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La Bustina della Serva che “riguarda chi semplicemente si è mostrato per quello che non è”

di CiCiErre #labustinadellaserva twitter@gaiaitaliacom #giustizia

 

 

Si è prospettata, recentemente, l’ipotesi di includere nell’ambito dell’errore penalmente rilevante, ai fini della configurabilità del delitto di truffa ex art 640 c.p., l’inganno circa i sentimenti amorosi ed affettivi del partner causati da atti di disposizione patrimoniale e definita “truffa sentimentale ”. Può dunque l’inganno tipico della truffa avere ad oggetto i sentimenti dell’agente; e possono quest’ultimi essere l’oggetto dell’errore della vittima? La risposta è affermativa secondo il Tribunale di Milano.

Si allude ai casi in cui “una persona inganni il proprio ‘compagno’ (o la propria ‘compagna’) circa i propri sentimenti, al solo scopo di ottenere un vantaggio patrimoniale con altrui danno”. Sicché è possibile affermare che tutti almeno una volta nella vita siamo stati truffati, anche senza sottrazione di patrimonio, ma con un enorme e non quantificabile danno.

Vi sono situazioni, emozioni e condotte non suscettibili di una valutazione economica. Indifferente poi il contesto in cui si verifica. Non conta se la condotta fraudolenta si palesi nell’ambito della relazioni amorose, di sesso, di amicizia o di lavoro: una volta truffati, il conto che si deve pagare è molto alto. E si manifesta con la mancanza di rispetto – di qui la sfiducia nel prossimo. Si alimenta con il millantare speranze, sentimenti ed occasioni. La delusione che ne consegue è poi capace di distrugge quel minimo di stima che residua nei confronti dell’essere umano.

O riguarda chi semplicemente si è mostrato per quello che non è, per fini ulteriori.

E quando, in tali tipi di contesti si è investito con energia, impegno e dedizione le mancanze succitate non risultano soggette ad alcun tipo di stima.

Allorché, oltre alla primordiale inerzia la reazione successiva è tipicamente rappresentata da un peculiare cinismo che interdice qualsiasi tentativo di andar oltre, condannando la focalizzazione sulla ferita, trasformando la rabbia  in odio, si concorrere al premio per il più distaccato, quello con l’atteggiamento più indifferente, salvo poi non vincere niente. L’impassibile scetticismo diventa l’abitudine, le relazioni si trasformano in occasioni da sfruttare e non in opportunità costruttive. La responsabilità non esiste, e il dito puntato non consente di calcolare i propri errori. Se siamo stati truffati poi, agiamo nella convinzione che quegli errori non li commetteremo più. Nessuna induzione. Nessuna fiducia. Nessun aiuto.

E sua volta, la società risponde mancando di umanità. Effetto domino incontrollabile. L’irredentismo diventa l’obiettivo, l’altro non esiste. E chiusi nel nostro piccolo io, rimaniamo inerti a qualsiasi richiesta d’aiuto proveniente dall’esterno. E pensare che tutto è stato generato dall’incapacità di gestire una piccola truffa, rimasta impunita.

Anni fa, partecipai ad un convegno sulla lotta alle mafie ed un ragazzo che aveva subito un torto rimasto privo di processo e relativa sentenza chiese dove fosse – in quel caso –  la giustizia. Il suo sguardo era pieno di rabbia, quella classica del truffato che crede ottusamente in qualcosa di prospettato solo artificiosamente. E il relatore, senza dare adito a quella rabbia, con una tranquillità unica – che innervosiva anche il più pacifico tra i presenti –  rispose semplicemente: “nello specchio”.

 “Ci sarà un momento in cui dovranno fare i conti con quello specchio: la loro coscienza. Non lasciare mai che la rabbia faccia diventar il tuo cuore arido”.

Il candidato premio Nobel per la pace Daisaku Ikeda scrive nella sua proposta di pace: l’onore appartiene a coloro che continuano a provare, che non si fanno mai scoraggiare dagli insulti, dalle umiliazioni e dalla sconfitta. Perché i primi che truffiamo quando smettiamo di essere umani siamo soltanto noi stessi, e l’Italia vestita di rosso di ieri 87 luglio, ndr) ha tentato di ricordarlo. È rilevante scoprire il peso e l’influenza delle proprie azioni, anche quelle compiute senza alcuno sforzo. Se poi l’oggetto della riflessione è la quotidiana pratica di umanità vale la pena fermarsi un momento ed interrogarsi.

Per evitare che la diffidenza diventi a sua volta una routine meccanica.

A far giustizia ci penseranno i tribunali, essere migliori – invece – è uno sforzo personale che deve essere compiuto con dedizione per combattere gli attacchi vigliacchi privi di valore. Umano è colui che attraversa quegli schemi e li modifica, e che nel delineare un cambiamento ricorda che dinnanzi a sé ha un altro essere umano scrigno di dignità e rispetto. Indifferente, anche in tale ipotesi ,ambito e contesto.

Con ogni probabilità, tale metodo non ci impedirà di essere vittime di artifizi e raggiri altrui, ma indubitabilmente potremmo continuare a guardare “quello specchio” senza timori.

E questo, tra tutti, rappresenta il più valoroso dei risarcimenti.

 




 

(8 luglio 2018)

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