di Fabio Galli

Donald Trump è un uomo che ha costruito la propria caricatura con tale ostinazione da averla trasformata in una delle forme attraverso cui esercita il potere, ma sarebbe un errore considerare ogni sua uscita grottesca il risultato di una strategia perfettamente calcolata, come se dietro ogni smorfia, ogni spacconata, ogni contraddizione esibita in pubblico si nascondesse un regista infallibile, capace di prevedere le reazioni del mondo e di governarle secondo un disegno prestabilito. Il narcisismo, l’opportunismo, l’impulsività e il gusto per la provocazione possono essere caratteristiche autentiche della sua personalità, senza che per questo smettano di produrre vantaggi politici; anzi, è proprio nella capacità di convertire tratti personali, persino quelli apparentemente più disfunzionali, in risorse di governo che si manifesta una parte della sua efficacia. Non tutto è calcolo, insomma, ma il calcolo può imparare a sfruttare ciò che non lo è, e un sistema politico e mediatico sufficientemente predisposto può trasformare perfino l’imprevedibilità in una forma di prevedibile convenienza.
Il problema comincia quando scambiamo il personaggio per la persona, la rappresentazione per il potere che essa contribuisce a esercitare, il ridicolo per una confutazione sufficiente delle decisioni che quel ridicolo accompagna. Trump può pronunciare una frase assurda, contraddirsi nel giro di poche ore, esibire una concezione infantile della propria grandezza, suscitare l’indignazione degli avversari e diventare materia inesauribile per vignette, imitazioni, monologhi televisivi e commenti sarcastici; nel frattempo, tuttavia, i dazi incidono sugli scambi commerciali, le nomine modificano gli equilibri istituzionali, le decisioni dell’amministrazione producono conseguenze economiche e sociali, mentre le scelte in materia di diritti, immigrazione e politica internazionale ricadono su persone che non possono permettersi il lusso di considerarle una messinscena. Il pubblico ride del presidente e il presidente continua a governare. La contraddizione non è apparente: è precisamente il punto sul quale dovremmo soffermarci.
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La satira, naturalmente, non è un esercizio futile, né la derisione del potente costituisce necessariamente una forma di superficialità. Ridicolizzare chi pretende di incarnare la grandezza può essere un modo per sottrargli il monopolio della propria immagine, per incrinare la solennità artificiale attraverso cui il potere cerca di rendersi indiscutibile, per restituire proporzioni umane a chi vorrebbe presentarsi come eccezione alla misura comune. Il ridicolo può disarmare, rendere visibile una contraddizione, demolire un’autorità simbolica, mostrare la distanza fra le ambizioni di un governante e la sua effettiva statura intellettuale o morale. Ma perché tutto questo produca un risultato politico, e non soltanto una soddisfazione intellettuale, occorre che la risata raggiunga qualcosa di più della nostra stessa convinzione di essere dalla parte giusta. Altrimenti la satira diventa una forma di autocompiacimento, un rituale attraverso il quale una comunità si riconosce reciprocamente nella propria superiorità senza modificare di un millimetro i rapporti di forza che vorrebbe contestare.
Il rischio è che l’indignazione e il sarcasmo finiscano per alimentare la stessa macchina comunicativa che intendono combattere. Trump produce continuamente dichiarazioni, conflitti, provocazioni e contraddizioni, e ciascuno di questi elementi reclama attenzione, suscita reazioni, occupa lo spazio pubblico, impone agli avversari di inseguirlo sul terreno che lui stesso contribuisce a determinare. Ogni scandalo sembra preparare quello successivo, ogni smentita diventa il preludio a una nuova affermazione, ogni episodio grottesco alimenta una circolazione di immagini e commenti che tiene il personaggio al centro della scena. La politica rischia così di trasformarsi in una competizione per il possesso dell’attenzione, nella quale ciò che appare più scandaloso finisce per prevalere su ciò che produce gli effetti più duraturi. Non è necessario immaginare un piano segreto, né attribuire a Trump una capacità di controllo che probabilmente non possiede: un meccanismo può funzionare a vantaggio di qualcuno anche senza essere stato interamente progettato da quel qualcuno. È sufficiente che il sistema premi la visibilità, che i media siano costretti a rincorrere l’evento e che gli avversari, anziché imporre un’agenda alternativa, si trovino continuamente impegnati a reagire all’ultima provocazione.
In questo scenario, il personaggio grottesco non costituisce necessariamente il contrario del potere, ma può diventarne uno degli strumenti. La caricatura non è più soltanto l’immagine deformata che l’avversario costruisce per screditare il governante: è una maschera che il governante può indossare, alimentare e perfino rivendicare, trasformando le critiche in altrettante conferme della propria autenticità. Se viene deriso dalle élite culturali, può presentarsi come il nemico delle élite; se viene accusato di infrangere le convenzioni, può rivendicare la propria estraneità alle regole di un sistema che i suoi sostenitori considerano ostile; se una dichiarazione suscita indignazione, può utilizzare quella stessa indignazione per consolidare l’identificazione fra sé e il pubblico che si sente disprezzato da chi lo contesta. La satira continua a esistere, conserva le proprie ragioni e può persino affinare i propri strumenti, ma non è detto che riesca a produrre il discredito che si propone. La stessa battuta può liberare chi riconosce l’inganno e rafforzare chi interpreta quella battuta come un’aggressione al proprio rappresentante.
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È qui che occorre distinguere fra l’efficacia culturale della satira e la sua efficacia politica. Una vignetta può essere perfetta, un’imitazione irresistibile, un editoriale demolitorio, e tuttavia lasciare intatti i rapporti di forza; può convincere chi è già convinto, consolidare una comunità di lettori che condivide le medesime avversioni, offrire una forma di sollievo a chi si sente impotente di fronte agli avvenimenti, senza raggiungere coloro che attribuiscono al leader un significato identitario che nessuna argomentazione razionale, da sola, è in grado di dissolvere. Non significa che la satira debba rinunciare al proprio compito, né che debba misurare ogni battuta in base alla sua immediata utilità. Significa, piuttosto, che non possiamo confondere il successo di una rappresentazione con la sconfitta del suo oggetto. Avere dimostrato che un presidente è ridicolo non equivale ad avere dimostrato che il suo potere è inefficace, e tanto meno ad averlo reso innocuo.
Un equivoco analogo si manifesta quando alla figura clownesca di Trump si contrappone l’immagine di Xi Jinping come governante monumentale, stratega imperturbabile, lettore di Tucidide capace di attraversare la storia con la pazienza di chi conosce in anticipo le mosse dell’avversario. Anche questa rappresentazione, apparentemente opposta alla prima, rischia di essere una caricatura: una caricatura in positivo, levigata da una comunicazione che seleziona con cura le immagini, disciplina le parole e restituisce al potere un’aura di continuità, compostezza e lungimiranza. Ma la compostezza non è una garanzia di saggezza, così come l’assenza di spettacolarità non coincide con l’assenza di manipolazione. Un apparato politico può essere razionale nel perseguimento dei propri obiettivi e produrre, nello stesso tempo, conseguenze devastanti per chi è sottoposto al suo controllo; una comunicazione impeccabile può celare conflitti, coercizioni e interessi che l’immagine pubblica non ha alcuna intenzione di rendere visibili. Il fatto che un governante non si comporti come un personaggio da avanspettacolo non autorizza a trasformarlo in un filosofo, né che la sua rappresentazione sia più austera la rende automaticamente più veritiera.
Trump e Xi non sono due caratteri teatrali da collocare agli estremi di una scala che misura, da una parte, l’improvvisazione e, dall’altra, la profondità strategica. Sono espressioni di sistemi politici differenti, con strumenti, vincoli, forme di legittimazione e rapporti con l’opinione pubblica che non possono essere ridotti a una questione di temperamento. Le loro immagini pubbliche vanno interrogate, non semplicemente accettate o rovesciate: occorre domandarsi quali interessi servano, quali comportamenti rendano accettabili, quali aspetti del potere mettano in luce e quali, invece, lascino deliberatamente nell’ombra. Il mandarino filosofo e il tycoon da casinò possono essere entrambi personaggi costruiti, anche quando le caratteristiche che li alimentano sono reali; la differenza è che una caricatura suscita immediatamente il sospetto di essere falsa, mentre una rappresentazione solenne tende a presentarsi come naturale, inevitabile, quasi fosse la manifestazione visibile di una superiore razionalità. E proprio per questo la seconda può risultare altrettanto insidiosa della prima.
La questione, dunque, non è stabilire se sia ancora legittimo ridere di Trump, perché rinunciare alla satira in nome della gravità del momento significherebbe concedere al potere un’altra forma di immunità. Il problema è capire quando la risata smette di essere uno strumento critico e diventa una componente dello spettacolo che pretende di smascherare, quando il piacere di assistere alla demolizione simbolica di un avversario ci induce a credere che la demolizione sia già avvenuta, quando la nostra capacità di riconoscere il grottesco ci risparmia la fatica, molto meno gratificante, di seguire le decisioni amministrative, verificare gli effetti delle politiche, comprendere gli interessi in gioco e individuare gli strumenti attraverso cui un potere può essere concretamente limitato. Il rischio non è ridere troppo, ma attribuire alla risata una capacità che non possiede, come se la precisione di una battuta potesse sostituire l’efficacia di un’opposizione, il lavoro dell’informazione, il controllo delle istituzioni e la costruzione di alternative politiche.
Forse, allora, la domanda più scomoda non riguarda soltanto il leader che trasforma la propria caricatura in un metodo di governo, ma anche il pubblico che continua a riconoscersi nella parte dello spettatore intelligente, convinto di aver già capito tutto perché ha saputo individuare il ridicolo. Chi ride di Trump non è necessariamente il pubblico che Trump desidera, e sarebbe sbagliato attribuire a ogni critica un effetto involontariamente favorevole al criticato; ma neppure possiamo escludere che una parte della sua rappresentazione pubblica venga alimentata proprio dalla circolazione incessante delle immagini che dovrebbero screditarlo. La satira può essere assorbita, rovesciata, utilizzata come prova dell’ostilità altrui, senza per questo perdere ogni possibilità di incidere. Il suo compito non consiste nel garantire una vittoria immediata, ma nel mantenere aperta la distanza fra l’immagine del potere e la realtà dei suoi atti, impedendo che l’una venga scambiata per l’altra.
La politica, tuttavia, non è soltanto una scena e noi non siamo tutti spettatori dello stesso spettacolo. C’è chi ride del presidente, chi ride con lui, chi considera ogni sua provocazione una conferma delle proprie convinzioni e chi, senza ridere affatto, ne subisce le conseguenze materiali. Per questi ultimi, il grottesco non attenua la gravità delle decisioni, non riduce il costo di un dazio, non restituisce un diritto perduto, non rende meno concreta una misura discriminatoria o una scelta amministrativa. La caricatura appartiene alla rappresentazione; gli effetti del potere appartengono alla vita. Dimenticare questa differenza significa concedere alla comunicazione il privilegio di sostituirsi alla realtà, lasciando che la discussione sul personaggio occupi lo spazio necessario alla comprensione di ciò che il personaggio fa.
Ecco perché smascherare un potere e riuscire a limitarlo sono due operazioni completamente diverse. La prima può cominciare con una battuta, con una vignetta, con il rifiuto di prendere sul serio l’immagine che il governante costruisce di sé; la seconda richiede conoscenza, organizzazione, responsabilità, conflitto politico e istituzioni capaci di opporre limiti effettivi alla volontà di chi governa. La satira conserva tutta la propria importanza, purché non venga trasformata in un surrogato dell’azione e purché chi la pratica non confonda il piacere della propria intelligenza con la prova della propria efficacia. Trump non diventa innocuo perché è ridicolo, così come Xi non diventa saggio perché appare imperturbabile. Entrambi devono essere giudicati per ciò che fanno, per gli strumenti di cui dispongono e per le conseguenze delle loro decisioni, senza che la maschera grottesca dell’uno o quella monumentale dell’altro ci dispensino dalla fatica di guardare oltre.
La vera domanda, in definitiva, non è se la satira riesca ancora a smascherare il potere, ma se noi siamo ancora capaci di distinguere lo smascheramento dalla sconfitta, la comprensione dalla derisione, la consapevolezza dalla semplice soddisfazione di aver riconosciuto il bersaglio. Perché il rischio più grande non è che il potente diventi una caricatura, ma che la caricatura finisca per diventare la spiegazione attraverso cui ci convinciamo di averlo già compreso, mentre lui continua a governare. E allora, quando ridiamo, dovremmo forse domandarci non soltanto di chi stiamo ridendo, ma che cosa accade nel frattempo, quali decisioni passano inosservate, quali conseguenze si accumulano fuori dal campo visivo, quali rapporti di forza rimangono intatti mentre noi celebriamo la nostra lucidità. Potremmo scoprire che il problema non consiste nell’essere diventati, senza accorgercene, il pubblico previsto di uno spettacolo, ma nell’aver scambiato il fatto di averne riconosciuto il copione per la capacità di interromperlo.
(15 ottobre 2026)
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