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“Giustappunto!” di Vittorio Lussana: la lunga marcia della laicità (parte prima: la scuola)

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Vittorio Lussana 02di Vittorio Lussana  twitter@vittoriolussana

Dopo le polemiche di questi ultimi giorni, relative alla questione dello ‘scontro di civiltà’ con l’universo islamico che in molti vorrebbero portare alle sue estreme conseguenze, è apparso assai chiaramente come la questione della laicità includa un problema ambiguo: come affrontare il rapporto con la religione nel dibattito politico-culturale? Tale ambiguità deriva da una serie di ragioni storiche e dall’abitudine a non approfondirle. Invece, sarebbe assai importante dissolvere tale ambiguità, soprattutto per sostenere chi, credente o non credente, è fautore della laicità delle istituzioni e la ritiene decisiva per migliorare la nostra convivenza. Per dare una consistenza tangibile alla diagnosi secondo cui, per risolvere un problema così legato ad aspetti divenuti essenziali della nostra libera convivenza, sarebbe dunque necessario valorizzare il principio di separazione tra Stato e religioni molto più di quanto non si faccia. La laicità, infatti, è sempre stata poco valorizzata, in particolar modo in Italia. Eppure, non si tratta di un’idea puramente ‘teorica’, astratta, destinata a una ristretta élite di studiosi ‘radical chic’, bensì di un concetto concreto, legato a moltissimi atti e fatti della nostra viva convivenza, modellata su parametri antropologici e sociali di vita quotidiana. La laicità viene spesso trascurata persino da chi ne condivide i presupposti culturali, filosofici, valoriali e di principio, poiché considerata una questione di libertà acquisita. In teoria, dovrebbe essere così. E in molti Paesi lo è. Non sempre in Italia, purtroppo. Qui da noi, essa viene contraddetta e violata tutti i giorni, fino al punto di diventare il principale aspetto della crisi della politica e dei suoi strumenti costituzionali. Tutto ciò avviene poiché stiamo pagando, ancora oggi, l’indirizzo politico imposto dalla Democrazia cristiana sin dall’immediato dopoguerra nel mondo della scuola. L’influenza cattolica, in Italia, ha infatti rappresentato un qualcosa di realmente soffocante nello sviluppo e la formazione di intere generazioni di giovani. Il suo intento era quello di “legare l’avvento della democrazia post fascista a istanze incentrate sullo sviluppo della partecipazione popolare attorno al dispiegamento della sua vocazione comunitaria e religiosa basata sulla famiglia, sui gruppi delle comunità locali e sulla Chiesa”. Ma i democristiani non si limitarono solamente a saziare il desiderio di rivincita di ambienti decisi a disciplinare ‘otia e negotia’ di un settore particolarmente nevralgico dell’impostazione culturale, morale e civile degli italiani, bensì si impegnarono a fondo al fine di rendere più proficuo, in termini moralistici, l’esercizio stesso dell’insegnamento, almanaccando una riforma della scuola media ‘unica’ secondo criteri assolutamente nozionistici, che configurarono il triennio postelementare in quanto mero segmento dell’obbligo scolastico e non come un ‘raccordo’ per il proseguimento degli studi. Oltre a ciò, per interi decenni la scuola italiana è stata variamente inondata di testi e manuali assolutamente ‘sermoneggianti’, come per esempio i lavori di Fanciulli, Anguissola e Visentini, sponsorizzati direttamente dall’Azione cattolica. Nulla fu fatto, invece, per assecondare il fondamentale istinto alla lettura dei ragazzi. Al contrario, la letteratura per bambini e adolescenti, da sempre infarcita di avventurismo ‘salgariano’ per i maschietti e dal ‘vezzosismo’ di Louise M. Alcott, – l’autrice di ‘Piccole donne’ – per le femminucce, venne addirittura condannata in quanto impregnata di ideologia ‘superomista’ (Salgari) o squisitamente ‘edonista’ (Alcott), mentre sarebbe stato più auspicabile sospingere le generazioni più giovani verso tratti culturali maggiormente ispirati da un esotismo a sfondo coloniale e missionario. Giunse così l’epoca di alcuni angoscianti tentativi editoriali, come per esempio quello della collana ‘Vie della sapienza’, curata da Piero Bargellini per l’editore Vallecchi, o dell’ingresso nella narrativa del pedagogista Luigi Volpicelli, con il suo, peraltro modesto, ‘Giuffé’. L’attenzione dei cattolici si concentrò inoltre sui testi di letteratura ‘coatta’, al fine di assassinare ogni forma di sapere eclettico e di passionalità giovanile alla lettura formativa attraverso l’imposizione scolastica di ‘pesantissime’ antologie – Centiloquio, Pagine aperte, Due secoli – alle quali l’instancabile Bargellini vi si dedicò nell’idiota convinzione che un semplice marchio di convalida ministeriale potesse renderle formidabili veicoli di trasmissione dei principi cristiani. Ma proprio sul più bello, a scompaginare ogni piano di irrigimentazione della formazione culturale giovanile italiana giunsero, inaspettati e vincenti, i ‘fumetti’: un veicolo eccezionale di lettura facile e divertente. Subito, le gerarchie ecclesiastiche cercarono di debellarli, ora teorizzando interventi a colpi di forbice, ora investendo il mondo politico italiano di anatemi e di inviti a battaglie ‘campali’. Secondo Luigi Volpicelli, i fumetti nascevano “con la pistola in mano”, non potevano disincagliarsi “dalla rete di violenza e di sadismo che li rende allettanti” ed erano ‘figliastri’ di un cinematografo sulle cui nulle potenzialità didattiche il giudizio rimaneva inappellabile. Per la cultura cattolica, già allora si trattò di una sconfitta micidiale, causata da un cipiglio conservatore che riuscì solamente a sottostimare le geniali capacità artistiche di alcuni grandi disegnatori italiani (come, ad esempio, il ‘delirante’ Benito Jacovitti, con le sue tavole affastellate di surreali lische di pesce e di assurdi salami tagliati a metà).

 

(16 gennaio 2015)

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