di Marco Maria Freddi

Il dibattito che paralizza il centrosinistra italiano è infestato da una narrazione tossica e strumentale che pretende di spacciare l’accantonamento di Elly Schlein come un atto di necessario pragmatismo politico.
Questa lettura non è solo miope ma rappresenta un tradimento della realtà dei fatti e un insulto alla coerenza necessaria per costruire un’alternativa di classe alla destra reazionaria di Giorgia Meloni. Dopo l’esito referendario le opposizioni si sono incastrate in una contraddizione interna che rischia di essere fatale ovvero la pretesa di sfidare l’esecutivo senza aver blindato una guida politica chiara favorendo una conta interna che serve solo a nutrire i personalismi invece di risolvere i problemi strutturali del Paese. Mettere in discussione la leadership di Schlein in questo preciso momento storico non ha nulla a che vedere con il realismo ma è una manifestazione di irresponsabilità politica pura che danneggia i lavoratori e i cittadini che aspettano risposte sociali concrete.
La leadership politica non può essere ridotta a una merce di scambio da barattare nei corridoi delle correnti o tra le segreterie dei partiti perché essa si tempra esclusivamente attraverso la riconoscibilità e la capacità di restare ancorati a principi non negoziabili. Schlein ha risollevato il Partito Democratico portandolo al 24% alle europee e garantendo vittorie regionali che non erano affatto scontate restituendo al partito quel ruolo di perno centrale del campo progressista che anni di derive neoliberiste e tecnocratiche avevano svuotato di ogni senso. Anche quando non si condividono tutte le sue scelte tattiche (ho sempre espresso le mie perplessità per alcune scelte del partito) bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere che oggi lei rappresenta l’unica sintesi possibile capace di garantire tenuta e prospettiva. Il catalogo di nomi alternativi che viene ciclicamente sbandierato da Salis a Gabrielli fino a Manfredi e Gualtieri dimostra solo la fragilità di un progetto che preferisce rifugiarsi nel civismo o nel tecnicismo pur di non affrontare il conflitto politico necessario.
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In questo scenario l’insistenza sulla figura di Giuseppe Conte come guida della coalizione appare come un’operazione di puro trasformismo populista. Il tempismo del suo affondo arrivato mentre si contavano ancora le schede del referendum svela una strategia basata sui sondaggi e non su una visione socialista della società. Un Partito Democratico che decidesse di accodarsi a Conte rinuncerebbe alla propria funzione storica di forza riformatrice e di governo per scivolare verso un’ambiguità politica pericolosa. Conte ha dimostrato negli anni oscillazioni continue tra radicalità di facciata e compromessi di potere che sono l’esatto opposto della solidità di cui ha bisogno un blocco progressista serio. Essere un protagonista della coalizione non dà a nessuno il diritto di pretendere di esserne il fulcro specialmente quando manca quella legittimazione democratica che Schlein ha invece ottenuto sul campo e tra la base.
Le primarie invocate come panacea di ogni male sono in realtà una via di fuga per chi non vuole assumersi la responsabilità di una scelta politica chiara. La sfida lanciata da Conte a poche ore dalla vittoria del No referendario non è un gesto di unità ma un atto di ostilità competitiva finalizzato a logorare l’alleato più forte. Schlein ha agito con maturità politica rifiutando di farsi trascinare in un dibattito politicista che interessa solo alle nomenclature e non alle persone che soffrono per l’inflazione e la precarietà. Dietro le pressioni interne per un suo passo indietro si muovono logiche di conservazione del potere che non hanno nulla a che fare con l’interesse del Paese. Quando figure come Goffredo Bettini richiamano la generosità chiedendo di non porre oggi il tema della premiership stanno in realtà usando un linguaggio felpato per preparare l’ennesima restaurazione degli equilibri di corrente che Schlein ha avuto il merito di rompere.
Il campo largo non esiste se non come un’architettura fragile costantemente minata da divergenze profonde su economia e giustizia sociale. In questo vuoto la leadership di Schlein resta il punto di equilibrio più avanzato possibile perché è l’unica che sta provando a tenere insieme l’identità socialista e il dialogo necessario con le altre forze. Liquidare questa esperienza basandosi su sondaggi d’opinione che non tengono conto della forza di una mobilitazione basata sui contenuti significa condannarsi alla sconfitta preventiva.
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Frammentare di nuovo il centrosinistra oggi avrebbe un solo beneficiario diretto ovvero il governo Meloni che potrebbe così continuare a smantellare i diritti sociali indisturbato. Non c’è spazio per la prudenza o per ulteriori mediazioni al ribasso perché continuare a cercare scorciatoie non è politica ma è un errore sistemico che il mondo del lavoro e le classi meno abbienti pagherebbero con un ulteriore decennio di marginalità.
(4 aprile 2026)
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