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L’Occhio di Alessandro Paesano: Roma, Unioni Civili, Matrimoni Ugualitari e Poliamore

Alessandro Paesano 01di Alessandro Paesano twitter@Ale_Paesano

E così anche il comune di Roma ha il suo registro per le unioni civili.
Una conquista simbolica che, pure, è costata tanta fatica e tanto impegno dentro e fuori le aule della Consiglio capitolino.

Sulla concretezza di questi registri vi sapremo dire di più dopo un incontro col comune messo in agenda per la prossima settimana nel quale verranno illustrate le effettive praticità del registro del quale vi rendiconteremo su queste pagine.

Per ora è il vessillo di una esigenza che riguarda tutti e tutte.

Al registro infatti possono accedere tutte quelle coppie di qualunque assortimento sessuale che non volendo o non potendosi sposare vogliono vedere riconosciuto e tutelato il loro legame.

Ora nasce l’esigenza di usare questo istituto amministrativo comunale per sostenerne l’urgenza con la quale è stato emanato (chi è in coppia si registri!) ma è chiaro che la portata vera di questo vessillo è la denuncia di una mancanza quella del matrimonio egualitario che grida tutta la sua feroce discriminazione.

Il registro è scomodo sia da destra che da sinistra e viene strumentalizzato da entrambe le sponde.

La destra da quando sono sorti nei vari comuni dello stivale ne ha costatato lo scarso impiego da parte delle coppie dello stesso sesso deducendone che in Italia i gay non sono interessati a sposarsi.

Una strumentalizzazione becera che confonde un atto amministrativo locale con il matrimonio che è tutt’altra cosa.

A sinistra invece ci si lamenta che il registro invoglia le persone lgbt a eteronormarsi (le frange più estreme parlano addirittura di omonormatività specularmente all’eteronormatività) a decantare quella voglia di matrimonio che, dicono, si sa, è borghese.

Effetti del fondamentalismo ideologico che invece di includere esclude.

Di certo il registro lascia irrisolto un nodo fondamentale.

Può esserci un istituto altro rispetto il matrimonio?

Per come è configurato il registro delle unioni civili si rivolge a quelle persone che  non possono sposarsi o perché legate a matrimoni precedenti (persone separate in attesa del divorzio) o perché la legge non lo permette.

Ma quante di queste persone potendolo fare si sposerebbero?

E cosa vuol dire un istituto altro che riconosca le relazioni di coppia?

C’è chi ha cercato di sciogliere il nodo riconoscendo liberalmente certi diritti all’individuo e non alla coppia slegato anche da un legame sessual sentimentale.

Io devo poter avere certi diritti rispetto una persona con la quale faccio coppia anche non in senso sentimentale (amicizia, coinquilini, gruppo di solidarietà).

Rimanere all’interno della relazione sessual sentimentale l’alternativa contempla la singola persona o il suo doppio, la coppia, con tutta una serie di portati ideologici davvero eternormati e borghesi di fedeltà e monogamia che poco importa non siano effettivi e reali rimangono come orizzonte etico, tanto che ci si cornifica di nascosto.

Data la storia delle relazioni umane la monogamia risulta più un costrutto sociale che l’istituzionalizzazione di un comportamento naturale.
L’essere umano è va rimanete poliamoroso e non si capisce perché nel momento in cui ci si varie forme di amore ci si attesti alla relazione monogamica.

Non sto parlando di sesso.
Perché il poliamore non vuol dire stare con una persona e scopare anche con tante altre magari a tre col mio o la mia partner.
Quella è una coppia aperta che è tutt’altra cosa.

Poliamore vuol dire amare contemporaneamente più di una persona.

Amare non in senso astratto ma costruire un progetto di vita nel quale non c’è solo Guido ma anche Sergio o Cristina.

Un rapporto a due o a tre, chiuso o aperto all’esterno.

L’idea è quella che non c’è una sola persona per tutta la vita ma più persone contemporaneamente alle quali si aggiungono una rte affettiva di perosne che abbiamo amato o ameremo con le quali restiamo in una rete di relazioni affettive, sessuali o non, che costituiscono la nostra vera famiglia.

Che il movimento lgbt non si apra al poliamore (c’è una proposta di legge dei radicali in questo senso) per timore di non venire capito e accattato dalla società è una paura borghese ridicola quanto quella di chi non vuole fare coming out.

Il poliamore non è solo una scelta egoista come si può pensare a prima vista.
Io amo chi mi pare, troppo comodo.

Perché amare nel poliamore significa anche essere felici, facilitare e favorire come si può l’amore che la persona amata prova per qualcun altro.

Significa anche che io posso amare un ragazzo di vent’anni che intesse con me che ne ho 50 una relazione che è diversa da quella che intesse con un coetaneo (o una coetanea) ma che però ha una sua concretezza e legittimità.

Vuol dire non provare gelosia quando lui ti racconta dei suoi altri amori ma essere felice quando lo vedi felice e amarlo per quello che è e quello che ti prende e ti dà senza pretendere una esclusività che vi escluderebbe e renderebbe impossibile coltivare un sentimento che c’è ma non è unico.

Invece si preferisce sia fra le persone etero che tra quelle gay (per le lesbiche andrebbe fatto un discorso a parte) scopare di nascosto viversi flirt e amorazzi di nascosto soffrendo e facendo soffrire pur di non mettere in discussione la monogamia che non rispetta più nessuno e nessuna.

Il poliamore insomma apre le frontiere a una nuova etica dei sentimenti nella quale l’inclusionve legittima tutti e tutte basandosi sul consenso informato (io so che tu ha anche un altro amore tant’è che me ne parli e io sono felice per te perché ti amo).

Se la destra si preoccupa di mantenere la famiglia monogamica anche a costo di annoverale le coppie dello stesso sesso la sinistra nel rifiutare il matrimonio perché monogamico ritornando alla singola persona si sottrae a un impegno affettivo come se la sessualità e l’affettività riguardino la singola persona e non una costellazione complessa e variabile di relazioni umane.

Il poliamore può riscrivere un’etica delle relazioni umane dove la distanza tra amore e amicizia tra coppia e polecola è soggettiva e quantitativa ma non qualitativa.

Purtroppo le persone etero o bisex sono da questo punto di vista pi avanti della collettività militante lgbt e stanno organizzandosi in gruppi poliamorosi cercando di mettere il punto a una rifondazione dell’istituito familiare in direzione poliamorosa.

Purtroppo perché il poliamore viene lasciato gestire a dei maschi etero (al limite dal comportamento bisessuale) che esprimono il peggio del maschilismo compiendo tutta una serie di errori canonici quando cercano di giustificare il poliamore su ridicole basi biologiche (le donne sono poliamorose perché la loro vagina è grande più grande del pene) perorando le origini genetiche dell’omosessualità rimanendo in pieno patriarcato.

Parliamo per esperienza personale e non vogliamo certamente generalizzare ma ci sembra di veder bene.

Quello che i gruppi poliamo rosi hano però ben capito è che da un punto di vista sociologico e antropologico le conquiste del matrimonio egualitario pur essendo una conquista dei sacrosanti diritti non riconosciuti sono al contempo uno strumento di controllo e repressione di quelle pulsioni eversive che mettono in discussione l’istituto monofamiliare eternormato nel quale ci sono due partner che si distribuiscono ruoli e funzioni sociali rigidamente concepite e governate anche in base alla distinzione di sesso.

Ogni nuovo diritto conquistato è in realtà un controllo in più che la società ci impone.

Non bisogna dimenticarsene.

Dobbiamo rimanere sempre vigili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(6 febbraio 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©gaiaitalia.com 2015 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

 

 

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