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Giustappunto! di Vittorio Lussana, Il Matto dei Laici

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Vittorio Lussana 02di Vittorio Lussana  twitter@vittoriolussana

I laici non hanno bisogno di un grande economista, perché in genere lo sono essi stessi. E nemmeno di abili avvocati o facondi oratori, perché anche di questi ne hanno sin troppi. I laici non hanno bisogno di scrittori, giornalisti e intellettuali, perché più o meno lo sono tutti. E non hanno bisogno della massa, poiché le masse si compongono di scontenti e, oggi, tutto il mondo è scontento. Non hanno bisogno di quattrini, perché o ne hanno, o possono procurarsene. E non hanno neppure bisogno di una dottrina o di una parola d’ordine, di uno slogan dettato dal marketing come si dice di questi tempi, perché la loro dottrina è sempre nuova e di parole d’ordine ne trovano quante ne vogliono. I laici hanno solo bisogno di un matto. Uno di quei bei matti che non sono mai stati al manicomio e non ci andranno, che stanno simpatici a tutti, che non fanno ridere né piangere, ma che si fanno ‘ridere dietro’ dai savi, facendosi tuttavia ascoltare da altri pazzi come loro e, alla fine, si tirano dietro il grande esercito dei savi e dei benpensanti. I quali, non pensano mai niente, ma lo pensano bene e con prudenza, poiché professandosi amici della verità non solo si guardano dal dirla, ma hanno paura anche di sentirsela dire. Tutti costoro hanno bisogno di un matto: lo aspettano e, magari senza saperlo, lo invocano da un pezzo. I matti, infatti, hanno due meriti: credono in quello che fanno e, a costo di rompersi la testa e finire al manicomio, fanno quel che credono, dando in questo modo il più bell’esempio di laicità che si possa desiderare. I matti amano la verità e non possono trattenersi dal dirla: è questa la ragione per la quale vivono segregati. E se i savi non fanno a tempo a rinchiuderli, si mettono a gridarla sulle piazze e giù fin nelle orecchie del primo che passa. Armati di queste due virtù e sicuri del fatto loro, i matti, in fin dei conti, persuadono che la pazzia abbia i suoi meriti. E che senza i pazzi non si possa andare da nessuna parte. I laici, in particolare, hanno sempre avuto, tra le loro fila, un gran bel numero di matti: cominciarono col dire che ci voleva una Costituzione; poi che era necessaria l’indipendenza; e dopo ancora, con un bel volo finale, stabilirono che senza l’unità di tutta l’Italia non si sarebbe avuta né la Costituzione, né l’indipendenza. Era un discorso da pazzi. Ma ‘filava’ così bene che tutti lo reputarono un’utopia e, proprio in quanto tale, si realizzò. Per opera dei pazzi e con grande soddisfazione finale dei savi, che avevano lasciato ‘scappare’ quei pazzi dai manicomi, o non li avevano rinchiusi per tempo. Erano, questo è vero, dei pazzi di buon umore e di bell’ingegno, che diffusero così bene la loro pazzia da realizzare veramente cose da pazzi. Se ne andarono in mille a conquistare un regno. E partirono in divisa da bersagliere con indosso delle strane camicie rosse: le ‘camicie dei pazzi’. La cosa andò bene. Del resto, era andata bene anche prima, quando persuasero un imperatore a fare delle autentiche pazzie e un altro, per di più austriaco, a non farne nessuna e a essere così saggio da rimetterci tutto quello che aveva. E andò bene anche dopo, quando tolsero al Papa il potere temporale e proclamarono la separazione dello Stato dalla Chiesa. Gli andò sempre bene, almeno fino a quando ebbero matti nelle loro fila e fecero cose da pazzi. Come persuadere gli italiani che due più due fanno quattro e che non bisogna aver paura dei debiti, bensì che è semplicemente buona cosa pagarli. Quando i savi ebbero il sopravvento chiamarono queste cose ‘Risorgimento’, ‘Spedizione dei Mille’, ‘Annessioni’, ‘Legge delle Guarentigie’ e ‘Pareggio di bilancio’. In realtà, tutte queste cose erano vere e proprie pazzie che, in seguito, furono, per pudore, mascherate con nomi augusti o terminologie ‘tecniche’. I figli si vergognarono della pazzia dei loro padri e cercarono di dimenticarla. Ma proprio per questo persero tutto, perché erano troppo savi e non sapevano cosa significasse dire ‘No’ alla gente che strepita, specie quando è numerosa; non essere del parere dei più; sfidare chi comanda; pensare con la propria testa; e, quel che è peggio, pagare di persona e di tasca propria. I laici, bisogna dirlo, furono sempre molto savi. E se tra loro c’era qualche matto, lo misero subito da parte. E se non riuscì loro di metterlo al manicomio, appartenendo alla specie innocua dei filosofi o degli economisti, li trattarono con le buone, dissero loro sempre di sì e poi agirono da savi, facendo il comodo loro, agendo così bene da savi che ebbero, come dicono appunto i savi: “Il malanno, il danno e l’uscio addosso”. Oggi, dunque, i laici hanno bisogno di un matto. Di un matto da cima a fondo. Un matto come lo descriveva Léon Daudet: “Perpendicolare”. Senza questo matto, i laici non riusciranno a essere tali, perché non si convinceranno più che la libertà è una pazzia e che a loro conviene fare, di conseguenza, cose da pazzi. La paura dei savi che un giorno i laici riscoprano questa verità e si mettano, perciò, a fare cose da pazzi è tale che tutti li tengono buoni parlando, quando li incontrano, di diritti dei cittadini ad alta voce, ‘facendosi l’occhietto’ come si fa con i pazzi. Ma io vorrei rassicurare questi savi. I laici non sono pazzi: aspettano il matto, ma non l’hanno ancora trovato. E aggiungo un consiglio per il giorno in cui questo matto si sarà messo davvero in circolazione: sarà inutile parlare di libertà innanzi a lui. E non ci sarà alcun modo di tenerlo buono. Guardate quali ‘botte da orbi’ si tirarono dietro i Cavour e i Ricasoli, i Farini, i Mazzini e i Garibaldi. Bisogna stare attenti a un laico matto, perché si corre il pericolo che voglia prendersi la rivincita sulle ideologie, le religioni e tutte le Chiese. Gli italiani debbono imparare a guardarsi dai laici, perché c’è il rischio che debbano pagare le imposte e, per di più, le tasse. E se per caso si è dei letterati e s’incontra un pazzo che dice di essere ‘laico’, occorre tener bene in conto di poter essere messi con le spalle al muro e, alla fine, di ritrovarvi senza poetica in tasca. Quale diabolica natura possa avere un laico pazzo non si può sapere: può pretendere che ognuno faccia il proprio mestiere e che si lavori nelle ore d’ufficio; che i patti tra galantuomini siano rispettati; che non ci si arricchisca a spese degli altri. Stiano bene attenti gli imprenditori: i laici parlano di libero mercato e di concorrenza, ma sono contro i privilegi, i monopoli e il protezionismo. In queste parole si riconoscono facilmente e, in genere, ne parlano soltanto. Ma se arriva il vero matto, quello che tutti gli altri laici vanno cercando ma non trovano, i guai possono diventare grossi. Perché un vero laico, le pazzie non solo le dice, ma le fa. E ha un fiuto infallibile per riconoscere coloro ai quali piace sentirsi dire pazzie e, a sua volta, farle. Da ragazzo, ho molto studiato i laici pazzi. E mi ritrovai a fare pazzie come loro. Dunque, posso dire che di pazzi me ne intendo. E sono sicuro che il gran matto dei laici, quando arriverà, scoverà i ‘poveri diavoli’ tassati più dei miliardari; i commercianti che non possono più vendere al ribasso; i consumatori che non avranno più niente da consumare e si saranno ridotti in miseria; gli imprenditori in cerca di un qualche ‘pezzo grosso’ al quale promettere una percentuale per riscuotere il danaro che lo Stato gli deve. Siate sicuri che questo grosso pazzo si metterà a gridare che questo è uno Stato ‘tiranno’. E che bisognerà dargli addosso, perché non vi fa né circolare, né mangiare e né dormire, perché è strapieno di funzionari, aspiranti funzionari, capiservizio e capi dei capiservizio. E vi griderà che ogni piano quinquennale si risolve sempre in lavori forzati e in una grossa tipografia che stampa tessere, tessere e tessere a non finire, fino alla ‘tessera della tessera’ e alla distribuzione programmata del nulla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(20 novembre 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©vittorio lussana 2014
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