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#Visioni di Mila Mercadante: Creditori e debitori, la complicata storia dei buoni e dei cattivi

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Grecia Disoccupazionedi Mila Mercadante  twitter@mila56170236

 

Non ci sono più le mezze stagioni e nemmeno i ballabili. Anche le parole stanno cambiando il loro significato e la cosa diventa inquietante. Le dittature finanziarie le chiamiamo democrazie e unioni dei popoli, lo strozzinaggio lo chiamiamo salvataggio, le imposizioni si chiamano accordi e gli stravolgimenti delle nostre bellissime Costituzioni li chiamiamo riforme.

 

I paesi membri in sofferenza all’interno della UE non sono stati denominati PIIGS per disprezzo ma solo per riunirli in una sigla che non fosse cacofonica: se fossimo stati al posto degli europei del nord come li avremmo denominati, noi, il Portogallo, l’Irlanda, l’Italia, la Grecia e la Spagna? SIGIP? ISPIG? GIPSI? Ecco, anche GIPSI non è malaccio, è evocativo. Il modello di riferimento (de gustibus) è la Germania, e noi non possiamo competere, vero? Evadiamo il fisco, siamo corrotti. Siamo entrati nella UE con questo peso del peccato originale e con la convinzione d’essere fatti male, d’essere sbagliati. Come se i paesi cosiddetti virtuosi – quelli che decidono tutto – fossero senza macchia.

 

La Germania, della quale vale la pena di parlare non per partito preso o per capriccio ma perché è lei che governa per tutti, qualche macchia vistosa ce l’ha. La prima riguarda la memoria: non ha memoria del fatto che quando le fu concesso di pagare solo una piccola parte dell’immane debito accumulato nelle due guerre mondiali, tra i paesi creditori c’era la Grecia, e c’era pure l’Italia. Il debito tedesco ammontava a 23 miliardi di dollari nel 1945, una cifra mostruosa. Ne pretendemmo meno della metà, 11 miliardi, dilazionati in comode rate da versare per 30 anni. Bene,anche quelli sono stati pagati solo in parte, perché dopo l’unificazione delle due Germanie Kohl pretese la rinegoziazione dell’accordo onde evitare il default del paese. Concesso! Non è neanche il caso di dire che se non fossimo stati così magnanimi e comprensivi la Germania non sarebbe mai diventata il paese che è, mai e poi mai, e che il suo stratosferico debito avrebbe continuato a pagarlo fino al 2100 arrancando e soffrendo.

 

Oggi la ricca Germania ha una sua Grecia tutta personale: i Land tedeschi ex DDR a gennaio scorso sono andati in default. Tre milioni di tedeschi del nord – che sono stati sempre cittadini di serie B – sono precipitati molto al di sotto della soglia di povertà, se la passano peggio dei greci e vivono dei sussidi della Germania ricca. Come mai? Sin dal primo giorno dopo l’unificazione il paese adottò per i Land (e ancora porta avanti) le stesse politiche di austerità che vengono applicate nella UE agli Stati deboli. E’ un vizio, e visto che il metodo non sortisce risultati c’è da chiedersi come mai un popolo tanto razionale ed efficiente non cerchi di toglierselo, questo vizio. La Germania nella UE ha pure il vizio di sforare il tetto stabilito per le esportazioni, lo fa spesso e volentieri anche perché non le costa che qualche richiamo all’ordine: eppure questo vizio causa danni economici ragguardevoli agli altri paesi membri. Riesce a esportare tanto perché più capace? Con l’euro la Germania – partita in grande vantaggio – ha compresso molto i propri costi di produzione industriale con politiche salariali punitive, ma se avesse avuto il marco questo sarebbe stato impossibile dato che il marco si sarebbe automaticamente apprezzato diventando molto poco competitivo rispetto alle monete italiana, francese e spagnola: i tedeschi col deutsche mark il boom delle esportazioni se lo sarebbero sognato col binocolo.

 

E adesso veniamo al debito greco. E’ fondamentale chiarire e ricordare che il denaro che la UE ha prestato alla Grecia non è arrivato ai greci se non in piccolissima parte, mentre la grande maggioranza di quei soldi è stata utilizzata per risarcire i creditori del settore privato, vale a dire le banche tedesche e francesi. Per sostenere e rafforzare notevolmente quelle banche, la Grecia ha pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane e in termini economici. Il modo in cui il mercato funziona, detto alla mia maniera spicciola e rozza è questo: io ti faccio credito, prendo questo credito e lo porto alle banche, le banche lo trasformano in titoli che vengono venduti ai risparmiatori. È così che Germania e Francia sono già tranquillamente rientrate di 16 miliardi, noi italiani invece abbiamo ancora in mano il cerino più corto, ma la colpa non è certo dei greci. La Germania guadagna moltissimo dal suo metodo di gestione della crisi dei PIIGS (farla pagare agli investitori privati) perché gli investitori si rifugiano nei titoli di stato tedeschi che sono considerati i più rassicuranti con la conseguenza che il debito tedesco (nel 2010 maggiore di quello italiano di ben 200 miliardi) ha raggiunto interessi pari allo zero mentre in Italia gli interessi sul debito sono letteralmente esplosi. Questa non la definirei efficienza teutonica.

 

Nel 2009 il FMI fece delle previsioni di crescita per la Grecia molto positive, indicando nelle sue proiezioni che il Pil greco sarebbe schizzato al 4%, forse addirittura al 5%, a patto che accettasse la troika. Il governo greco di Samaras obbedì alla lettera, rispettò il memorandum come un perfetto funzionario e la Grecia raggiunse – dal disavanzo primario –un surplus. Bello, benissimo. Peccato che per ottenere questi straordinari risultati (che nessun paese europeo ha conseguito, neanche la Germania), il Pil greco abbia clamorosamente disatteso le proiezioni del FMI toccando il -25%, e peccato che la disoccupazione sia aumentata piuttosto che diminuire, al punto che oggi il 60% dei giovani greci sono disoccupati e scappano all’estero. Peccato che per ottenere quel surplus diecimila persone si siano suicidate, e che peccato che la sanità greca sia diventata pari a quella di un paese del terzo mondo, causando centinaia e centinaia di morti tra bambini e anziani. Embé? Se ne infischiano altamente, gli espertissimi, del tenore di vita delle masse. Paul Krugman un anno fa con un grafico mostrò la posizione economica della Grecia massacrata da 5 anni di troika paragonandola a quella della Germania dopo la prima guerra mondiale: in quel grafico è possibile vedere che la Grecia risulta più povera di quanto non fosse la Germania, solo che non ha perduto una guerra, solo che siamo nel 2015, nel cuore pulsante dell’Europa unita. Non è finita, nessuno ha intenzione di mollare la presa e di cambiare strategia,la Grecia non troverà ristoro né respiro, sarà ancora attanagliata nella morsa dell’austerità che oggi vuole obbligarla a raggiungere un avanzo primario del 3% entro due anni, ma tutti i maggiori economisti di fama mondiale concordano nell’affermare che neanche con una robusta ristrutturazione del debito i greci realizzerebbero questo obiettivo: dove c’è una depressione economica e un ciclo deflazionistico l’austerità genera altra depressione, quindi con la prosecuzione della cura sbagliata continueranno ad arricchirsi i creditori, ma per i debitori non ci sarà alcuna ripresa.

 

Per finire riporto un brano di un articolo che Ambrose Evans Pritchard scrisse sul Telegraph il 5 giugno scorso. “I programmi del FMI funzionano normalmente così: imporre riforme difficili, ma anche dare un colpo di spugna al debito e ripristinare la sostenibilità nei rapporti con l’estero dei paesi in crisi.È una formula che funziona. Nelle rare occasioni in cui il Fondo monetario internazionale fallisce, di solito è perché cerca di sostenere un tasso di cambio fisso troppo a lungo. In Grecia tutto questo è andato fuori controllo. Il FMI ha imposto una liquidazione brutale senza compensare con alcuno stimolo o soccorso effettivo. Si tratta di uno scandalo pubblico di prim’ordine. Una parte del FMI ha pubblicato un mea culpa ammettendo che i suoi analisti hanno valutato erroneamente il moltiplicatore fiscale. Complimenti vivissimi. Un’altra parte del Fondo continua a spingere nuove varianti delle stesse politiche insostenibili anche se l’economia greca è in recessione.”

 

La faccenda non ha niente a che vedere coi soldi, ha a che vedere con la politica, con la democrazia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(2 luglio 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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