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Ci scrivono che i nostri commenti sono di parte… Come se non lo sapessimo

di Daniele Santi, twitter@gaiaitaliacom

 

Poche ore fa un sedicente “genderqualcosa”, il nome del suo profilo iniziava con gender che va tanto di moda anche tra chi lo usa a sproposito, rendeva noto via Twitter che un nostro articolo su Virginia Raggi era “di parte” e che insultava la sua e la nostra intelligenza. Posto che ad insultare la nostra intelligenza ci pensano altri, in particolare coloro che non capiscono che ciò che facciamo lo facciamo apposta, con coscienza, con consapevolezza, a ragion veduta, insomma facendo tutto ciò che loro non fanno, questo signore doveva preoccuparsi solo della sua intelligenza, dato che millantava di esserne dotato.

Sono stato, e questo giornale non mi ha mai imposto di non scriverlo, un simpatizzante della prima ora del M5S ed ho sinceramente creduto che si trattasse del più eccitante progetto politico visto in Italia negli ultimi trent’anni: ho creduto sinceramente che fossero la novità che avrebbe potuto cambiare le cose. Ma è bastato poco, perché c’ho sempre visto assai bene, per capire invece che sarebbe andata assai diversamente da come pensavano coloro che guardavano con attenzione al Movimento, perché i falchi assetati di soldi che si preparavano alla pugna per la poltrona non erano impreparati, erano più che impreparati. E stavano andando a suicidarsi insieme a coloro che si sarebbero trovati a governare. Nomi e cognomi? Nemmeno uno. Ci pensano già coloro che tacciano noi di essere di parte, come se lo avessimo mai nascosto, ad infettare l’aere e pure il webbe con le loro pettegole flatulenze e liste di proscrizione.

Quindi appurato che siamo di parte potete pure andarvene ad appoggiare le vostre inutili natiche da qualche altra parte. Sperando che non siano poltrone parlamentari, di governi locali o regionali. Che quelle che c’avete posato già bastano.

Ma c’è qualcosa che sfugge ai più critici verso questo giornale che produciamo ogni giorno. Qui dentro tutti, e quando scrivo tutti intendo tutti, scrivono ciò che vogliono. Il Capo l’ha ribadito nella sua rubrica più volte e sono a sottolinearlo anche io, perché così è. Quindi se invece di insulti sui social scriveste in modo articolato e senza invenzioni fantasiose di tempi verbali, ciò che pensate attraverso una civile email alla nostra redazione – tanto per parlare di un mezzo obsoleto, certamente trovereste spazio. E non insulti.

Ma l’articolare un pensiero coerente all’interno del vuoto pneumatico che i vari terroristi da web sottotitolo hater in una parola coglioni che tutto ciò che sanno fare è inventarsi fantasiose teorie su come peggiorare il mondo, credere che la terra sia piatta perché l’ha detto un rapper e che tutti siano lì per fregarli meno coloro che li stanno fregando sul serio, è impresa quasi impossibile perché essi sono impegnati tutto il giorno a scrivere e postare cattiverie su qualcun altro, togliendo così tempo alla propria vita ed impedendosi un così normale piacere come quello di trovarsi un lavoro e guadagnarsi uno stipendio: perché c’è sempre il reddito di cittadinanza al quale ho diritto semplicemente perché respiro, perché lo ha detto un grillo e perché io sono stato così imbecille da credergli.

Eccoci quindi al termine di questo inutile pezzo che scrivo per ribadire che libertà non vuol dire insulto, che essere di parte non vuol dire essere a favore di qualcos’altro – noi siamo contro le attuali politiche del M5S, ma non vuol dir che siamo a favore di quelle di qualcun altroche essere di parte dichiarando di essere di parte perché si ritiene che si stia andando in una direzione sbagliata non è essere contro, è essere profondamente a favore ed altrettanto profondamente preoccupati per la piega che stanno prendendo gli eventi.

Il vero problema, vedete [cit.], non è l’opinione che si esprime, ma è l’incapacità dei critici di competere dialetticamente e civilmente con coloro con i quali non sono d’accordo; è la profonda rabbia che questi giocherelloni da social network manifestano contro tutto e tutti; è l’inconsapevolezza che la loro profonda rabbia obnubila la capacità di giudizio; è l’agire di pancia senza curarsi delle conseguenze. E’, infine, la solita vecchia infausta tendenza degli Italiani a seguire chi grida più forte senza preoccuparsi di ascoltare ciò che dice.

C’è poi la nuova via del social, che è la più perversa: scarico lì la mia rabbia, tutta la mia energia. Così una volta sfogatomi posso uscire, ubriacarmi, farmi un po’ i cxxxi miei e ricominciare il giorno dopo con la nuova vita da demente da social. Tanti auguri.





(7 ottobre 2017)

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