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#Visioni di Mila Mercadante: PokemonGo, Pokestop, e Pokebasta

Pokémon Godi Mila Mercadante  twitter@mila56170236

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ una fabbrica, una fabbrica di nanerottoli che non dormono mai.

 

Kohei Uchimura, un atleta giapponese tra i più grandi al mondo, per non perdere certi pupazzetti che pare esistano solo negli Stati Uniti, una volta giunto in Brasile – più che pensare ad allenarsi – s’è dato alla caccia forsennata, fino ad accumulare una bolletta telefonica di oltre 4000 euro. Un tizio è entrato in una chiesa e si è precipitato sull’altare. Mentre il parroco diceva messa lui fissava una parete in alto, tendeva lo smartphone in quella direzione e saltava: il Pokemon era troppo lontano e non riusciva a beccarlo. In spiaggia non ti lasciano tranquillo: se è il caso ti buttano giù dal lettino per catturarlo. Conosco una ragazzina che all’occorrenza di notte sveglia i genitori per costringerli ad accompagnarla in strada “Lo devo prendere, se ne va, se ne sta andando, fate presto vi scongiuro”. C’è gente che striscia sotto le auto in sosta, e c’è chi provoca incidenti. Neanche in bagno ti salvi: il Pokemon entra dappertutto, se non ti sbrighi a fare quello che devi fare il cacciatore demolisce la porta.

 

Camminano per strada senza guardare dove mettono i piedi, litigano tra loro, si mettono nei guai: una bambina negli USA si è imbattuta in un cadavere mentre cercava un mostricciattolo, nel Missouri quattro ragazzi sono stati attirati dai ladri in un Pokestop e sono stati derubati. Pokestop è un’app che viene utilizzata per creare una grossa concentrazione di pupazzetti, uova e gadget in un posto preciso della città. Di solito la utilizzano (e la utilizzeranno) i commercianti, i gestori di bar, ristoranti e paninoteche: paghi un tot all’ora e ti vedi arrivare orde di cacciatori, tutti potenziali consumatori. Anzi, togliamo pure “potenziali”. Nintendo sta cercando di coinvolgere catene come la Mc Donald’s: è sufficiente lanciare avvisi ai giocatori “oggi se vieni qui dalle ore 16 alle ore 20 ci sarà un’alta concentrazione di mostricciattoli” e il resto viene da sé. Il problema è che un Pokestop lo può attivare chiunque, a quanto pare. Coi bambini e le adolescenti bisogna starci attenti, non so se mi spiego. Telefono Azzurro ha già attivato un canale di informazione per evitare che ai minori qualcuno possa tendere trappole. PokemonGo per i ragazzi significa anche soldi: c’è chi si vende la posizione raggiunta per centinaia di dollari, o di euro, e c’è chi va a caccia per conto terzi dietro compenso. I tempi sono duri, si fa quel che si può.

 

Il gioco io l’ho scaricato, perché non mi va di parlare di qualcosa solo per sentito dire. L’ho scaricato e ho cercato i nanetti per un po’, finché non è arrivata la noia. Una noia abissale. Credo sia una questione generazionale, dunque sono salva. Mi preoccupano le vittime, piuttosto, i destinatari di questa entusiasmante campagna internazionale del rimbecillimento. Camperanno così, un gioco dopo l’altro, schivati dalle epoche? Perché? Perché perfino gli artisti disegnano Pokemon in mezzo alle macerie di Aleppo? Perché il sabato sera i ragazzi invece di fare sesso vanno a caccia di Pokemon? Perché? Forse perché ognuno di noi è isolato dagli altri, e la tecnologia dà una mano a ciascuno per procurarsi forme di rimozione o di cancellazione dell’angoscia. Forse perché rimanere 24 ore su 24 nel mondo reale se esso è tanto ingiusto, irrazionale e opprimente è difficile, pesante. Mentre giochi tutto si allontana: le facce, le destinazioni, i pensieri. Te ne vai in esilio in quella terra di visioni infantili e nel frattempo da qualche parte tutto sta succedendo senza di te, malgrado te, contro di te. La realtà aumentata placa le angosce. Purtroppo. Sarebbe molto meglio se l’angoscia crescesse e si moltiplicasse, così almeno accadrebbe quello che deve accadere: che ne so, una rivoluzione. La parola fa ridere? Concordo, ma è esattamente quel che ci vorrebbe e l’angoscia generalizzata – troppo spesso negata e non riconosciuta – è la benzina del motore, il segnale che annuncia il processo di cambiamento, la rivolta. La rivoluzione intanto la fanno “loro” contro la futura classe dirigente. Li stanno educando per benino. Se l’angoscia si riduce perché trova sfoghi creati apposta per far abbassare la tensione individuale, non succede niente. Si sta. Si coltiva un nichilismo insopportabile, e soprattutto si è meglio disposti ad accettare tutto. Lo vediamo bene che da ogni parte non si fa che contrapporre vecchi e giovani, esattamente come facevano i dittatori: mica scemi. I “vecchi” sono irrecuperabili, hanno un passato e girano al contrario, in direzione di quel passato, possono far paragoni, si possono incazzare, invece i ragazzi vergini di storia e predisposti ad assimilare il nuovo rappresentano lo strumento perfetto: bisogna fregarli subito, annacquare la realtà e il dinamismo collettivo, rubare energie non investite, energie pure ancora prive di un oggetto politico o storico su cui concentrarsi. A chi non sa più cosa farsene della libertà, prima gliela si toglie e meglio è.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(5 agosto 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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