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HomeGiustappunto!"Giustappunto!" di Vittorio Lussana: La Questione Culturale/Inchiesta (seconda parte)

“Giustappunto!” di Vittorio Lussana: La Questione Culturale/Inchiesta (seconda parte)

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di Vittorio Lussana  twitter@vittoriolussana

 

 

 

 

 

 
LA LETTERATURA

 

Oltre all’appiattimento del cinema attorno a modelli antropologici puramente evasivi e di consumo, in Italia è venuta a mancare una risposta illuminata e lungimirante anche dal mondo della cultura generalmente inteso. L’andazzo complessivo della nostra produzione letteraria, infatti, è stato soprattutto quello di concentrarsi esclusivamente sulla drammatica estinzione delle nostre tradizioni contadine e preindustriali, in forma ora di idillio, ora di epicedio straziato verso i suoi ‘Ragazzi di vita’ per Pier Paolo Pasolini; di resoconto di una forzata irruzione della Storia in un mondo quasi immobile per Ferdinando Camon (‘Il quinto Stato’); di soave follia per Luigi Malerba (‘La scoperta dell’alfabeto’); di incurabile ipocondria verso i sentimenti, aggravata dal lavoro in fabbrica, per Paolo Volponi (‘Memoriale’). Il mondo del lavoro e tutto ciò che l’ha sempre accompagnato, in termini di alienazione umana e di una realistica analisi dei suoi specifici problemi, raramente è apparso in primo piano all’interno della nostra produzione culturale. Il cosiddetto ‘romanzo industriale’, un genere che ha avuto grandi momenti di splendore in Germania, Francia e Inghilterra, qui da noi non è mai riuscito a emergere dal ‘documentarismo’ più asettico e impalpabile. In chi ha sofferto una realtà di dissoluzione materiale, spirituale, morale e culturale, rimpianto e nostalgia si trasformano in qualcosa di ovvio, che non solleva problemi particolari. Ed è forse per questo motivo che l’unico scrittore impegnatosi a redigere con occhi veramente ‘asciutti’ il certificato di morte di un passato composto eminentemente da ‘Dio, Patria e Famiglia’ sia stato Luigi Meneghello (‘Libera nos a malo’ e ‘Pomo pero’), il quale ha saputo mettere il proprio ‘illuminismo’ al servizio di un più logico ‘inventario linguistico’: se istituti, cibi, abiti, mestieri, giochi, ornamenti, farmaci, usanze domestiche e persino odori e sapori della vecchia ‘Italietta contadina’ si sono ‘inabissati’, occorre salvare la nostra memoria attraverso una serie di ‘tecniche di vita’ in grado di ‘infilzare’ con lo spillo dell’entomologo quelle parole che, per intere generazioni, hanno rappresentato un senso corrispondente alle ‘cose’. Ma a parte tali eccezioni, il mondo della produzione letteraria italiana è rimasta a lungo ‘trattenuta’ da un perdurante giudizio anti-industrialista, incapace di aprirsi a una critica ‘superatrice’ del capitalismo. Ciò è avvenuto proprio a causa della politica culturale del Partito comunista italiano, il quale ha coltivato a lungo la paura dello sviluppo economico giudicando il ‘congelamento dei dualismi’ e delle permanenze pre-industriali come il viatico migliore per la crescita delle forze produttive, al fine di una transizione democratica al socialismo. Ma tale errore, a sua volta, è disceso dai ‘filtri’ a cui è stata sottoposta, qui da noi, la dottrina di Karl Marx dai due autori più amati, Antonio Gramsci e Gyorgy Lukacs, i quali, per ragioni diverse, sono sempre stati assai poco attratti dai problemi della modernizzazione: il primo, in quanto pensatore sostanzialmente ottocentesco; il secondo, perché non è mai riuscito ad andare oltre una concezione assai rigida della ‘totalità dottrinaria marxiana’. Pertanto, i tentativi migliori di riannodare i fili della riflessione di Marx all’evoluzione della società industriale – come per esempio quello di Galvano Della Volpe, che ha sempre insistito sul metodo ‘galileiano’ del filosofo di Treviri, tentando di aggirare autentici ‘macigni concettuali’ quali quelli di ‘rivoluzione’ e ‘socialismo’ postulando una ‘transvalutazione normativa’ della democrazia che passasse attraverso una serie di coraggiose ‘riforme di struttura’ – sono sempre stati ‘stroncati’ da bruschi richiami all’inammissibilità dei ‘saperi eclettici’. Di fronte a simili ‘lumi di luna’, la conseguenza culturale più devastante è stata quella di una vera e propria messa in ‘quarantena’ delle cosiddette ‘scienze sociali’: mentre in tutti gli altri Paesi occidentali venivano regolarmente pubblicati i grandi classici della sociologia, da Weber a Durkheim, da Tonnies a Thomas e Znaniecki, da Aron a Kelsen, da Fromm a Galbraith, in Italia si è continuato a ‘setacciare’ la letteratura marxista e post-marxista internazionale proponendo Baran, Braveman, Lukacs, Sweezy, Horkheimer, Adorno, Marcuse e persino Mario Tronti. Esaurito il filone neorealista, la narrativa italiana, per parte sua, è vissuta in una sorta di ‘limbo’ complessivamente riluttante ad assumere ogni genere di trasformazione come oggetto di riflessione critica, vagabondando ‘straccamente’ tra un intimismo totalmente soggettivo e un ‘indifferentismo’ allergico a ogni cosa: dalla televisione al cinema, dal calcio al turismo di massa. In forme linguisticamente assai diverse, solo tre romanzieri hanno assunto, nei riguardi del loro tempo, un atteggiamento che non fosse di supina accettazione o aristocratico disdegno: Pier Paolo Pasolini, che con angoscia quasi mistica ha censito le potenti attitudini mortifere della modernità; Italo Calvino, che è riuscito a conservare una fiducia tutta illuminista nella possibilità di riuscire a dominare razionalmente il “brulicante mare dell’oggettività”, contemplando il mondo dall’alto (come il suo ‘Barone rampante’, che decide di trascorrere la propria vita sopra a un albero); infine, Leonardo Sciascia, la cui ‘sicilitudine ombrosa’ risulta freddamente applicata a un’implacabile diagnosi dell’organizzazione pianificata del male nelle società soggette a processi di arricchimento inegualitario e troppo accelerato.

 

 

 

(22 dicembre 2016)

 

 

 

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