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Quelli che hanno voglia di mandare tutto a… Sui social, of course

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foto: Cristian Gennari/Siciliani

di Il Capo

 

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Abbiamo avuto, tra coloro che frequentiamo virtualmente e non, numerosi casi di persone affrante dal risultato elettorale che non ha corrisposto a quel rinnovamento [sic] che essi si aspettavano. Si tratta per lo più di persone ansimanti delusioni e prolusioni leopardiane, il cui ottimismo genera mostri: addirittura più che il sonno della ragione. Tra loro numerose sono le anime in pena che, dopo lungo elucubrare, hanno deciso che la riforma proposta dal governo andata bocciata perché “non li convinceva” – non li convincevano, per intenderci, l’abbassamento della quota dei seduti sugli scranni del senato e dei milioni da spendere. Quelle riforme che, per dire, diplomati in informatica hanno giudicano incostituzionali come le decisioni di Mattarella, non solo Presidente della Repubblica, ma insigne professore di diritto – salvo ora sentire che gliel’hanno messo in quel post (per dirla con un post) perché il Presidente della Repubblica ha seguito la prassi costituzionale nell’affidare l’incarico a Paolo Gentiloni. Sono tutti lì, disperati, a piangersi addosso perché le cose non sono cambiate nonostante loro abbiano espresso un voto che non solo non le ha cambiate, ma ha di colpo catapultato l’Italia da una possibile terza repubblica alla prima. Altrettanto numerosi sono coloro che, sdegnati, dopo avere postato il loro dolore si ritirano sul solitario colle del “non me ne frega niente di questo e di quello e nemmeno di quell’altro, basta sedersi, leggere e capire…”. E’ facile intendere che non è qualunquismo, non è essere staccati dalla realtà, non è rifiutarsi di vedere le cose come stanno. E’ delusione che si manifesta in sfiducia e lamento. Sul social. Che grande impegno sociale. Che grande capacità di analisi del periodo storico. Che grande assunzione di responsabilità rifiutarsi di capire, non vedere al di là della propria opinione e quindi piangersi addosso sui social. O è invece una cosa da poveracci? Non è polemica, la nostra. E’ ignoranza.

 

 

 

(13 dicembre 2016)

 

 

 

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