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Per Massimo D’Alema la sinistra è quella cosa che serve a far vincere la destra

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di Il Capo, twitter@gaiaitaliacom

 

 

Il leader Massimo, dopo la sua favolosa creatura che rinnoverà la sinistra e la sua missione – quella di non arrivare alla soglia di sbarramento del 3%, se soglia di sbarramento ci sarà – lasciate le uve, le vigne e le bottiglie, nonché la Fondazione opima di soluzioni politiche e grandi obbiettivi per l’Italia e l’Europa, si è lanciato nel baratro dell’apocalittismo politico con interventi tesi a magnificare la salvifica missione di Art.1-Mdp, vera sinistra unica e possibile, così vera che riconosce in sé l’unica missione della sinistra dalemiana che è, dalla notte dei tempi, quella di far vincere la destra. Essendo quindi il PD di Renzi, nel delirio in politichese del leader Massimo, la vera destra, il PD può stare tranquillo: le elezioni sono già vinte.

Il leader Massimo, con la sua favolosa creatura che rinnoverà la sinistra e la sua missione – quella di non arrivare alla soglia di sbarramento del 3%, se soglia di sbarramento ci sarà – ha però raggiunto il suo obbiettivo principale: tornare ad essere l’ombelico della sinistra (qualora Fratoianni volesse sbugiardarlo ci toglierebbe un peso, ma essendo SI a rischio, viste le soglie di sbarramento possibili, una coalizione-poltronificio potrebbe richiedere un’alleanza, così meglio stare zitti) ed essere invitato dalle televisioni nazionali, sempre pronte a genuflettersi davanti al potente di turno, che se è anche anti-Renzi è meglio, non in nome dell’audience, ma in nome della linea editoriale che salvaguarda il posto di lavoro. Qualora il concetto non fosse chiaro citeremmo, con tutto il rispetto, la metamorfosi di Floris che non è un libro, è solo un pessimo esempio.

Il leader Massimo partecipa a convegni, eventi, feste di sinistre lillipuziane, parla di fronte ad una ventina di persone per volta ed infiamma i cuori con il racconto di ciò che dovrebbe essere la sinistra di governo che al governo non solo non c’andrà mai, ma mai c’è stata. In delirio di autocompiacimento si lamenta della formazione della Roma (e Di Francesco gli ricorda garbatamente che avendo lui, D’Alema, vinto tutte le elezioni quando avrà bisogno di vincere gli chiederà consiglio) e si trasforma in esperto pure di calcio, cosa che Berlusconi faceva assai meglio perché quando il Milan vinceva, vinceva tutto. E sul serio.

E sul serio, D’Alema ha solo perso e ha solo fatto opposizione. E quella la faceva benissimo. Un po’ come i 5Stelle che sono abilissimi nel trovare i punti deboli altrui e renderli pubblici salvo poi rimediare tremende figure una volta al governo, Massimo D’Alema fece discorsi memorabili contro Silvio Berlusconi da capo dell’opposizione, salvo poi fallire miseramente quando dovette fare qualcosa di serio.

Chi ha frequentato la politica scritta e letta, o anche quella attiva, ricorderà la spaventosa figura del leader Massimo in quella cosuccia da ridere chiamata Bicamerale che doveva sancire la pax televisive secondo il concetto contadino del 50% a te e 50% a me. Gli andò male. Furioso orchestrò la caduta del governo Prodi e, piazzato il professore a capo della Commissione Europea perché lontano dagli occhi lontano dal cuore, visse il suo momentino di gloria come Presidente del Consiglio. Di quel momento si ricorda poco. A parte le agenzie di lavoro interinale che hanno distrutto il mercato del lavoro. Che magari sarà anche una cosa di sinistra.

Poi il ritorno del leader Massimo che coincide con il “No” a tutto che ha resuscitato l’ex-Cavaliere. E quei venti per volta che zoppicano ad ascoltarlo a spellarsi le mani dagli applausi mentre lui, al Corriere di Cairo, dichiara che il “Rosatellum è indecente ed aberrante”. Parola di uno che di indecenze ed aberrazioni (politiche) se ne intende




(27 settembre 2017)

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