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Il Manganello de La Karl du Pigné: “1980 – 2014 : mind the gap”

La Karl Du Pigné 01di La Karl du Pigné  twitter@lakarldupigne

Questo fine settimana, annunciato come soleggiato e mite, mantiene a metà la promessa. Dopo un sabato pieno di sole, mi sveglio in una domenica mattina piovosa e uggiosa. Ancora sotto le coperte sento immediatamente l’aria umida e guardando fuori della finestra percepisco il grigio del cielo nuvoloso e carico di pioggia che scende nel cortile di casa. Mi alzo controvoglia, esco e ritiro in fretta e scocciata il bucato fatto ieri, di nuovo umido e bagnato. Metereopatica come sono, i nervi a fior di pelle, rientro con tutti i panni bagnati addosso smadonnando e cercando di sistemarli sullo stendino. Caffè, biscottino, sigaretta per riprendermi e cercare di rimettere in carreggiata una domenica iniziata nel verso sbagliato. Mi cade l’occhio sulla libreria e in particolare su un libro che amo moltissimo, “Quando eravamo froci” di Andrea Pini. Ricordo in particolare due interviste di quel libro, quelle fatte a Vinicio Diamanti e Dominot, due personaggi che hanno sfiorato la mia vita. Non che gli altri intervistati non siano importanti o conosciuti (ci sono dentro Aldo Braibanti, Corrado Levi, Elio Pecora, Paolo Poli, Giò Stajano, solo per ricordarne alcuni) ma Vinicio e Dominot sono due persone che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere personalmente.

Ogni volta che incrocio quel libro e mi ritornano in mente Vinicio Diamanti e Dominot, faccio invitabilmente un salto indietro nel tempo, ai miei anni Settanta. Ambedue ci hanno lasciati, Vinicio nel 2009 e Dominot pochi mesi fa, e il loro pensiero si mescola alla nostalgia della loro assenza, alla voce di Vinicio al telefono quando organizzavamo una sua rentrée da gran dama a Muccassassina o a uno degli innumerevoli Pride ai quali ha partecipato, o quando andavamo a trovare Dominot nel suo locale in centro a Roma. In questo revival domenicale, i pensieri volano liberi e mi tornano in mente episodi epersone, veri e propri flashback, la mia acerba scoperta del mondo gay romano. Ogni tanto, ancora oggi, incontro amici di quel periodo. Molti sono spariti nelle pieghe della vita e non ne ho notizie da anni, alcuni sono ormai passati nel dimenticatoio, altri fanno vita così privata e lontana dall’ “ambiente gay” che non capita nemmeno di incontrarli. Nelle riunioni casuali con alcuni degli amici storici, con un pizzico di nostalgia, ci piace ricordare le uscite serali in discoteca o le giornate intere passate al mare e i pomeriggi a casa di uno di noi e finiamo inevitabilmente per parlare delle avventure, dei “pischelli” che si rimorchiavano con così tanta facilità e in tal numero che ci sentivamo tutte delle dive quando dovevamo addirittura dire di no a qualcuno. Altri tempi, altre età e soprattutto delle modalità completamente diverse di approcciare il “rimorchio”. In molte delle conversazioni con le persone che hanno la mia età, o giù di lì, traspare inevitabile nelle loro parole la disperata nostalgia di un mondo che non c è più. A quel punto mi incomincia lo “sbuffo” interno, quella noiosa sensazione di condividere con quelle persone solo il passato ma quasi niente del presente. Non a caso nel corso degli anni questi incontri, queste réunions, si sono pian piano diradate. Quasi tutti coloro che hanno fatto parte della mia vita “giovanile” hanno vissuto a margine di quel movimento nel quale invece io sono cresciuta, letteralmente tuffandomici. Quando sento quindi commenti del tipo “tutta questa libertà ci ha rovinati, non si rimorchia piu come una volta”, oppure “ma che vogliamo, sposarci, avere figli e poi tutte le carnevalate dei pride, chi ci prenderà mai sul serio” e infine “una volta facevamo sesso e rimorchiavamo come niente perché eravamo discreti, adesso i giovani sbattono in faccia quello che sono a tutti “, faccio veramente fatica a non rispondere malamente. Mi verrebbe di ricordare loro come eravamo noi, a venti anni, sfacciate e senza limiti, di come ci davamo senza nemmeno chiedere il nome a chi ci chiedeva senza tanti fronzoli di appartarci in macchina o in mezzo a una fratta. Ora magari le fratte sono meno frequentate e si usano le dark room, le macchine sono state sostituite da saune e locali. Ma non sono posti migliori o peggiori, sono solo differenti. Certo, io non vado in sauna per rimorchiare e come me altri miei “coetanei” che preferirebbero, per retaggio culturale, incontri che ci riporterebbero ai nostri venti e trent’anni e che ci farebbero risalire quell’erotismo che ricerchiamo ogni volta con sempre maggiore difficoltà.

Un mio amico mi raccontava, in uno di questi incontri, di quanto gli parta subito l’embolo semplicemente guardando “un bel pezzo di manzo che sale in metropolitana e mi guarda mentre mi si siede accanto”, mentre non gli succede praticamente nulla se vede un live show porno gay. E ricorderei loro anche di quanto eravamo liberi: è vero, non tutti noi eravamo così visibili, ma ci voleva ben poco per capire che quei quattro “maschioni” che si salutavano per strada sbaciucchiandosi non erano certo tutto questo fulgido esempio di romana virilità. E’ vero, tutto cambia velocemente e pensare a come eravamo nel 1980 e come invece siamo oggi ti fa comprendere che balzo in avanti abbiamo fatto. I giovani non sono migliori o peggiori di noi, sono solo figli di un epoca diversa. E ritengo che sia un peccato non approfittare vicendevolmente di ciò che potremmo imparare e condividere. Nel medesimo libro di Andrea Pini, in quarta di copertina, viene riportato un piccolo stralcio di un dialogo del film “Saturno contro” di Ferzan Ozpetek.

Minnie: “Anche lei è così?“
Sergio: “Così come?”
Minnie: Come loro, come lui, insomma”
Sergio: “ Addolorato?”
Minnie: “No…. Gay!”
Sergio: “Gay io? No, io sono frocio.”
Minnie: “Ah ecco. Ma non è la stessa cosa?”
Sergio: “Si, ma io sono all’antica.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(23 novembre 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©la karl du pigné 2014
©gaiaitalia.com 2014
diritti riservati
riproduzione vietata

 

 

 

 

 

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