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L’intervento di Matteo Renzi alla direzione nazionale del Pd del 4 luglio ha dato prova, piaccia o non piaccia, del grande carattere del premier che non solo non le manda a dire, ma non ha paura. Basterebbe, a definire il carattere del suo intervento, l’affermazione: “Io sono la dimostrazione che il Pd non è un partito con un padrone, ma un partito scalabile”, aggiungendo poi quindi: “Se qualcuno vuole che me ne vada convochi un congresso e lo vinca. Io sarò fedele ai nuovi organi dirigenti”. E sul referendum: “Se il referendum passa, la classe politica ha dato un segnale. È la più bella pagina di autoriforma che una classe politica abbia mai fatto in Occidente. Questo è il punto della riforma”.
Bersani aveva lanciato le prime molotov con uno dei suoi classici interventi che tutto voleva dire, ma senza sostanza: “La politica deve fare mediazione – aveva detto in mattinata – serve un’organizzazione: puoi farla flessibile, leggera ma senza si va a sbattere, si va contro un muro”, ci riesce francamente difficile capire dove Bersani volesse arrivare con le sue parole. De Luca parla di “Necessità di radicamento nel territorio”, “di aprirsi ai ceti produttivi metrolitani”, non “aprire fortini interni”.
Fassino fa un intervento di altissimo livello umano, prima che politico. Poi Gianni Cuperlo, che non dice nulla riempiendosi la bocca di concetti mutuati dai libri che ha letto, ed accusa il Pd (o meglio il suo segretario) di avere sbagliato il “racconto del paese”. Persino Vendola insegna a Cuperlo. Andiamo bene.
(4 luglio 2016)
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