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“Giustappunto!” di Vittorio Lussana: Gli “influencers” e la società dei “poveri scemi”

di Vittorio Lussana, twitter@vittoriolussana

 

 

Finalmente è ‘saltato fuori’ chi, in questo torbido Paese, continua a mescolare informazione e pubblicità, incasinando tutto un ‘mondo’, quello giovanile, che regolarmente giunge nelle nostre redazioni con la convinzione che ogni cosa o persona possa esser messa in ‘vetrina’. Si tratta degli ‘Influencers’: nuova progenie di ‘marchettari’ i quali, non sentendosi vincolati da alcun criterio deontologico o professionale, si fanno pagare dalle aziende per fare pubblicità occulta sui social network, oppure per dare consigli a followers, fans e seguaci vari sui prodotti maggiormente di tendenza o alla moda. Noi, di certo, non demonizziamo il mercato, sia ben chiaro. Tuttavia, esso va regolato e corretto, poiché è paragonabile a un cavallo che corre a ‘briglie sciolte’, col rischio di trascinarci tutti quanti verso un burrone. Purtroppo, in Italia vincono sempre, soprattutto mediaticamente, le ‘mezze verità’. E il cosiddetto ‘crollo delle ideologie’, qui da noi è stato fatto passare come una vittoria assoluta del capitalismo più sfrenato e selvaggio, senza comprendere che ciò non era affatto quel che stava accadendo storicamente.



Quella del 1989 è stata la vittoria della democrazia sui totalitarismi, ma ciò non ha minimamente intaccato le diverse tesi dottrinarie che, ancora oggi, si confrontano nel mondo dell’economia politica, tra chi propende per la produzione di ricchezza e chi, invece, si preoccupa di una sua più equa redistribuzione. La caduta delle ideologie non è stata affatto la vittoria di tutto ciò che è biecamente commerciale. Ecco perché degli emeriti ‘signor nessuno’, per aziende e mercati contano più di professionisti, docenti e intellettuali, generando una società ‘rovesciata’, in cui puoi essere assunta presso un’emittente televisiva perché sei una bella ragazza, non perché sei una brava conduttrice o un’attrice di talento. Ecco da dove discende la confusione di un’ignara ‘platea’, secondo la quale la vera ‘notizia’ è la pubblicazione di un libro, non il contenuto inedito o le novità che esso contiene. La nostra attenzione, insomma, non è più ‘dentro’ alle cose, nella loro essenzialità, ma ‘fuori’, nella vuota ‘forma’, nella pura immagine. Ma attenzione: non si tratta del sopravvento di un nuovo ‘formalismo di massa’, che sotto il profilo comportamentale potrebbe essere persino auspicabile, per le sue ricadute pedagogiche ed educative, bensì di un rozzo ‘materialismo’, imperniato sul mero possesso delle cose: si cena al fast food perché lo fa Belén Rodriguez; ci si mette un paio di occhiali ‘griffati’ perché li porta Alessia Marcuzzi; si indossano un paio di leggings di una determinata marca perché evidenziano il ‘lato B’ di Anna Tatangelo. Tutto ciò produce una mentalità collettiva puramente commerciale, senza scopo e senza senso, in cui nessuno si preoccupa di fornire un significato, un linguaggio semantico, un ‘segno’ qualsiasi alle cose che acquista o consuma. Un materialismo irrazionale, che alla fine ci consegna una società superficiale e astratta, in cui per trovare una persona ‘normale’ ti devi armare del classico ‘lanternino’ di Diogene e andartela a cercare per mari e per monti. Ha dunque fatto benissimo l’Antitrust a prendere sul serio la denuncia dell’Unione consumatori: qui non stiamo andando verso una società di ‘artisti’ o di ‘eccellenze’, bensì di ‘poveri scemi’, totalmente dissociati da se stessi. Ma pur prescindendo dalle questioni etico-sociali, ‘due criteri due’ li vogliamo fissare in queste cose? Siamo solo noi giornalisti quelli tenuti a rispettare delle regole deontologiche, per poi sentirci dire dai ‘cretini a 5 stelle’ che siamo succubi di editori e ‘poteri forti’? Suvvìa, cominciamo a togliere certe ‘fette di prosciutto’ dagli occhi degli italiani: è questo il solo e unico modo per allontanarci dal ‘pantano’ della mediocrità.

 




 

(27 luglio 2017)

 

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