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Home#Milapersiste#Visioni, di Mila Mercadante: L'insostenibile potere creativo del MacGuffin

#Visioni, di Mila Mercadante: L’insostenibile potere creativo del MacGuffin

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Hitchcock Mac Guffin 00di Mila Mercadante  twitter@Mila56102367

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Quando il fuoco di tutti i fuochi è andato perduto, la punizione di tutte le punizioni è la noia quale compimento del tedio per l’Esserci. Il suo desiderio più urgente è di venire disturbata. La curiosità è il disturbo della noia. Il MacGuffin è l’epifania.” La frase è del filosofo tedesco Hans Blumenberg. Il MacGuffin ha a che vedere col cinema: è stato Hitchcock a utilizzare il termine per indicare un elemento attrattivo che viene inserito in una trama, un nonsense che diventa fondamentale tanto per lo spettatore che segue il film quanto per gli attori che recitano: il MacGuffin è un elemento che rafforza la narrazione perché suscita grande curiosità. Sul web c’è una scenetta in cui Walter Chiari discute animatamente nello scompartimento di un treno con un viaggiatore che dice di custodire nel suo bagaglio un animale, un “sarchiapone”. Tutti i dialoghi, tutto il pathos e la tensione tra i due si basano su qualcosa che non esiste. Hitchcock per spiegare in maniera semplice il MacGuffin narrava una storiella, un dialogo tra due uomini in un treno: Il primo dice all’altro “Che cos’è quel pacco che ha messo sul portabagagli? E l’altro: “Ah, quello? E’ un MacGuffin”. Allora il primo “E che cos’è un MacGuffin?” e l’altro: “E’ un marchingegno che serve per prendere i leoni sulle montagne Adirondak”. Il primo fa: “Ma non ci sono leoni sulle Adirondak!” e l’altro conclude: “Allora questo non è un MacGuffin?”

 

Secondo Blumenberg il MacGuffin nella nostra vita preserva il senso stesso dell’essere, e ci fa andare avanti a scoprire tutto, dunque anche gli altri. Senza di esso – lo scopo – il moto delle cose del mondo si arresta, ed è allora che sopraggiunge la noia: privati del desiderio di credere che nella valigia del viaggiatore sul treno ci sia un sarchiapone oppure quell’aggeggio in grado di catturare leoni che neanche troveremmo sulle montagne, noi siamo privati delle ragioni per proseguire un cammino, e queste ragioni Blumenberg le chiama suspence, attesa. Andando avanti nella vita noi dobbiamo desiderare di svelare a noi stessi segreti, e l’ultimo che scopriamo giustifica il prossimo. Dopo aver letto Blumenberg mi sono domandata se la noia non sia una forza reazionaria e se questa non sia un’epoca storica disperata per aver perduto completamente quel benedetto MacGuffin, il potenziale creativo che sta nell’imprevisto, nell’aspettativa. In parole povere si potrebbe dire che il MacGuffin manca nei periodi della Storia in cui i totalitarismi dovuti a un pensiero che domina e che pretende di omologare e di screditare ogni tentativo di disturbo fanno sì che il nichilismo s’impadronisca degli uomini.

 

La curiosità – che è il primo e unico motore che ci spinge ad avere rapporti con gli altri esseri umani – in un momento estremamente complesso in cui la spietata ascesa del liberismo ha trasformato la struttura e la compagine di intere parti di mondo, è stata sostituita dalla diffidenza e dalla paura di perdere l’identità. Il senso diffuso di totale insicurezza si aggrava a causa del fenomeno imponente delle migrazioni: il migrante provoca la paranoica voglia di proteggersi. Solo a tavola accettiamo esotiche contaminazioni, ma una volta finito il pranzo si va precisando il confine invalicabile. Non abbiamo alcuna curiosità nei confronti di chi arriva, semmai proviamo sentimenti di pietas umana oppure di avversione. Nei bagagli di chi arriva da lontano ci sono un sacco di sarchiaponi, di MacGuffin, vale a dire domande e risposte e sorprese su noi stessi, eppure non ce ne importa perché siamo portati a immaginare soltanto un futuro disastroso e moltissimi pericoli. Che non vi sia più alcuna possibilità di considerare l’estraneo un amico o almeno un portatore sano di novità lo si capisce dalla spinta forsennata alla chiusura, alla difesa dall’assalto. Non la venuta, bensì l’assalto. L’estraneo si delinea come una figura simbolica, un “tramite” che ci mette in crisi, che mette in discussione tutto il nostro sistema economico, culturale e ideologico, tutti i fondamentali su cui finora si è tenuta in piedi l’impalcatura. Noi non vogliamo accettare che l’estraneo è il MacGuffin, è il movimento e il divenire contro l’assestamento e l’immobilità. Fosse anche l’inizio della fine di un’epoca, non l’arresteremo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(27 febbraio 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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