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Alfie e la battaglia tra due eserciti #Visioni di Mila Mercadante

foto: Franco Origlia/Getty Images

di Mila Mercadante #visioni twitter@Mila56170236 #alfie

 

 

Di fronte allo strazio di due genitori è difficilissimo rimanere lucidi, è difficilissimo mettersi dalla parte della scienza e della legge – così freddi se paragonati all’amore dei familiari e alla tenerezza che un bimbo ispira – e tacere accettando un verdetto di morte. Il Vaticano per la seconda volta in un anno ha offerto prima a Charlie e poi ad Alfie, affetti da malattie degenerative incurabili, la propria protezione e le cure palliative. Alfie ha perfino ricevuto la cittadinanza italiana purché si desse ai genitori il consenso al trasferimento nel nostro paese. In Gran Bretagna il Vaticano non c’è, si obbedisce alla razionalità e alla legge. Scienziati e medici hanno stabilito che è contro l’interesse del bambino perseguire la via delle cure palliative, che non sono propriamente “cure” bensì terapie di prolungamento della vita, di un’agonia lenta. Sospendere per altri mesi, per un tempo indeterminato il sopraggiungere della morte senza alcuna speranza di miglioramenti o di guarigione non si può considerare una cura. Soltanto i medici possono dire se il prolungamento di una non-vita sia causa o meno di maggiori sofferenze per il paziente. I giudici si sono attenuti alla legge e al parere degli esperti, e solo in ultima istanza hanno concesso ai genitori di Alfie di trasferirlo a casa, ma non di portarlo in Italia. E’ una battaglia tra due eserciti: quello clericale e quello della scienza medica. Intanto va ricordato che un’equipe di medici italiani del Bambino Gesù di Roma sette mesi fa si recò a Liverpool per visitare Alfie ed accertarsi delle sue condizioni. Tornarono in Italia confermando la diagnosi dei medici inglesi: per Alfie non c’è nulla da fare.

La libertà di scelta è un diritto inalienabile, dunque per milioni di persone in queste ore medici e giudici britannici sono mostri che hanno sequestrato un bambino sottraendolo alla potestà genitoriale. La libertà di scegliere tra tutte le possibilità pone l’essere al centro del mondo. Ciò comporta naturalmente l’uso strumentale dell’etica, nel senso che si preferisce che essa si conformi alla nostra soggettività, alle nostre passioni e ai nostri desideri. Per meglio dire: l’uomo contemporaneo si mette al servizio non già di se stesso e del suo progetto di libertà, bensì delle infinite possibilità che la società evoluta gli offre. Egli si comporta come se gli oggetti, le opportunità, tutto quanto, fossero lì ad aspettarlo. Gli sembra necessario servirsene. Più che avere esigenze sue proprie, originali, egli obbedisce passivamente – convinto d’essere attivo, creativo –  alle esigenze che gli si suggerisce debba avere. La libertà che intendiamo è di non essere più ciò che siamo. La libertà che prende se stessa come unico fine conduce l’uomo a fuggirsi, a non voler essere ciò che è, dunque a non sopportare limitazioni.

Ogni sistema giuridico contempla la facoltà per i giudici di sottrarre i minori alla patria potestà nei casi in cui si ritenga strettamente necessario. Impedire a un genitore testimone di Geova di rifiutare una trasfusione al figlio è un obbligo morale, così come è obbligatorio intervenire nelle situazioni in cui un bambino di genitori vegani finisca in ospedale non avendo ricevuto un’alimentazione adeguata alla crescita.

Vogliamo credere che i medici dell’ospedale di Liverpool siano aguzzini senza cuore? Vogliamo pensare che la sorte di Alfie e di Charlie sia strettamente legata alla necessità di tagliare i costi della sanità? Siamo padroni di farlo, anche se di fronte a una questione etica e deontologica così seria dovremmo sforzarci di ricorrere alla logica. Negare ogni nesso tra la realtà oggettiva e il desiderio o il sentimento ci porta a concepire ogni individuo come una passione, cosicché ogni evento dell’esistenza si affronta con la passione.

La decisione di staccare le macchine che tenevano in vita Alfie è stata presa tenendo in considerazione esclusivamente il bene del bambino. Può mai essere un bene farlo morire? Si, purtroppo si. I giudici hanno sentenziato che il volere dei genitori di Alfie (trasferirlo in Italia correndo il rischio di vederlo morire sull’aereo o comunque continuare a tenerlo in vita) è contrario all’interesse del minore. “Alfie è un figlio di Dio, e come tutti i figli di Dio, se deve morire, morirà nei tempi che Dio ha previsto per lui”, ha detto il papà di Alfie in udienza dal Papa. In realtà i tempi in queste circostanze li prevede la scienza con le sue macchine, con le flebo per l’alimentazione artificiale, con il respiratore. Non Dio.

 




 

(26 aprile 2018)

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