Usa Internet il 60% degli Italiani, penultimi in Europa e sempre più moderni

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di Daniele Santi

 

 

 

Nella sua Relazione annuale alle Camere sulle telecomunicazioni, il Garante per le Comunicazioni e presidente dell’AgCom Cardani ha reso noto che la Rai ha superato Mediaset  nei ricavi (al 30%, con Sky al 32% e Mediaset al 28%). Cardani non ha reso noto, magari lo sapesse, se e quando la televisione pubblicha deciderà anche di fare una programmazione decente, ma trattasi di altra storia.

Ciò che inquieta, ma trattandosi di cose italiane nemmeno più di tanto, è l’analisi del mercato legato ad Internet ed alla fruizione che gli Italiani di Internet fanno. Intanto la usa il 60% della popolazione dello stivale, ché digitare stanca, e siamo penultimi in Europa con paesi che gli Italiani considerano poco più che buzzurri ormai completamente digitalizzati. Sono sei nuclei famigliari ogni dieci quelli raggiunti da Internet mentre lo Stato e le società di telecomunicazioni si preparano a lanciare la rete ultra-veloce, ma agli Italiani non gliene frega niente. O poco. Lo dimostra il fatto che gli abbonamenti alla banda larga e larghissima arrivano solo al 12% con prezzi dei collegamenti tradizionali – scadenti! – decisamente troppo alti.

 



 

La questione meriterebbe un approfondimento scevro da ogni ironia, ma noi proprio non ci riusciamo, così che non possiamo esimerci dallo sperare in un futuro prossimo nel quale Internet sia usata dal 100% degli Italiani, sperando che il 40% che ancora manca all’appello ne faccia un uso meno imbecille dell’attuale 60%. Ma sappiamo che faremo la fine di quello che sperando morì non si può dire.

Interessante è Cardani che chiede una legge nazionale, o europea, contro le fake news e che rispolvera quell’elefante ibernato che è il conflitto d’interessi (riferito a Internet, of course, non alla pax televisiva a tre), spingendosi fino a chiedere che la promessa dei colossi di Internet di mettere in campo algoritmi capaci di pulire l’informazione dai falsi non d’autore non resti solo una promessa. Cardoni ricorda poi che il settore editoriale perde il 25% dei ricavi. E anche che si licenziano cronisti e si rende il loro lavoro instabile o precario. Lo scrive Repubblica.

 

 

 

(11 luglio 2017)





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