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venerdì, Settembre 24, 2021

“Storie” di Gianfranco Maccaferri, “Vivere il non tempo”

Gianfranco Maccaferri 02di Gianfranco Maccaferri  twitter@gfm1803

C’è uno spazio temporale che non ha valore, che non ha misura… è un tempo sospeso. Il non tempo lo si può vivere tra i buddhisti  Theravāda nella festa Aluth Avurudda. Una festa che può avere tanti nomi, ma l’unico nome nativo originale è comunque Avurudda, dall’antico sanscrito e pali! In italiano la si può tradurre in festa del sole, del nuovo anno, cerimonia di aprile, festa del raccolto, della prosperità… Non è una festa solo dei buddhisti Theravāda, lo è anche per i buddhisti delle altre dottrine e per tutti gli Induisti.
Accade in aprile, al passaggio dal segno dei pesci a quello dell’ariete, ma non secondo il nostro calendario astrologico. Sono sì gli astrologi che lo decidono, che lo sanno calcolare, ma sono astrologi buddhisti, monaci molto anziani. È lo spazio esistente nel Cakra Dharma (ruota della Dottrina) tra il Rasi Mina (Casa Pesci) e il Mesha Rasi (Casa Ariete). Ogni anno non si sa esattamente quando finirà l’anno. Come non si sa quando comincerà quello nuovo, saranno solo gli anziani astrologi a divulgarlo. Il tempo sospeso può essere molto breve, qualche secondo, ma anche molto lungo. Molte ore! Questa sospensione del tempo si chiama Nonagataya. Quando termina il non tempo si beve il latte di cocco, simbolo della purezza e si illuminano le lampade, i ceri. Tutti devono eseguire dei riti in tempi e modalità esatte, stabiliti in base ai calcoli degli astrologi: l’illuminazione delle lampade, la cottura del kiribath, i colori propizi dei vestiti da indossare. Per essere rispettosi di se stessi normalmente ci si veste di bianco che è anche il colore che simboleggia la pace interiore e non solo quella. La cosa straordinaria è che in questa occasione si perdona. E se si è compassionevoli veramente si invoca la pace verso il nemico. Le celebrazioni dell’Aluth Avurudda terminano con il rito dell’olio in cui gli anziani ungono sul capo i giovani invocando la benedizione degli Dei e i giovani si inchinano davanti agli anziani in segno di rispetto, porgendo delle foglie di betel come dono e richiesta di perdono. É un rispetto verso la saggezza, il vissuto, l’esperienza, che incide profondamente nella crescita in quanto induce i giovani ad ascoltare chi ha più anni. Questo rito dell’olio sul capo viene fatto anche durante le celebrazioni nel tempio dove è il monaco che unge il capo a tutti, dai bambini agli anziani. Ma questo può essere paragonato a rituali simili esistenti in quasi tutte le religioni, mentre quello degli anziani che ungono il capo ai giovani è davvero testimonianza di una società che rispetta il sapere antico, la cultura, la saggezza data dall’aver vissuto.
Mi trovavo a Anuradhapura per lavoro, alloggiavo in un albergo decoroso frequentato poco dai turisti occidentali ma molto da un turismo di carattere religioso buddhista proveniente dai diversi paesi del sud-est asiatico. Anuradhapura è ritenuta una delle città “sante” più importanti al mondo.
Sapevo che, pur essendo a metà aprile, ci sarebbe stato il capodanno.
I festeggiamenti sarebbero durati qualche giorno, ma il solo pensare di fare un intero giorno di viaggio per andare a casa ed un altro per poi tornare mi aveva fatto decidere di restare.
La sera del 12 aprile, dopo cena, mi accorsi che il ragazzo del bar era in difficoltà per servirmi della birra o qualsiasi altra bevanda alcolica. Andai in direzione per capire e, scusandosi, i funzionari dell’albergo mi dissero che in quei giorni non era “cosa bella” bere alcolici ma, essendo io non buddhista, avrebbero pensato a come risolvere la questione.
Dopo circa mezz’ora mi vidi servire elegantemente una teiera di porcellana ed una tazza da tè.
Il barista con un occhiolino voleva farmi capire qualcosa, ma per me tutto era incomprensibile. Accettata la situazione mi versai il tè. Era freddo e schiumoso.
Assaggiata la strana bevanda scoprii che era birra. In questo modo avevano salvato le apparenze e contemporaneamente mi avevano accontentato. Comunque bere la birra in una tazza di fine porcellana è non solo inconsueto e stravagante, ma fa perdere qualsiasi ritualità legata al bere la birra. Allora comprai, con la complicità del barista, due bottiglie come scorta e me le portai in camera.
Il mattino successivo l’albergo era vuoto. Chiuso due giorni al pubblico per la festività.
Io ero rimasto l’unico cliente con una ventina di giovani dipendenti, anche loro abitavano troppo lontano per affrontare il viaggio di andata e ritorno.
Ovviamente quei due giorni d’albergo furono davvero particolari: mangiavo con i ragazzi e condividevo con loro i divertimenti, i passatempi, le chiacchierate, ma anche i riti del capodanno.
Al tramonto andai con loro in centro città, mi portarono in un luogo che, essendo notte, non riuscivo a riconoscere. Erano state montate delle capanne di bambù con appese alle pareti e ai tetti delle maschere, molti ceri, dei bellissimi drappi.
Poco dopo arrivarono quattro ragazzi vestiti di bianco, in realtà avevano solo delle gonne lunghe ed erano scalzi e si erano truccati il viso in modo vistoso. Iniziarono a ballare come dei dervisci. La musica era solo di percussioni e il ritmo era davvero coinvolgente. I quattro ragazzi roteavano su se stessi con le gonne che formavano larghi cerchi, poi si univano tra loro in atteggiamenti che a me sembravano molto erotici per poi tornare a danzare freneticamente. Mi accorsi che il loro stato mentale era alterato, era evidente dai loro sguardi persi nel nulla.
Improvvisamente la danza fini.
Entrò in scena l’edura. L’uomo indossava abiti leggeri, colorati, tutto sembrava una miscela complessa di teatro e recitazione.
L’edura aveva sul volto una maschera terrificante. Quando giunse in mezzo alla scena la musica riprese con un ritmo esasperato. L’edura inizio a danzare con movimenti che alternavano grazia e violenza. Quando prese un cero acceso successe il colpo di scena: l’edura si diede fuoco così da assume l’essenza.
Continuò a danzare per molti minuti attorniato dal fuoco.
Quando le fiamme si spensero lui era integro, anche le sue vesti erano pulite, ma aveva un altra maschera.
La musica dal ritmo esasperato finì.
Tutti tacevano. Il silenzio trasmetteva una situazione di magia.
Un anziano monaco aveva iniziato a fare dei rintocchi con un piccolo oggetto di metallo.
Lentamente si sollevò la voce di un altro monaco che iniziò il tipico canto rituale buddhista.
I ragazzi intorno a me mi spiegarono che era finito l’anno.
Eravamo nel non tempo.
I ragazzi iniziarono ad abbracciarsi tra loro, a ridere, a farsi degli auguri, a raccontarsi delle cose, tutti intorno sembravano amorevoli, anche persone sconosciute venivano a salutarmi, tutti avevano espressioni sorridenti, distese, serene.
Tutti erano eccitati dal vivere nel tempo sospeso.
Io decisi di passeggiare tra la gente per assaporare pienamente la situazione.
Poi i ragazzi vennero a chiamarmi per tornare nel luogo dove c’erano le capanne di bambù … Forse stava per iniziare il nuovo anno.
Dopo pochi minuti di attesa si sentirono nuovamente i rintocchi metallici e il canto del monaco.
Ancora qualche secondo di silenzio e ripresero a suonare le percussioni e l’edura si mostrò nuovamente sotto ad un baldacchino sostenuto dai quattro ballerini. La sua maschera era meno inquietante. Iniziarono a girare tra la gente poi, posato a terra il baldacchino, tutti e cinque si misero a danzare.
Fu una confusione emozionante: l’edura spargeva tra le persone incenso acceso, petardi dai botti fragorosi, lanciava fiamme in aria mentre i quattro più giovani roteavano su se stessi e contemporaneamente sembrava facessero da protezione all’edura.
Il rito di purificazione, protezione e di buoni auspici continuò a lungo.
Ad un certo punto si accesero nella notte tantissime lanterne e ovunque c’erano piccoli lumini.
Ripresi a passeggiare tra quella gente, quelle luci e tutti mi offrivano da bere il latte di cocco.
Quando chiesi quanto sarebbe durato il rito dell’edura, nessuno lo sapeva.
Verso le due del mattino capii che la festa stava scemando, molti erano già rientrati nelle case.
Tornai in albergo accompagnato dai ragazzi che erano eccitatissimi, entusiasti di aver partecipato a quella funzione.
Il mattino decisi di andare al tempio, iniziai a passeggiare per ogni stradina e sentiero, acquistai dei bellissimi fiori e poi ancora camminai sino a raggiungere la costruzione dorata accanto all’albero sacro Sra Maha Bodhi. Prima di andare nello spazio dell’albero deposi la composizione di fiori sul tavolo dedicato alle offerte. Un monaco mi legò al polso un braccialetto di “protezione” fatto di fili bianchi. Ne chiesi altri tre da portare ai miei due figli e alla loro madre.
L’emozione che provai quando decisi di andare al Bodhi fu imprevista, fu come svuotarmi da ogni tensione, mi ritrovai senza pensieri.
Per un tempo indefinito restai a guardarlo, ogni suo ramo sembrava una proiezione verso nuovi spazi. Attesi che qualche foglia cadesse per raccoglierla delicatamente.
Tutti cercano di prendere almeno una foglia caduta dall’albero, è come portarsi a casa una protezione perché Siddharta ottenne l’illuminazione sotto un albero come questo e da quell’albero presero un innesto e lo portarono proprio qui, a Anuradhapura.
Questo è il diretto discendente della pianta dove il Buddha ebbe l’illuminazione e io mi trovavo proprio accanto, sotto questa meraviglia che viveva da oltre duemila anni. Non potei che sedermi e dedicarmi alla meditazione, estraniandomi da tutto.
Quando tornai alla realtà decisi di comprare dei porta ceri di terracotta, dei piattini incavati con dentro piccoli ceri che venivano accesi dai fedeli per omaggiare l’albero, il tempio, Buddha.
Mi accorsi che c’era un folto raggruppamento di persone all’ingresso di una sezione del tempio. Andai a curiosare e vidi che tutti erano in coda per raggiungere dei monaci che ungevano il capo a chi si inginocchiava davanti a loro.
Non presi nessuna decisione in quanto oramai ero in mezzo alla sala e attorniato da una calca di persone che non mi avrebbero consentito di uscire da dove ero entrato.
Velocemente fui davanti ad un anziano monaco e non potei che imitare le altre persone: mi inginocchiai e mi ritrovai i miei pochi capelli completamente unti.
Così decisi di continuare a seguire il flusso e mi incamminai lentamente verso la grande cupola circolare (stupa) e percorsi diverse volte il suo perimetro insieme a centinaia di buddhisti. In questa stupa viene conservata la ciotola delle elemosine di Siddharta.
Tornato in albergo vidi che i ragazzi stavano allestendo nel parco una serie di giochi che avrebbero animato il loro pomeriggio.
D’un tratto sentii delle urla, un richiamo concitato. Tutti corsero verso il ragazzo che si trovava a pochi metri dalla piscina, dove c’era un piccolo laghetto decorativo di pochi metri quadrati.
Lo stupore fu davvero grande per tutti: un piccolo coccodrillo, di circa un metro e mezzo, galleggiava tranquillo. Un frenetico conciliabolo iniziò coinvolgendo tutti. I dirigenti dell’albergo erano felici che la struttura fosse chiusa al pubblico così l’allontanamento dell’animale poteva avvenire tranquillamente senza creare panico tra i clienti.
I ragazzi iniziarono a convincere l’animale a tornare al grande lago, da dove probabilmente era arrivato, che si trovava ad una cinquantina di metri.
Usarono le parole più gentili e convincenti che sapevano, poi iniziarono con dei gesti, infine usarono una pala per spingerlo ad uscire e ripercorrere il percorso che aveva fatto.
Niente. Il piccolo coccodrillo sembrava tranquillo e perfettamente a suo agio.
Dopo circa un’ora di tentativi amorevoli e molte discussioni, si decise che, se il coccodrillo voleva stare lì, evidentemente ci stava bene e quindi era giusto lasciarlo. Ma i ragazzi erano preoccupati per la salute dell’animale, per la sua eventuale fame, iniziarono a pensare cosa portargli per nutrirlo.
Il direttore dell’albergo ordinò ai ragazzi di non portare nulla da mangiare, così probabilmente la decisione del coccodrillo di abbandonare quel luogo sarebbe stata più rapida.
Tutti tornarono alle loro attività preparatorie per la festa del pomeriggio e presto il coccodrillo fu dimenticato. In realtà io tornai a controllarlo spesso, per tranquillizzarmi sul dove fosse.
L’idea di fare un bagno in piscina per rinfrescarmi l’abbandonai subito, il piccolo laghetto era a soli tre metri dalla piscina e la cosa mi preoccupava molto.
Il direttore mi invitò ad unirmi a loro per mangiare il cibo preparato per l’occasione: tante diverse ciotole stracolme di kiribath (semplicemente del riso cotto nel latte di cocco), ma c’erano anche ciotole con verdure e legumi.
Notai che, a differenza dei normali rapporti di lavoro segnati da una forte gerarchizzazione, in quella situazione i ragazzi e i dirigenti si comportavano come fossero amici, come una grande famiglia unita in un momento di festa. Tutti si permettevano di ridere e scherzare con tutti, i dirigenti spesso avevano atteggiamenti protettivi nei confronti dei più giovani.
Poi iniziarono i giochi: tiro alla fune, salire sull’albero della cuccagna, gare sportive, Miss Capodanno, corsa con i sacchi, il ballo della sedia, gara dei cuscini, ecc..
Mi ritrovai coinvolto in quasi tutte le situazioni o come partecipante alla gare o come arbitro o ancora come collaboratore per la buona riuscita del gioco.
Per Miss Capodanno le tre ragazze rimaste in albergo avevano truccato i ragazzi e li avevano vestiti con gli abiti tradizionali femminili. La sfilata fu incredibilmente seria. Io e due dirigenti eravamo i giurati. Quando rimasero in gara solo due ragazzi, lasciarono a me la responsabilità della scelta. Il premio era il più ambito, consisteva in una T-Shirt della squadra italiana di calcio che riportava sulla schiena il nome di Baggio, il calciatore più popolare e mai dimenticato tra i ragazzi in quanto famoso buddhista. La T-Shirt l’avevo comprata in Italia in un negozio che vendeva le maglie di tutti i giocatori famosi storicamente. Sapevo che sicuramente i ragazzi buddhisti avrebbero apprezzato oltre ogni misura la maglia azzurra di Baggio.
La decisione di chi doveva essere Miss Capodanno ricadde sul ragazzo più bello fisicamente, truccato in modo tale che davvero aveva il viso di una donna e si muoveva con la grazia consueta di una ragazza quando veste i costumi tradizionali.
Le risate e il battito di mani raggiunse l’apice quando, consegnandogli il premio, lo baciai direttamente sulla bocca.
La cosa che sicuramente mi meravigliava di quel pomeriggio era l’allegra serietà di quei ragazzi, tutti sui venti anni, nell’impegnarsi in giochi semplici, tradizionali, naturali.
La sera la trascorremmo ad ascoltare i miei CD musicali, a discuterne, a tradurne i testi delle canzoni. Poi i ragazzi mi proposero le loro canzoni, me le spiegarono, era evidente il loro essere molto fieri di quei cantanti, delle loro musiche, soprattutto di quelle tradizionali.

Il mattino dopo, quando uscii nel parco dell’albergo era molto presto e non c’era nessuno.
Andai a vedere il coccodrillo ma non era più nel piccolo laghetto. Passeggiando lo vidi: stava muovendosi lentamente verso il grande lago.
Tornato in camera, mi misi velocemente il costume da bagno e finalmente mi tuffai in piscina.
Quando decisi che era opportuno andare a vedere se era possibile mangiare qualcosa per colazione, trovai tutti i ragazzi nel salone dell’albergo, con loro c’era anche un anziano dipendente che normalmente si occupava delle piante e dei fiori nel parco ma anche della sostituzione periodica delle piante nei diversi locali interni dell’albergo.
Lo fecero sedere accanto alle piante più belle dell’albergo.
Tutti, rispettosamente in fila, andarono lentamente davanti a lui, si inginocchiarono e gli offrirono delle foglie di betel.
L’anziano, con estrema calma e cura, versava dell’olio sul capo di ognuno.
Rimasi affascinato dalla scena, per il rispetto verso l’anziano che conteneva.
Quello che a me era sembrato un vecchio mai considerato da nessuno, dedicato ad un lavoro certo rilevante ma molto umile, in quella situazione era la persona più importante.
Scoprii che per i ragazzi non era fondamentale il ruolo gerarchico che questo vecchio aveva nel lavoro, ma semplicemente in quanto anziano meritava rispetto, un grande rispetto verso la sua cultura antica e verso la saggezza data da una vita vissuta.
Quella mattina stessa l’albergo riaprì.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(2 novembre 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©gianfranco maccaferri 2014
©gaiaitalia.com 2014
©ebook.gaiaitalia.com
diritti riservati
riproduzione vietata

 

 

 

 

 

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