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Sanremo 2018 o della prevedibilità paesana

di E.T. #Sanremo2018 twitter@iiiiiTiiiii #sic

 

 

Chi sarebbero stati i vincitori si sapeva da quando hanno annunciato chi avrebbero voluto/dovuto/potuto squalificare, così che la coppia Meta/Mori alla fine ha trionfato, di fronte a quegli scalmanati de Lo Stato Sociale, operazioncina finto-alternativa per bigotti di sinistra che credono ai finti restyling di Bergoglio e si sentono buoni perché applaudono il negretto sul palco sanremese, ed alla più festivaliera delle tre canzoni finaliste, quella di Annalisa il cui brano ricorda nemmeno troppo da lontano una canzone di una decina di anni fa che partecipò all’Eurofestival, ricordo che la cantante difendeva i colori dell’Austria e che il brano mi piacque molto. Del di lei nome colpevolmente dimenticai.

Dunque il Festival del Botulino e del Geriatrico Spinto si è concluso con un’ovazione all’ovvietà: 58,3% di share, tre minuti di pubblicità ogni dieci, la presentatrice-emmenthal divorata dalla sua stessa retorica prosopopea, Favino che sempre meglio nudo ed il capolavoro di Ornella Vanoni, quinta nella classifica generale, che vince il premio alla miglior interpretazione e guarda Claudio Baglioni con non troppo celata insolenza mentre, indicando la targa, gli chiede “Cos’è questa?”.

L’accompagnano nel retrobottega in due, perché per gli anziani c’è sempre qualcuno disposto a sacrificarsi. Tanto prima o poi crepano.

L’apice del cialtronismo della pseudopolitica per masse normalizzate quando Piefrancesco Favino interpreta il monologo da La notte poco prima della foresta di Bernard-Marie Koltès, appena messo in scena all’Ambra Jovinelli di Roma e che emoziona tutti. Chiedo scusa, ma a me no. Anche perché come un triste presagio che conferma il voltagabbanismo italiano per convenienza ecco la già comunista, già di sinistra, già grillino-raggica Fiorella Mannoia che onora l’impegno faviniano con la sua presenza, le sue mani sempre allo stesso posto, le solite modalità comunicativo-gestuali, la solita nota che canta dal 1986 e la solita aria dell’io sì che sono impegnata altro che voi zotici che anche basta. Poi la affianca il Principe del Botulino che non può aprire troppo la bocca sennò gli casca uno zigomo. Eccoli così l’unica rappresentante degna di fregiarsi dell’impegno politico canzonettiero italiano che si riscopre comunista da potere al popolo come se agli immigrati-poverini non avesse potuto pensarci anche quando gridava urbi et orbi il suo amore per Virginia Raggi.

Ora per favore non mi accusate di mischiare la politica con la canzonetta. Lo hanno fatto sul Palco dell’Ariston. E molto peggio di me.

Si conclude così l’ennesimo triste evento venduto, ad usum pubblicitate televisiva, ad un pubblico disposto a sorbirsi qualsiasi cosa pur di non alzare il culo da dove si trova, sia il divano di casa propria o l’ufficio dove fa un lavoro che odia e del quale si lamenta da trent’anni, e che – nemmeno troppo in fondo – ha proprio quello che si merita. Anche certe recensioni. Il livello artistico della manifestazione è confermato dal ventesimo posto della musicalmente fantastica canzone di Elio & Le Storie Tese. Tutto il resto è Italia.

 




 

(11 febbraio 2018)

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