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Oggi, 11 ottobre, è il “Coming Out Day”

coming-out-daydi Paolo M. Minciotti

 

 

 

 

 

 

 

 

Al Gay Village romano, un paio di anni fa, ci si incontrò per parlare al folto pubblico presente del suicidio di un giovanissimo, gettatosi dal tetto del condominio dove viveva, per una delle tante terribili storie di discriminazione ed abusi psicologici che le persone omosessuali, bisessuali o transgender continuano a subire in una società come la nostra impreparata, meschina, sessuofoba, omofoba, transofoba, perché profondamente, cattolicamente, ipocrita.

 

Di quella serata ricordo l’intervento veemente di Imma Battaglia, con la voce rotta dalla commozione, ed un altro intervento che si chiedeva se “noi che siamo, o siamo stati leader di quello che chiamiamo il movimento omosessuale di questo paese” fossimo (fossero) proprio “sicuri di avere fatto tutto il possibile per preparare i giovani che decidono di non nascondersi, più alle conseguenze di un coming out, in una società come questa”, concludeva l’intervento, pacato e con voce rassicurante, riflettendo sul fatto che “i troppi suicidi dimostrano che no, non l’abbiamo fatto, e siamo ancora qui a parlare della morte altrui”.

 

Prendo spunto da quella serata per parlare dell’11 maggio come giornata del Coming Out, grazie a un facile (e facilone) slogan che parla del momento in cui si smette di “essere omosessuali per diventare gay” [sic]. Gli slogan sono slogan e come tali vanno presi, quindi su quello non mi soffermerò. Da persona omosessuale, nemmeno tanto vecchia, mi permetto invece di contestare l’uniformità di comportamenti, di sentimenti, di vissuti, di esperienze e di vite che troppo cialtronescamente si riassumono sotto il termine “comunità gay” che davvero, nella nostra realtà, non significa nulla perché in Italia, semplicemente, “comunità” non si è capaci di esserlo. Lo dimostra l’associazionismo di questo paese, non solo quello LGBT, composto da capi, capetti, sottoposti, falliti sociali che nell’associazionismo recuperano quelle cariche che sono loro sfuggite dove avrebbero avuto un senso e conducono patetiche battaglie per il potere perché la poltroncina piace tanto, nel nostro paese. Anche quando è un ridicolo seggiolone. Per queste, e per molte altre ragioni, in quell’uniformarsi sotto il termine “gay”, che sta per comunità”, non mi riconosco, non mi sono riconosciuto, né mai mi riconoscerò.

 

E’ questa la riflessione che mi stimola la giornata di oggi: fare “Coming Out” in un paese come il nostro, comporta avere coraggio e spalle larghe, anche oggi che almeno il riconoscimento delle Unioni Civili è stato ottenuto. Un coming out dopo l’altro le cose cambieranno, ma il semplice fatto di “fare Coming Out” non significa risolvere automaticamente ogni problema, personale o sociale. E’ con troppa faciloneria che l’associazionismo LGBT trasmette messaggi rassicuranti su questioni molto più complesse di quanto appaiano come se l’essere #gay (con l’hashtag!), ritrovarsi un un’appartenenza (quale?), fosse il miracolo che garantisce una vita protetta da discriminazione, bullismo, omofobia, isolamento. Non si possono raccontare panzane con simile faciloneria.

 

E ora, è diventata la nostra parola d’ordine, linciatemi.

 

 

 

 

 

(11 ottobre 2016)

 

 

 

 

 

 

 

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