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Iran: condannato a morte per aver insultato il Profeta, l’appello di Amnesty International

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Soheil Arabi 00Comunicato stampa

La Corte suprema iraniana ha confermato la condanna a morte di Soheil Arabi, per “aver insultato il Profeta dell’Islam”. L’uomo è stato condannato per aver postato messaggi ritenuti offensivi sul suo profilo Facebook.

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Soheil Arabi, fotografo di 30 anni, è stato condannato a morte il 30 agosto 2014 per “aver insultato il Profeta dell’Islam” (sabbo al-nabbi). La giuria, composta da cinque giudici della sezione 76 del tribunale penale di Teheran, lo ha condannato con il voto favorevole di tre.

È stato accusato di aver pubblicato messaggi su otto account di Facebook dei quali, secondo le autorità, sarebbe titolare. Il 24 novembre, la Corte suprema ha confermato la condanna. In ogni un altro procedimento, legato agli stessi post su Facebook, Soheil Arabi era stato condannato, il 4 settembre, a tre anni di carcere per “diffusione di propaganda contro il sistema” e per “insulto alla Guida suprema” da un tribunale rivoluzionario di Teheran.

Arrestato nel novembre del 2013 dalle Guardie rivoluzionarie islamiche (Irgc) nella sua abitazione di Teheran, ha trascorso due mesi in isolamento nella sezione 2A del carcere di Evin, che è sotto il controllo di questo corpo. Durante l’interrogatorio, è stato sottoposto a forti pressioni affinché confessasse. In seguito è stato trasferito alla sezione 350 della prigione, che dipende dalla magistratura.

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Cliccate qui per firmare l’appello di Amnesty International.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(29 gennaio 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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