7.6 C
Milano
11.1 C
Roma
Pubblicità
Roma
cielo sereno
11.1 ° C
12.9 °
9.9 °
55 %
1kmh
0 %
Dom
11 °
Lun
11 °
Mar
14 °
Mer
14 °
Gio
14 °

POLITICA

Pubblicità

ALTRA POLITICA

Pubblicità

ESTERI

Pubblicità
HomeCopertinaLe attività di cura ed il cambiamento del paradigma economico

Le attività di cura ed il cambiamento del paradigma economico

Pubblicità
GAIAITALIA.COM NOTIZIE anche su TELEGRAMIscrivetevi al nostro Canale Telegram
GAIAITALIA.COM NOTIZIE su WHATSAPPIscrivetevi al nostro Canale WHATSAPP

di Vanni Sgaravatti

Adam Smith, il fondatore dell’economia classica, tentò di matematizzare e di rendere quindi come naturali e ontologiche le transazioni economiche nella emergente era industriale. Almeno secondo i suoi interpreti.

Era l’epoca del fascino della divisione del lavoro e della maggiore disponibilità di beni e servizi e del tentativo di rendere scientifiche le dinamiche sociali, così da rendere neutra e oggettiva la gestione sociale e politica, finalizzata alla massimizzazione del benessere collettivo.

Nessuno al di fuori del mendicante si doveva aspettare benevolenza, ma tutti si dovevano aspettare di poter godere di beni e servizi in base all’egoismo (interesse) dei produttori.

Smith, autore della “Ricchezza delle nazioni”, per teorizzare che la molla che governa l’economia era l’interesse, e, quindi, l’egoismo dei singoli, doveva escludere dall’insieme degli esseri umani che orientano l’economia, proprio sua madre e, poi, sua cugina e chi si era preso cura di lui perché potesse scrivere.

Doveva cioè escludere, tra le attività economiche, quelle messe in atto dalle relazioni del primo livello, quello famigliare, estese poi a tutte le persone che svolgevano attività di assistenza e di solidarietà. Ma senza quelle, gli uomini-macchina, protagonisti dei processi produttivi non potevano certo essere performanti. Quindi, fin da allora, si sono dovute nascondere dal calcolo delle risorse e dei relativi costi per produrre un bene e un servizio, le attività di cura.

Noi, oggi, siamo ancora profondamente dentro quella bolla cognitiva, condizionata da quella visione iniziale.

Separazione tra economia e moralità

Ma, a dire il vero, hanno interpretato male Smith, attribuendo a lui una separazione tra economia e moralità, con la svalorizzazione delle attività di cura, orientate ai valori morali, rispetto ai fini della riproduzione delle risorse economiche. Separazione che poteva essere colmata, se non fosse stato oscurato il libro sui principi morali dello stesso Smith e fosse più conosciuta la sua affermazione sulla immoralità delle Società di capitali.

Se la moneta è diventata la misura delle transazioni, se tra le transazioni vengono comprese tutti gli atti relazionali e, quindi, se la moneta e la compravendita sono la cifra dei rapporti umani contemporanei e se, infine, questa visione si alimenta dalle prime impostazioni economiche classiche in cui l’economia viene separata dalla morale, se ne deduce che gli obiettivi economici, in primis, rappresentati e misurati dalla massimizzazione del profitto e dal pil (prodotto interno lordo), che, come diceva Robert Kennedy, misura tutto, tranne quello che rende la vita degna di essere vissuta.

Inoltre, come conseguenza della separazione tra economia e morale, si determina quell’efficienza della potenza produttiva come fine a sé stessa, che ingoia l’umano, tra l’artificialità di quegli strumenti che sostituiscono, prima i corpi e poi, con la I.A., la mente.

Un intero ambito delle attività umane, quello della cura, viene, secondo l’“Adam Smith Institute” e secondo il pensiero corrente (ma non quello di Adam Smith), considerato naturale, ma non culturale e non economico.

I soldi, che vengono comunque dati a chi si occupa di assistenza sono considerati, perciò, marginali, necessari per fare “manutenzione” delle risorse umane, necessarie alla produzione.

La moralità, separata dall’economia, promuove, di conseguenza, la razionalità come etica in sé stessa, indipendente dallo scopo. Si ritrova, ad esempio, nel linguaggio corrente questa separazione, quando si sostiene, che un leader politico che persegue obiettivi non socialmente condivisibili, può essere ammirato per la sua “bravura”!

Nei dibattiti, spesso, si dice che sostenere il ruolo benefico della mano invisibile del mercato (termine inventato da Smith) è una questione tecnica-teorica, ma, allora, si dovrebbe spiegare perché negli anni ’50, in America, si ritenne necessario cancellare quelle frasi di Adam Smith che parlavano di moralità in economia.

Ma anche i progressisti, che plauderebbero a queste critiche sulla visione economica imperante, lo farebbero sulla base di una insoddisfazione ideologica ed esistenziale, ma difficilmente si rendono conto come questa visione sia radicata in tutti noi.

Ad esempio, quando si fanno le manifestazioni sul basso stipendio degli assistenti sociosanitari, si protesta contro il rapporto molto infelice tra impegno prodotto, compenso ottenuto. Ed eventualmente, questa protesta è drammaticamente rafforzata, pensando alla società disuguale in cui si vive.

Molti però, interiormente, ritengono che, se pure parlare di soldi per l’assistenza sia necessario e sia un problema di giustizia sociale, di dover giustificare, proprio per questi aspetti, il bisogno di prendere denaro per poter garantire “le cure”.

E sotto sotto, si nutre un inconscio fastidio nei confronti dei volontari che “non chiedendo denaro” sbattendo in faccia la loro superiore moralità e quando il denaro lo chiedono mostrano, magari, la loro vera natura di persone “egoiste”.

È su questa base di ragionamenti che si evidenzia come tutte le attività di cura così percepite, alimentano una visione della carità come stampella che corregge le storture, incidentalmente poco umane della vera produzione.

Certo la tecnica, sempre più avanzata e il grande indotto nel mercato della sanità professionale, permette di immaginare la cura medica ufficiale, come parte della produzione alimentata dagli incentivi economici alla carriera e agli obiettivi di performance, come i settori produttivi. In effetti, questo è un settore che travalica i due ambiti, la cura e l’aggiustamento dei corpi.

Senza necessariamente parlare di social-comunismo (che diventa fuorviante e presta il fianco a divisioni gruppiste)

Credo, però che fino a quando non si ritrova il bersaglio giusto, il cambio di paradigma economico di fondo, senza necessariamente parlare di social-comunismo (che diventa fuorviante e presta il fianco a divisioni gruppiste), si prende sempre il toro per la coda e mai per le corna.

L’input, cioè quello che richiede e mette in moto le attività della cura sono le esternalità della produzione. Le esternalità derivanti dalla produzione di beni e servizi che non trovano corrispettivi nei prezzi di mercato sono:

  • quelle ambientali (degrado, inquinamento, consumi energetici di beni comuni);
  • le basse paghe che non permettono di arrivare a fine mese;
  • la disoccupazione e la precarietà lavorativa a carico della collettività;
  • il burn out e le conseguenze psicofisiche dello stress e degli aspetti correlati legati al degrado socio-abitativo e alimentare.

Le politiche per aumentare la produttività del sistema utilizzano risorse che, per definizione, vengono sottratte alla cura e che producono maggiori esternalità negative, aumentando, così, ancora di più il bisogno di cure.

Inoltre, un sistema che sta facendo aumentare la disuguaglianza nella distribuzione del reddito incide ancor più negativamente sul benessere sociale, in due modi:

  • facendo aumentano i poveri, in senso lato intesi;
  • facendo diminuire le risorse per curarli

Il sistema attuale cerca di porre rimedi:

  • contando sull’insoddisfazione delle persone e sulla corrispondente offerta di volontariato;
  • sulla valorizzazione del ruolo della carità religiosa, che, inoltre, involontariamente naturalizza la disuguaglianza;
  • attraverso la finanziarizzazione dell’economia, così da far girare soldi, aumentando il deficit, con il vantaggio di rendere disponibili “percentuali” a beneficio della classe dirigente.

In sintesi, la razionalità e la separazione tra efficacia ed efficienza, tra tecnica e finalità umane, permettono di tradurre l’uomo in un ingranaggio di una macchina e nei tempi moderni in una componente digitale, che possa alimentare ed essere alimentato dall’intelligenza artificiale.

Per chiudere il cerchio, va aggiunto che, l’uomo, come soggetto politico, deve sempre più affidarsi alla burocrazia, un linguaggio che diventa sempre più potente nell’allearsi con gli algoritmi artificiali, che ne aumentano l’efficienza.

Una burocrazia che trova terreno fertile nei residui del pensiero illuminista, parte imprescindibile del pensiero progressista, che coltiva l’illusione di potere fare conto su di essa, come barriera contro i privilegi.

Ma, la burocrazia, da una parte, modifica la stessa percezione cognitiva della realtà, scambiando questa con la sua rappresentazione, dall’altra può costituire un approccio di conservazione dell’esistente e, quindi, anche di quella visione economica, fondata sulla neutralità della tecnica e che fa dire ad Emma Holten nel suo libro “Deficit” (edizione “La tartaruga”): “la gente ha sempre detto che non si può fare in modo diverso. E si è sempre sbagliata”.

La frammentazione del sistema socio-organizzativo, in ruoli a cui assegnare responsabilità e obiettivi da raggiungere, tecnici e, quindi, parziali, permette proprio quella conservazione del sistema e della sua visione interna e di impedire una critica all’intelaiatura burocratico-normativa, che porta gli agenti a dire: non è di mia competenza.

E, inoltre, a ritenere utopistica la messa in discussione esplicita delle norme e dei requisiti che determinano i loro comportamenti.

Il sistema è, del resto, sempre in grado di fornire la giustificazione morale di tali comportamenti, ogni qual volta deviazioni porterebbero ad inefficienze e ad un peggioramento delle performance di sistema.

Per non parlare dei rischi personali del singolo operatore, che difficilmente può assumersi l’onere di deviare da procedure, norme e prassi interne non scritte.

 

 

 

(30 novembre 2025)

©gaiaitalia.com 2025 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Iscrivetevi alla nostra newsletter (saremo molto rispettosi, non più di due invii al mese)

Torino
cielo coperto
1.4 ° C
4.5 °
1 °
68 %
1.1kmh
100 %
Dom
3 °
Lun
7 °
Mar
7 °
Mer
4 °
Gio
4 °
Pubblicità

LEGGI ANCHE