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Giustappunto! Netanyahu e l’illusione della svolta: quanto cambia davvero il cambio di volto?

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di Fabio Galli
Fabio Galli

A volte la storia sembra voler cambiare ritmo, come se bastasse un’assenza — improvvisa, reale o presunta — per aprire una faglia nel corso degli eventi. Le voci che circolano, tra ipotesi di morte, immagini sospette, presenze che potrebbero essere simulacri digitali, si inseriscono perfettamente in questo bisogno: trovare un punto di rottura, qualcosa che permetta di dire che nulla sarà più come prima.
E tuttavia, proprio qui, conviene rallentare. Anche se Benjamin Netanyahu non fosse più sulla scena, non è affatto scontato che ciò coincida con una trasformazione sostanziale. La politica israeliana — e più in generale la gestione del conflitto — non nasce con lui, né finisce con lui. Netanyahu ne è stato, semmai, un interprete particolarmente esplicito, capace di portare alla luce dinamiche che lo precedono e che, con ogni probabilità, gli sopravvivranno.

Questo non significa che le differenze tra i leader siano irrilevanti. Sarebbe troppo facile — e forse anche intellettualmente pigro — sostenere che nulla cambi mai. Figure come Naftali Bennett o Benny Gantz incarnano stili politici distinti, rapporti diversi con le istituzioni e con gli alleati internazionali, perfino una diversa grammatica del potere. Un loro eventuale ritorno o rafforzamento potrebbe produrre effetti concreti: nei toni, nelle relazioni diplomatiche, nella gestione interna delle tensioni.
Ma è proprio qui che si gioca la questione decisiva. Quanto queste differenze riescono davvero a incidere sulle strutture profonde? Quanto possono modificare, non il linguaggio del conflitto, ma le sue condizioni materiali?

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Il punto, infatti, non è negare il cambiamento, ma misurarne la portata. Perché esiste una soglia oltre la quale le variazioni di stile — per quanto reali — smettono di essere trasformative e diventano adattive. Rendono il sistema più flessibile, più presentabile, talvolta persino più efficace, senza però alterarne i presupposti.
La questione dello Stato di Palestina resta, in questo senso, il banco di prova più evidente. È lì che ogni differenza viene verificata. Ed è lì che, finora, le discontinuità si sono rivelate limitate: miglioramenti parziali, aperture temporanee, ma nessuna inversione capace di ridefinire davvero i rapporti di forza.
Si potrebbe obiettare — e non senza ragione — che proprio queste variazioni minori contano, soprattutto per chi vive quotidianamente dentro il conflitto. E sarebbe un errore ignorarlo. La politica non è fatta solo di svolte epocali, ma anche di scarti progressivi, di micro-mutamenti che, accumulandosi, possono produrre effetti significativi.

Eppure, resta una sensazione difficile da dissipare: che ogni cambiamento avvenga entro un perimetro già tracciato. Che il sistema, più che essere messo in discussione, venga costantemente riadattato per durare. In questo senso, un eventuale passaggio di consegne potrebbe funzionare non come rottura, ma come riequilibrio. Un modo per assorbire le tensioni, ridefinire le alleanze, restituire credibilità internazionale senza intaccare davvero l’impianto di fondo.
È una dinamica che la politica conosce bene: cambiare abbastanza da sopravvivere, ma non abbastanza da trasformarsi. E spesso sono proprio i momenti percepiti come “nuovi inizi” a confermare, con maggiore eleganza, la continuità.

Forse è qui che bisogna collocare lo sguardo. Non nella ricerca di un evento risolutivo, ma nella capacità di distinguere tra cambiamento reale e cambiamento narrato. Perché il rischio, altrimenti, è quello di scambiare una variazione di tono per una svolta storica.

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E allora la domanda resta aperta, e volutamente irrisolta: quanto deve cambiare un volto perché cambi davvero anche ciò che lo sostiene?

 

 

 

(20 marzo 2026)

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