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Ciò che mi rende furiosa, di Gisella Calabrese: “Se il mostro è tuo marito”

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Gisella Calabrese 03di Gisella Calabrese twitter@giscal77

Sento l’urgenza, nonostante il dito fratturato, di condividere con voi i miei pensieri su questa orrenda, tragica storia. Una famiglia come tante, quella di Carlo e Cristina, che vivono a Motta Visconti, in provincia di Milano. Una moglie che lavora presso un’agenzia assicurativa, il marito in una società di software. Due bambini piccoli, una bella villetta rosa col giardino, una vita normale, insomma. A guardarla da fuori sembrerebbe una famiglia felice e pure più fortunata di altre, che in questo periodo di crisi nera e profonda si ritrovano con pochi soldi, disoccupazione, pensieri cupi e disperazione.

Eppure, anche lì dove tutto sembra brillare, grattando un pochino la superficie si scopre qualcosa che non piace, qualcosa di arrugginito, qualcosa che non è poi così attraente.

Probabilmente è così che deve essersi sentito Carlo Lissi, il “mostro”, il marito e padre che in un piano diabolico, lucido e forse pensato da tempo, si è “liberato” di quella che evidentemente per lui doveva essere un’ingombrante famiglia.

Quello che mi sgomenta è pensare alla dinamica di tale orrore. I bambini a dormire e Carlo e Cristina che hanno cenato, come tutte le sere, hanno guardato la tv seduti accanto sul divano, probabilmente abbracciati, come tutte le sere, hanno anche fatto l’amore (forse non come tutte le sere) e poi, improvvisamente tuo marito va in cucina e torna con un coltellaccio e ti pugnala, ripetutamente, prima alle spalle, poi alla gola… e ogni tuo vano tentativo di difenderti va a vuoto, incredula, in quegli attimi che sembrano solo una scena da film horror, mentre stanno succedendo davvero. Poteva finire già così e sarebbe stato orrendo, ma il piano era diverso, ammazzare anche i tuoi stessi figli di 5 anni e 20 mesi che dormivano pacifici nei loro lettini e allora l’orrore diventa talmente grande che non è possibile farsene una ragione.

Raptus del momento? Certamente no, dato che dopo questa carneficina l’uomo si è fatto una doccia ed è andato a guardare la prima partita dell’Italia in questi discussi Mondiali in Brasile. Tornato a casa ha avvertito la polizia, fingendo sgomento e disperazione, adducendo una rapina finita male. C’è voluto molto poco agli inquirenti, meno di 24 ore, per torchiarlo a dovere e farlo confessare. Pare che Carlo abbia detto di “volere il massimo delle pena, perché è quello che merita”. Se non fosse che in Italia, se ti comporti bene per buona condotta e tra indulti vari, probabilmente tra una decina d’anni sarà fuori e sarà poco più che quarantenne, avrà ancora molto tempo davanti a sé per vivere, trovare un lavoro e magari anche una compagna, dato che certa gente sembra essere attratta da psicopatici senza nessuno scrupolo che ammazzano la propria famiglia.

Quello che mi chiedo è come si saranno sentiti gli amici e le persone che l’altra sera erano con lui in quel locale a guardare la partita, a comportarsi in maniera assolutamente normale, a inneggiare alla Nazionale, a gioire per i gol di Marchisio e Balotelli. Mi metto nei panni del suo amico e non posso fare a meno di chiedermi “ma come ho fatto a stare seduto accanto ad un simile assassino e non accorgermi di nulla?”. So che nessuno poteva accorgersene, ma quel sentimento di sbigottimento, incredulità e ribrezzo lo sento addosso come se fossi l’amico di Carlo che è andato a prenderlo per vedere la partita insieme. E provo paura.

E intanto Cristina è morta così, per mano dello stesso uomo che aveva sposato pochi anni prima e col quale aveva desiderato e avuto due figli. Lo stesso uomo che posa con lei sorridente nelle foto del matrimonio e probabilmente anche in altri scatti in giro per la casa, ricordi di momenti felici. Lo stesso uomo che poco prima aveva fatto l’amore con lei e ancora in mutande l’ha uccisa senza remore, senza un tentennamento, senza un tremore alla mano. Non ha potuto nemmeno provare a difendere i suoi figli, povera Cristina, che sono stati colti nel sonno. Spero con tutto il cuore che non abbiano sentito nulla, che sia stato così rapido da non provocargli dolore.

Tutto questo dolore per cosa? L’infatuazione per una donna, una collega di lavoro, che tra l’altro non ha mai accettato le avances di Carlo, che non gli ha mai dato modo di pensare che potesse esserci un futuro per loro. Probabilmente lui se lo immaginava, nella sua mente malata, come un nuovo inizio, una nuova possibilità. Come mettere un punto a un racconto che non ci piace più e voltare pagina. Ma la vita vera è ben altra cosa. Dobbiamo sempre prenderci le nostre responsabilità e le conseguenze delle nostre azioni. Un omicidio non può mai – e sottolineo mai – essere una risposta, una soluzione, una scorciatoia. Anche quando è autorizzato per legge (ovviamente mi riferisco alla pena di morte).

Probabilmente Carlo voleva dare un colpo di spugna a tutto ciò che vedeva come un impedimento al suo sogno d’amore extraconiugale non corrisposto. Chissà, forse pensava che una volta vedovo e senza figli, la collega lo avrebbe guardato con occhi diversi, lo avrebbe consolato, lo avrebbe amato. Perché l’amore molte volte non vuole vedere – o non può – il marcio che certe persone hanno dentro, quel lato oscuro che le risucchia talmente in profondità che non riescono più a venirne fuori. E quando questo si palesa è troppo tardi e l’ultima cosa che vedi è l’uomo che credevi ti amasse che invece ti chiude gli occhi per sempre, non prima di averti mostrato chi fosse in realtà. Proprio alla fine.

Cordialmente vostra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(25 maggio 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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