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Riforma elettorale, si sono “chiusi dentro”. E allontanato la democrazia dai territori

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Testo:


di Massimo Mastruzzo
Massimo Mastruzzo

Con 227 voti favorevoli e 164 contrari, l’8 ottobre 2026 la Camera dei deputati ha approvato definitivamente la riforma elettorale. Il Parlamento ha deciso come si dovrà votare alle prossime elezioni politiche. Ma soprattutto ha modificato le condizioni alle quali una nuova forza politica potrà presentarsi al giudizio degli elettori. Ed è su queste condizioni che vogliamo soffermarci. Perché una legge elettorale non stabilisce soltanto come trasformare i voti in seggi. Stabilisce anche chi può partecipare alla competizione e quali ostacoli deve superare per farlo.

Per le formazioni politiche soggette al regime ordinario, la nuova disciplina prevede da 6.000 a 7.000 sottoscrizioni per collegio plurinominale. Per quelle che dispongono di un gruppo parlamentare o di una componente politica di gruppo parlamentare in almeno una Camera, il requisito è invece ridotto a 1.500-2.000 firme, ferme restando le ulteriori esenzioni previste dalla normativa. Ma non è soltanto una questione di firme. La riforma stabilisce anche che ciascuna lista debba presentare candidature in almeno la metà delle circoscrizioni elettorali della Camera.
Le circoscrizioni sono ventotto. La metà significa quattordici.

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Proviamo allora a immaginare due nuove formazioni politiche. Una nasce in Lombardia, l’altra in Calabria. Entrambe intendono rappresentare interessi territoriali, magari differenti, magari persino contrapposti. Non importa quale sia il loro orientamento politico: le regole devono essere valutate indipendentemente dalle idee di chi intende partecipare.
La Lombardia comprende quattro circoscrizioni elettorali della Camera. La Calabria una sola.
Un movimento lombardo che presenti candidature in tutte le circoscrizioni della propria regione dovrebbe raggiungerne almeno altre dieci. Quello calabrese, partendo dalla propria, dovrebbe arrivare in altre tredici. Per il primo significherebbe estendere la propria organizzazione ben oltre i confini lombardi. Per il secondo non basterebbe presentarsi in Calabria, Basilicata, Puglia, Campania e Sicilia. Anche contando le diverse circoscrizioni di Campania e Sicilia, dovrebbe continuare a cercare candidature e organizzazione in altre regioni. Non perché quelle comunità condividano necessariamente le sue rivendicazioni, ma perché la legge impone una diffusione territoriale minima per poter concorrere.

Facciamo anche una simulazione numerica, distinguendola chiaramente da un calcolo definitivo delle future candidature.
Se una nuova formazione, priva di esenzioni, presentasse una lista in un solo collegio plurinominale per ciascuna di quattordici circoscrizioni, la soglia ordinaria di 6.000 sottoscrizioni per collegio comporterebbe 84.000 firme. Si tratta di un esempio aritmetico, riferito alla sola Camera e subordinato alla concreta configurazione dei collegi e alle disposizioni applicabili, non di una certificazione del minimo legale complessivo.
Ottantaquattromila sottoscrizioni prima ancora di poter chiedere agli elettori di esprimere un voto. Ma c’è un elemento che questi numeri non raccontano. La legge conta le firme. Non conta le distanze necessarie per raccoglierle.

Secondo i dati ISTAT riferiti al 31 dicembre 2024, la Lombardia conta 10.033.918 residenti. La Calabria 1.834.646. Il Molise appena 287.814. Anche la densità abitativa cambia radicalmente: circa 421 residenti per chilometro quadrato in Lombardia, 121 in Calabria e 64 in Molise. Non significa che raccogliere firme in Lombardia sia automaticamente più facile. Significa che una stessa disposizione si applica a territori con caratteristiche demografiche profondamente differenti. E soprattutto significa che la popolazione non basta a descrivere le difficoltà.
Bisogna considerare dove vivono gli elettori, quanto sono distanti tra loro, quanti comuni occorre raggiungere, quali collegamenti stradali e ferroviari sono disponibili e quanto tempo serve per spostarsi da un centro abitato all’altro. Un conto è organizzare una raccolta in un’area metropolitana densamente popolata. Un altro è farlo in territori montani, nelle aree interne o in piccoli comuni distribuiti su superfici estese.

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Non sono soltanto considerazioni di buon senso. L’ISTAT misura l’accessibilità dei comuni italiani alle principali infrastrutture di trasporto e, nel Rapporto annuale 2024, individua 786 comuni scarsamente accessibili, localizzati prevalentemente nelle aree interne, lungo la dorsale appenninica, nelle zone alpine e nell’entroterra della Sardegna. La difficoltà di raggiungere un territorio non è dunque una percezione. È una condizione misurabile. E la raccolta delle firme non si esaurisce nel momento in cui un cittadino sottoscrive una lista. Le sottoscrizioni devono essere autenticate da soggetti abilitati e accompagnate dalla certificazione dell’iscrizione dei firmatari nelle liste elettorali. La certificazione compete ai comuni nei quali gli elettori risultano iscritti, che possono essere diversi da quelli in cui hanno materialmente firmato.  È vero che la normativa consente di richiedere e ottenere i certificati elettorali anche tramite posta elettronica certificata, riducendo la necessità di spostamenti fisici. Ma rimangono le attività di raccolta, autenticazione, controllo, coordinamento con gli uffici comunali e predisposizione della documentazione.
Una firma raccolta, insomma, non è automaticamente una firma utilizzabile per presentare una lista.
E più la raccolta è distribuita tra comuni, collegi e circoscrizioni differenti, più aumenta il lavoro necessario per organizzarla.
Il tutto entro i termini stabiliti dalla legge.

Esisteva anche la possibilità di attenuare almeno una parte di questi ostacoli attraverso la raccolta digitale delle sottoscrizioni. Durante l’esame parlamentare sono stati presentati emendamenti in questa direzione. Sono stati respinti.
Si è scelto quindi di non introdurre uno strumento che avrebbe potuto accorciare le distanze, ridurre parte degli oneri organizzativi e rendere meno determinante il luogo in cui vive un elettore.
Ma il punto più importante è un altro.
La stessa quantità di firme non comporta necessariamente lo stesso sacrificio per raccoglierle.

Una formazione politica che dispone già di strutture organizzate, personale, risorse economiche e una presenza diffusa sul territorio parte da condizioni diverse rispetto a un movimento appena nato, magari fortemente radicato in una regione ma privo di un’organizzazione nazionale. E quando a queste differenze si aggiungono requisiti di sottoscrizione più elevati per chi non dispone di rappresentanza parlamentare, il divario tra chi è già dentro e chi cerca di entrare diventa ancora più evidente.

È qui che nasce la questione dell’equità

Non chiediamo regole differenti per la Lombardia e per la Calabria. Non chiediamo privilegi per il Mezzogiorno, per il Settentrione o per un particolare movimento politico. Chiediamo se sia sufficiente applicare requisiti formalmente identici per garantire condizioni sostanzialmente eque di partecipazione. Perché la democrazia non vive soltanto di regole uguali. Vive della possibilità concreta di esercitare i diritti che quelle regole dovrebbero garantire.
A questo punto arriverà inevitabilmente l’obiezione.
A lamentarsi, diranno, sono i soliti partitini. Quelli che rappresentano quattro gatti, che raccolgono percentuali insignificanti e che magari non riuscirebbero nemmeno a superare la soglia di sbarramento. Può darsi.
Ma chi debba superare quella soglia dovrebbero deciderlo gli elettori.
Perché una cosa è stabilire quanti voti siano necessari per ottenere rappresentanza parlamentare. Un’altra è rendere tanto oneroso arrivare sulla scheda elettorale da impedire ad alcune forze politiche persino di sottoporsi al giudizio dei cittadini.
La differenza è sostanziale.

La nostra Costituzione, all’articolo 49, riconosce a tutti i cittadini il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. E l’articolo 3 non si limita ad affermare l’eguaglianza davanti alla legge. Affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che, limitando di fatto libertà ed eguaglianza, impediscono l’effettiva partecipazione dei cittadini all’organizzazione politica del Paese. Questo non significa che ogni formazione politica debba poter partecipare alle elezioni senza rispettare requisiti. Significa però che quei requisiti devono poter essere discussi anche alla luce della loro ragionevolezza e delle condizioni concrete nelle quali devono essere soddisfatti.

Non è una questione di simpatia per i piccoli partiti. È una questione di democrazia.
Perché quei quattro gatti potrebbero rimanere quattro. Oppure diventare quattrocento, quarantamila o quattro milioni. Non dovrebbe essere la difficoltà di arrivare alla competizione elettorale a decidere anticipatamente quanto consenso possao ottenere. Dovrebbero essere i cittadini. Una democrazia non si misura soltanto dalla forza di chi vince, ma anche dalle possibilità riconosciute a chi parte senza apparati, senza gruppi parlamentari, senza grandi finanziamenti e senza strutture nazionali. Persino quando le sue idee non ci piacciono. Perché il diritto alla partecipazione politica non può dipendere da quanto condividiamo le opinioni di chi intende esercitarlo. E allora, a chi sostiene che tutto questo riguardi soltanto quattro gatti, vorremmo ricordare una cosa.

La forza della democrazia non consiste nel garantire a tutti la vittoria. Consiste nel garantire a tutti una possibilità equa di partecipare. Almeno di provarci.

*Direttivo nazionale MET
Movimento Equità Territoriale

 

 

(8 ottobre 2026)

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