per delle analisi approfondite, mi è rimasta solo un’alternativa: attendere la fine della squalifica. Chi mi ridarà il tempo perso, l’immagine che è stata offuscata, le vittorie e i titoli che ho conquistato? Ho vissuto un inferno, e anche a questo non c’è rimedio”.

La Giustizia ha dimostrato che c’è stata una manipolazione nei controlli antidoping a cui si era sottoposto Alex Schwazer. Cosa ne pensi?
“Se è vero quello che è stato provato dai Ris, è veramente molto grave. Penso che sia una sconfitta a livello mondiale, per tutti. Mi auguro che la giustizia faccia il suo corso. La cosa che mi fa più male è sentire condannare all’infinito: bisogna trovarsi in certe situazioni, solo chi l’ha provato sulla propria pelle riesce a capire. Rovinare la vita delle persone per sempre, al di là della carriera sportiva: mi riferisco al lato umano. Ci sono passata, è un inferno, ti rovina la vita, ti logora dentro. Sentire commenti ignoranti e qualunquisti, di gente che giudica senza avere nessuna competenza, è odioso.
Sicuramente c’è qualcosa che non quadra: Schwazer aveva già pagato per i suoi errori. Forse è proprio così: magari c’è qualcosa sotto, per fini politici.”

 

(22 marzo 2021)

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