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Giustappunto! di Vittorio Lussana, Giustizia italiana: un mondo alla rovescia

Vittorio Lussana 02di Vittorio Lussana  twitter@vittoriolussana

 

 

 

 

 

 

 

La vicenda di Tiziana Cantone dimostra ampiamente la ‘tagliola’ in cui regolarmente ci si ritrova, in Italia, allorquando si ha a che fare con gli ambienti che si occupano di giustizia. Tu puoi anche aver ragione, ma non puoi difenderti se non hai i mezzi per poter anticipare grosse somme di denaro ai tuoi avvocati, altra bella categoria di ‘simpatici cazzoni’, come i commercialisti ‘casinisti’ e i tanti giornalisti ‘ricamatori’ di ‘frottole’, stracolme di sentimentalismi e scarse, scarsissime, notizie. Tuttavia, qui da noi non esiste soltanto la ‘lobby’ degli avvocati, con la loro superbia e arroganza: c’è anche quella dei giudici. Di recente, ho avuto modo di assistere a un monologo teatrale che ha raccontato la drammatica vicenda di Palmina Martinelli, una quattordicenne di Fasano, nota località del brindisino, arsa viva alla fine del 1981 perché si era rifiutata di fare la prostituta per la Sacra Corona Unita, la mafia pugliese. Durante il mese di ‘coma’, la bambina era comunque riuscita a dimostrare una ‘viva lucidità’, certificata da medici e psicologi, denunciando chi l’aveva ridotta in quello stato pietoso. La testimonianza fu raccolta dal pubblico ministero che si occupò del caso. Un magistrato il quale, nonostante avesse per le mani una prova ‘schiacciante’, non è mai riuscito, in nessun grado di giudizio, a ottenere giustizia. Al contrario, l’ultima parola emessa dalla Corte di Cassazione è stata un’assoluzione con formula ‘piena’ a favore degli imputati, “per non aver commesso il fatto”. Una sentenza arrivata dopo che nei processi di primo e secondo grado, i giudici chiamati ad analizzare le prove raccolte avevano sempre considerato la testimonianza di Palmina inattendibile, se non addirittura calunniatoria. Nelle procedure processuali italiane vige – o dovrebbe vigere – il principio dell’onere della prova: se un magistrato è in possesso di una testimonianza incontrovertibile, registrata su nastro dal pubblico ministero in persona – un’incisione ‘tecnicamente nitida’ e pienamente comprensibile, nonostante i 35 anni trascorsi – dovrebbero essere gli imputati a dimostrare, con prove inoppugnabili, di esser stati tirati in ‘ballo’ per errore, oppure per vendetta. Invece, nel caso di Palmina Martinelli le sentenze che si sono succedute sono sempre state di “insufficienza di prove”, fino al ‘colpo di spugna’ finale deciso in Cassazione per ostinata volontà dei legali degli imputati, i quali hanno costantemente ricevuto, nel corso degli anni, grosse somme dai propri assistiti per poter ottenere, a tutti i costi, il proscioglimento con formula ‘piena’. Insomma, chi è più ricco vince, qui da noi. Ma chi ha più soldi non sempre è la vittima di un reato. Al contrario, molto spesso è il colpevole. Eppure, noi andiamo avanti così, con una magistratura che proprio non riesce ad addentrarsi nei meandri di quanto accade veramente nella nostra vita quotidiana. Un recente caso ‘civilistico’, istituito all’inizio di quest’anno presso il Tribunale di Milano, ha totalmente ribaltato un dibattimento avvenuto nell’ambito di un contenzioso in cui l’acquirente di un ristorante era chiamato a completare il proprio pagamento, già rateizzato ‘ab originem’ tramite ‘cambiali’. In buona sostanza, il Tizio in questione si era ‘fatto lo sconto da solo’, dimezzando il prezzo di vendita dell’esercizio. Durante l’udienza, il giudice ha dunque proposto una ‘via di mezzo’ a titolo compensativo, abbassando più volte la somma della tentata conciliazione pur di convincere il debitore a regolare la questione. Niente da fare: il debitore non ha voluto saperne di riconoscere, almeno in parte, quanto dovuto. E la sentenza finale lo ha addirittura premiato, condannando il creditore a pagare le spese legali del processo. In buona sostanza, siamo nel regno dell’incontrario incontrastato, in un mondo alla rovescia. E stiamo evitando, per pura ‘carità di Patria’, di ‘rispolverare’ il ‘caso Tortora’ o i numerosi processi subìti da Pier Paolo Pasolini per i suoi bellissimi romanzi sulla vita, miserabile e crudele, delle borgate romane. La giustizia, in Italia, è un meccanismo diabolico, in cui vince il più forte, oppure il più ‘furbo’, in quanto basata, sostanzialmente, sul danaro.

 

 

 

 

 

(14 settembre 2016)

 

 

 

 

 

 

 

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