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martedì, Novembre 30, 2021

Ciò che mi rende furiosa, di Gisella Calabrese. Quando il paziente è solo un bancomat e nulla più

Gisella Calabrese 03di Gisella Calabrese twitter@giscal77

E’ proprio vero, quando credi di aver finalmente risolto un problema e abbassi la guardia, cominciando ad assaporare un po’ di serenità, accade qualcosa che fa andare tutto in malora. Sembra una legge di Murphy – che aveva capito tutto – e infatti, puntualmente il problema resta, anzi, peggiora addirittura. Inutile girarci intorno: la salute è il nostro bene primario e va da sé che bisogna preservarla, anche perché quando stiamo male, nulla funziona più come dovrebbe, non solo nel nostro corpo, ma anche nella nostra vita. Parto dal particolare, per arrivare all’universale.

Mia madre ha un problema al ginocchio. Un problema serio, che va ad aggiungersi ad una lunga lista di altri problemucci che nell’insieme fanno un problema grosso. Due anni a combattere per cercare di risolverlo o, quantomeno, di rallentare una degenerazione della cartilagine che le causa forti dolori. Fin qui tutto più o meno nella norma: referto alla mano, sappiamo cos’ha e cerchiamo di risolverlo. Ma i problemi arrivano proprio qui, nella toto-diagnosi.

AAA Ortopedico bravo cercasi, astenersi perditempo. Forse, se avessi pubblicato questo annuncio, mi sarei evitata molte seccature. E invece no e si parte con le telefonate, i consigli di parenti, amici, conoscenti, farmacisti e – perché no – pure infermieri, più siamo e meglio è. Chi la vuole cotta, chi la vuole cruda e chi la vuole al sangue, possibilmente su un tavolo operatorio, per “vedere meglio la situazione” parole del dottore. E che dottore, direte voi.

Vivendo in provincia si tende sempre ad andare nella grande città per usufruire di una visita “come si deve” da un dottore “bravo” che sa il fatto suo, che fa queste diagnosi di routine, che ne capisce, insomma. Se non fosse che invece… Armandoci di pazienza e soprattutto voglia di guarire, ho portato mia madre da diversi ortopedici e nessuno, dico nessuno, ha fatto la stessa diagnosi. Tutte diverse, con terapie di “apparente guarigione” altrettanto diverse. Il primo (che ingenuamente credevo fosse pure l’ultimo), dottore di fama consigliatissimo, ci ha prospettato nientemeno che la protesi. E senza neanche visitarla. Ma come? A sessantanni e senza tentare nemmeno una terapia farmacologica o riabilitativa? Io non sono laureata in medicina, ma mi sembrava un tantino esagerato. Quindi consideriamo i primi 200 euro di visita dati in beneficenza e cerchiamone un altro. Il secondo, più accomodante, parla di problema incurabile, irreversibile e qualche altra cosa che non ricordo. Accenna ad eventuali infiltrazioni “ma sa, signora, la cartilagine non si rigenera, è solo un palliativo”. Quindi io pago 200 euro di visita per sentirmi dire che devo sborsare altri soldi, ad ogni infiltrazione, per prendermi in giro da sola? Mia madre comincia a scoraggiarsi, affranta da un dolore al ginocchio che le impedisce di camminare, di stare seduta e spesso persino la posizione stesa le procura dolore. La cosa che più ci affligge e vedere lei, donna da sempre indipendente e autonoma, essere costretta suo malgrado a dipendere dagli altri che la aiutino in casa, a far la spesa al posto suo e altre cose simili. Insomma, la propria quotidianità spazzata via. Lei non ci sta, io neppure, e così cerchiamo qualche altro “santone” dell’ortopedia, che ci dia perlomeno una diagnosi certa.

Dopo i vari ed eventuali che vi risparmio, arriviamo a lui, il professorone dei colli romani, quello che va in televisione a sfoggiare sorriso, folta chioma e una lunga serie di master e specializzazione degli States (ché fa tanto figo). Ce lo consigliano vivamente, “lui sì che ti risolverà il problema”. Certo, la parcella è un po’ caruccia, 200 euro in clinica, 300 nel suo studio. Considerando i soldi già spesi finora, optiamo per l’obolo dei duecento, ormai ci abbiamo quasi fatto il callo. Prendi tutta la giornata libera, parti dalla provincia a vai ai Castelli cin auto e con madre semi inferma, che nel frattempo prega che sia la volta buona (e io con lei). Appuntamento alle 16.00, chiedendo appositamente alla signorina del call center di metterci come primo appuntamento. Sa com’è, due ore a venire, due a tornare, faremmo notte fonda. “Non si preoccupi signora, ci mancherebbe. Lei sarà la prima”. Le ultime parole famose. Per l’ansia arriviamo già con un’ora di anticipo. Mia madre è di vecchio stampo, preferisce attendere lei, piuttosto che fare una brutta figura col dottore. Mi fa tenerezza. Intanto il tempo passa e il dottore non si vede. La fila si allunga spaventosamente, alle 18,30 siamo ancora lì ad aspettare, insieme ad altre trenta persona circa. Mia madre si stanca, io mi innervosisco. Vabbè, almeno risolviamo il problema e torniamo alla vita normale. Dopo oltre due ore e mezza di ritardo (il dottore si scusa, ma è ancora in sala operatoria. O almeno, voglio sperare che fosse davvero così), finalmente il momento topico. Guarda la risonanza, visita il ginocchio malandato di mia madre e ci rasserena. Una curetta di tre mesi e starà quasi benissimo, poi al limite due infiltrazioni qui e là, “ma solo se proprio siamo costretti, eh? Vedrà signora, praticamente tornerà quella di prima” Beh – penso – almeno abbiamo assodato che queste infiltrazioni le hanno citate tutti quelli visti finora, è già un passo avanti. Torniamo a casa felici, tutto questo tribolare per una semplice pilloletta che finalmente ci riporterà alla normalità. Certo, se ne sono andati altri 200 euro, ma davanti alla salute si pagano anche i soldi che non si hanno, nulla è più importante (di certo per i dottori).

E così, proprio quando stavamo riassaporando la serenità, ecco che ci risiamo. Dopo tre giorni di pillola “miracolosa” mia madre sta peggio. In due anni non ha mai avuto un dolore così, sente un forte bruciore e non può fare nessun movimento. Preoccupati, dopo un iniziale stupore, decidiamo di chiamare il super professore per chiedere delucidazioni. Più facile a dirsi che a farsi. Quasi una settimana di tentativi in cui siamo riusciti a parlare solo con le segretarie – sempre diverse – e ogni volta a rispiegare la situazione. “Il dottore ora non c’è” “Ora è in sala operatoria” “Ora è allo studio privato” “Ora è alla clinica” “Oggi non fa visite” Tutte che concludevano sempre con “Non si preoccupi, la faccio richiamare”. Porca miseria, è più facile trovare un grillino pentito?! Alla fine, dopo ripetute telefonate e prese per i fondelli, mia madre riesce a parlare con un collega (perché evidentemente dopo aver preso i soldi il professore non è interessato a sapere cosa c’è che non va) che ci tratta pure in modo sgarbato (scusi sa, se le abbiamo rubato due minuti del suo preziosissimo tempo) e semplicemente ci fa sospendere la pilloletta magica, che a questo punto si è rivelata per quello che realmente è: un semplice antinfiammatorio. Quindi ho fatto chilometri e pagato per dieci minuti di visita per una cosa così semplice? Sarebbe questa la terapia? E per risolvere il problema l’unica cosa che ci dice è di non assumere più la “pillola della felicità”?

Caro dottore, fin qui ci arrivavo pure io, non serve una specializzazione in medicina per questo, sa!? E nel frattempo il nervosismo si accumula ed esplode, mamma verso di noi e noi verso di lei, che alla fine è solo una vittima sofferente e di colpe non ne ha.

Tutto questo perché la sanità pubblica è un colabrodo: per avere una visita due anni fa avremmo dovuto aspettare a inizio 2015 (non sto scherzando, è la pura verità). Ovvio che non si può vivere con certi problemi, perciò si è costretti ad andare privatamente da medici che si fanno pagare fior di soldi per non far nulla, e quando addirittura capita una prescrizione che è EVIDENTEMENTE sbagliata, nemmeno si degnano a venire al telefono. Non sono furiosa, sono imbestialita! So che non dovrei stupirmi di nulla ormai, specialmente quando si parla di sanità, ma ogni volta è sempre peggio e non è più possibile tollerare questo andazzo deprimente e vergognoso. Che Paese è diventato? Non è il nostro caso (ancora), ma c’è gente che si indebita per fare una visita medica e spesso si ritrova pure peggio di prima. A livello nazionale ci costa di più curare i danni derivati dalla malasanità che i malanni veri e propri. Siamo una macchietta, una barzelletta dal risvolto amaro che paghiamo sulla nostra pelle. E ovviamente, se sei “amico di” o “parente di” inutile dire che invece ti si aprono tutte le porte, soprattutto quelle della sanità pubblica, così quelli che hanno soldi in quantità non pagano nemmeno il ticket. Sono certa che in tal caso il professorone dei miei stivali non solo avrebbe risposto al telefono, ma si sarebbe persino scusato. Anzi, ci avrebbe prescritto una vera terapia. Perché è evidente che il paziente non è più considerato una persona “bisognosa di cure”, ma un “cliente” che viene, paga e se ne va. Se poi le cose vanno male poco importa, il dottore i suoi soldi se li è presi tutti. E in contanti.

Per la cronaca, settimana prossima abbiamo fissato una visita da un altro medico, stavolta a due passi da casa. Hai visto mai… Che sia la volta buona? Il seguito alla prossima puntata.

 

 

 

 

 

Cordialmente vostra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(3 ottobre 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©gisella calabrese 2014
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