30.9 C
Roma
domenica, Giugno 13, 2021

Il rischio ambientale e il rinnovamento culturale e politico

di Vanni Sgaravatti #Gaiambiente twitter@gaiaitaliacom #Ambiente

 

La cosiddetta questione ambientale non riguarda solo e tanto il contesto naturale entro cui l’essere umano si muove, ma riguarda le stesse condizioni sociali ed economiche, persino antropologiche e politiche che determinano la nostra vita. Alcuni negazionisti dell’emergenza ambientale sostengono che le sensazioni di urgenza e emergenza ci sono sempre state, in tutte le epoche.

Potremmo certo individuare tante variabili che hanno assunto valori mai verificatisi prima, ma potremmo anche, provocatoriamente, essere d’accordo che non c’è nulla di nuovo sotto il sole: ci sono già state, infatti, ben cinque estinzioni prima di quella che noi stiamo paventando. Forse è la prima volta che alcuni di noi ne sono consapevoli: ci sono state molte “isole di Pasqua”, in cui un uomo stava tagliando l’ultimo albero, ma forse, in effetti, è la prima volta che riusciamo a vedere prima come diventerà la “nostra isola”.

In ogni caso, troppi sarebbero gli esempi di criticità da citare per attrarre l’attenzione di chi si ostina a ridurre e settorializzare la questione ambientale: dalle previsioni che nei prossimi 30 anni ci saranno più plastiche che pesci, alle alluvioni e desertificazioni che nei prossimi 20 anni dovrebbero portare mezzo miliardo di persone ad emigrare. Per non parlare delle risorse idriche critiche che, come succede, in India, per fare solo un esempio, inducono al suicidio migliaia di contadini senza acqua, mentre aziende indiane, con prodotti che incorporano grandi quantità di acqua, riducono il livello delle falde e mentre, in alcuni edifici della Sylicon Valley indiana, gli appartamenti sono dotati di piscina privata autonoma.

Mark Twain nell’800 diceva: “Il wiskey si beve, per l’acqua ci si fa la guerra” e, infatti, quest’anno il Pentagono ha ufficialmente emesso un documento per il Presidente in cui dopo il terrorismo internazionale ha riportato la questione acqua come la minaccia più forte per gli interessi degli Stati Uniti, in grado di destabilizzare equilibri politici molto critici.

La questione dell’acqua stressa gli stessi sistemi di economia politica: l’acqua potabile è di fatto un bene essenziale, ma è anche un bene privato ed il cui uso è esclusivo (acqua consumata da A non può esserlo da B) e, di conseguenza, non è un bene pubblico, ed essendo limitata non può che essere, dal punto di vista logico, privata. E questo è incompatibile ad un accesso libero e gratuito, come il nostro pensiero etico ci suggerirebbe invece che fosse.

E la questione acqua, come tante altre relative al degrado ambientale, si intreccia anche con aspetti relativi alla cultura politica. Una bambina, intervistata in un campo profughi in ONU, afferma che vorrebbe andare a scuola, ma non può farlo perché deve andare a prendere l’acqua. Ma, come è noto, senza istruzione, non c’è neppure la possibilità di sperare in futuri governi delle risorse più emancipati, più democratici e in grado di adottare soluzioni organizzative e tecniche efficaci: una spirale da cui pare difficile uscire.

E’ ancora spaventosamente lunga la lista degli intrecci critici e inquietanti tra degrado ambientale e vita umana degna di essere vissuta, cito ancora la minaccia derivante dalla drastica diminuzione della biodiversità, perché questa è un termine che talvolta viene associato dal grande pubblico non informato, solo ad un elemento di varietà e ricchezza biologica o dalla scomparsa del panda o della tigre. Non è così.

Ad esempio, la società Trucost insieme ad altri ha estratto 850 miliardi di dollari dai servizi gratuiti dovuti alla biodiversità, utilizzando il fagiolo per la fratturazione idraulica della roccia, mentre, il nim indiano è stato  brevettato per la produzione di pesticida naturale e non solo per le tecniche che ne hanno portato alla raffinazione. Ma voglio proseguire ancora sull’importanza della biodiversità: le varietà esistenti in natura hanno impedito estinzioni di specie vegetali fondamentali per la nostra alimentazioni o hanno permesso la produzione di antibiotici o di  medicine efficaci. Il suo degrado e diminuzione non permetterà più di nutrirsi, di curarsi, e trasversalmente e in tutti i paesi contribuirà a far aumentare il livello di disuguaglianza e di povertà, più internamente ai singoli stati che tra Stati, come già sta avvenendo da 20 anni.

Sembrano problemi che volano sopra le nostre teste e molto lontani da noi. E’ vero che è stato stimato che il contributo dei grandi accordi sovranazionali alla salvaguardi ambientale si attesta al 70%, ma si stima che anche il 30%, fatto di azioni locali e progetti dal basso può contribuire alle soluzioni. Certo, il rapporto tra locale e globale è sempre più complesso, ma la strada di una sempre maggiore importanza della partecipazione attiva ai progetti locali è segnata. Come in un ologramma, in una realtà locale si riflette il mondo che nel mondo stesso si proietta.

In estrema sintesi: la questione ambientale ci riguarda da vicino ed è anche una questione politica e di politica immediata. E questo perché permetterebbe di orientare la rabbia verso la risoluzione di problemi che ci uniscono tutti e non verso soluzioni che comportino l’odio verso il nemico, più o meno immaginario.

Il meccanismo è antropologico: dal problema alla causa, al colpevole, possibilmente umano, cioè dotato di intenzionalità, che permette di attivare l’odio. Sentimento, quindi, spontaneo che viene strumentalmente raccolto e indirizzato verso la soluzione altrettanto umanizzata: il Salvatore, che possibilmente decide per te e ti toglie paure e angosce.

La questione dell’ambiente o meglio dire dell’antropocene e della sostenibilità dà la possibilità di mettere tutti nella stessa barca, perché gli effetti riguardano tutti, promuovendo così sentimenti di cooperazione e di alleanza.

Per questo, il politico che si muove molto bene nel coltivare istinti naturali di appartenenza ai gruppi (che non siano già connotati da ideologie ambientaliste), tende naturalmente ad ostacolare, chiunque promuova sensibilità verso emergenze unificanti. In modo più o meno consapevole.

Il sovranismo, in questo senso da una legittimità e quindi una patente di ragionevolezza a chi, per ragioni di seduzione politica (nel senso etimologico di condurre a sé), promuova sensi di appartenenza a gruppi, connotati da confini riconoscibili, in quanto territorialmente definiti (America first, Prima gli italiani) o basati su una presunta tradizione, opportunamente e strumentalmente rielaborata da una narrativa storica, ricostruita ad hoc.

Purtroppo i limiti territoriali su cui il sovranismo costruisce l’identità e l’adesione a gruppi politici, per istinto di appartenenza mettono in gioco proprio gli elementi che  ostacolano una ricerca di soluzioni ai disastri ambientali emergenti. E questo, mentre le questioni ambientali dovrebbero portare la governance politica ad essere vicina alle sensibilità locali nella pratica delle azioni, e a volare in alto nelle riflessioni sui valori generali e sui conseguenti modelli. Pensiamo, a questo proposito, al tentativo di colonizzazione dello spazio, già cominciato e alla possibilità di utilizzare gli aerosol per raffreddare l’atmosfera: quale autorità deciderà se, quando, dove raffreddare l’atmosfera, i cui effetti non saranno omogenei per i diversi territori e possono influenzare le diverse economie?

La ricerca di soluzioni sociali e ambientali che rispondano ad esigenze locali integrate e coerenti richiedono anche visioni globali e un pensiero critico che può essere generato solo da una presa di distanza riflessiva agli automatismi dell’istinto. La stessa gestione dei rischi, approccio che definisce le priorità di interventi di mitigazione e adattamento prevede una cultura della probabilità che è estranea a chi cerca rassicuranti cause e soluzioni, univoche e deterministiche e che richiede di prendere distanza dalle risposte istintive.

La cultura della statistica e della probabilità e del rischio è fondamentale in un momento in cui il mondo complesso ci porta a delle scelte con conseguenze sistemiche, in cui non dominiamo nessuna variabile e quindi basiamo tali scelte, appunto, sulle probabilità, inconsapevoli della nostra ignoranza, perché, ovviamente, non possiamo sapere cosa “non sappiamo”.

Siamo all’inizio di un nuovo strappo tra evoluzione culturale che ci vede come progettisti, cioè con tempi brevi di previsioni e risposte e i tempi lunghi dell’evoluzione biologica.

E questo, mentre, da un lato, le tecnologie ci permetterebbero di individuare soluzioni, dall’altro, però, gli algoritmi derivanti, tendono a renderci passivi e, quindi, estranei ai meccanismi di funzionamento delle innovazioni che tali soluzioni si portano dietro, inducendoci a delegare molti compiti a tali algoritmi “senz’anima”.

Una delega che fa emergere l’importanza assoluta di non farci trascinare da derive e orizzonti, che non siano voluti dagli umani e non siano quindi orientati dalla principale disciplina che dovrebbe ispirare lo sviluppo tecnologico: l’etica e l’umanesimo. Quindi, in fin dei conti, assistiamo ad un aumento della distanza tra tempi storici e tempi biologici quando diventa necessario, per non estinguerci, proprio una diminuzione di questa distanza.

Nemici allora di noi stessi diventano la pigrizia e il narcisismo, che ci impediscono di affrontare, con disciplina, la necessaria distanza dai nostri stessi bisogni, plasmati da un ambiente sociale e fisico che non esiste più; al fine di rendere l’essere umano partecipe, non marginalizzato, rispetto alle soluzioni artificiali ed al fine di diminuire le differenze tra i dannati della terra e le minoranze privilegiate, in grado di sottrarsi al destino di potenziale degrado.

Così potremmo ancora sognare un futuro, che ci permetta di credere in un presente, impegnandoci non solo nelle soluzioni di mitigazioni (riduzione del carico inquinante) che non sembrano ormai in grado di riportarci al livello di vivibilità atteso della nostra terra per tutti, ma anche nelle soluzioni di adattamento che lavorino perseguendo criteri di maggior giustizia ambientale e di redistribuzione degli oneri e che comporterà, alla fine, un destino migliore per tutti.

 

(15 dicembre 2019)

©gaiaitalia.com 2019 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

 

 





 

 

 

 

 




POTREBBERO INTERESSARTI

4,524FansMi piace
2,375FollowerSegui
119IscrittiIscriviti
Pubblicità

ULTIME NOTIZIE

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: