Applicando il principio della retribuzione, il 2 aprile 2013 un tribunale dell’Arabia Saudita ha condannato un uomo a essere paralizzato qualora non pagherà un milione di riyal sauditi (circa 270.000 dollari) di risarcimento.
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Nel 2003, all’età di 14 anni, Ali al-Khawahir aveva accoltellato un suo amico, che era rimasto paralizzato agli arti inferiori. A distanza di un decennio, una corte di Al-Ahsa ha stabilito che il colpevole dovrà subire la medesima sorte se non riuscirà a reperire la somma richiesta.
Amnesty International è a conoscenza di un’altra sentenza alla paralisi, emessa nel 2010, che non risulta essere stata eseguita.
Le leggi dell’Arabia Saudita prevedono un’ampia gamma di pene rientranti nell’ambito delle punizioni corporali. La fustigazione è prevista obbligatoriamente per numerosi reati e può essere inflitta dal giudice, a sua discrezione, come pena alternativa o aggiuntiva al carcere. L’amputazione è prevista per i reati di furto (taglio della mano destra) e rapina in autostrada (taglio della mano destra e del piede sinistro).
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Amnesty International continua a chiedere l’abolizione di queste pene crudeli e illegali, contrarie al divieto assoluto di tortura.
Nell’ambito delle pene retributive, alcuni imputati sono stati condannati all’estrazione degli occhi o dei denti, oltre che a morte. In questi casi, la vittima può richiedere che la sentenza sia eseguita, annullata o sostituita da un risarcimento in denaro.

