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Stabilicum. La legge che ci fa scegliere tutto, tranne che davvero

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Testo:


di Lorenza Morello
Lorenza Morello

Hanno trovato il nome perfetto. Stabilicum. Suona come un farmaco. E in effetti lo è: un ansiolitico istituzionale per una maggioranza che ha paura dell’instabilità che potrebbe venire dopo di lei. Giovedì 8 ottobre 2026 la Camera ha approvato in via definitiva la riforma che manderà in pensione il Rosatellum: 227 sì, 164 no, e un’aula trasformata in curva sud. Diventa legge. Sulla carta, Giorgia Meloni ha ragione quando scrive: “quando gli italiani torneranno a votare potranno scegliere tutto: il partito, la coalizione, il programma, il candidato premier e – di nuovo – il proprio parlamentare”. È vero. Peccato che sia vero come le scritte sui menu: tutto buonissimo, porzioni microscopiche. Vediamo cosa c’è davvero dentro.

Il premio che non è un premio, è una polizza sulla casa

Il cuore dello Stabilicum è un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza fisso di 105 parlamentari, 70 deputati e 35 senatori, assegnato alla lista o coalizione che ottiene più voti purché superi il 42%. Traduzione: se prendi il 42%, ti regaliamo la governabilità. Se prendi il 41,9%, ti arrangi. È un’idea geniale se sei convinto di essere l’unico in grado di arrivare al 42%. È un’idea pericolosa se credi nella Costituzione, che ha sempre guardato con sospetto ai premi che trasformano una minoranza consistente in maggioranza assoluta. L’abbiamo già visto bocciare dalla Consulta. Ma qui il trucco è diverso: non è un premio in percentuale, è un numero fisso. Tecnicamente più difendibile. Politicamente, la stessa cosa: chi vince con un margine risicato governa come se avesse stravinto.

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L’opposizione al Senato lo ha detto chiaro: accusa Meloni di aver “modificato le regole del gioco solo per aumentare le proprie possibilità di vittoria alle prossime elezioni”. Non è una critica elegante, ma è difficile darle torto. Le leggi elettorali scritte a ridosso del voto puzzano sempre di preventivo.

Le preferenze, sì, ma con il guinzaglio corto

La grande concessione democratica: tornano le preferenze. Dopo anni di liste bloccate in cui sceglievi il simbolo e ti ritrovavi eletto un signore che non avevi mai visto, ora potrai di nuovo scrivere un nome.
Quasi.
Perché il modello è misto: un capolista bloccato e sei candidati sottoposti al voto di preferenza. Il primo è intoccabile, nominato dal partito. Gli altri sei li puoi scegliere. È come dire: ti lascio scegliere il secondo di bordo, ma il capitano lo decido io. Anzi, lo decide la segreteria. È un passo avanti rispetto al Rosatellum? Sì. È la rivoluzione della rappresentanza promessa? No. È la conferma che i partiti non hanno alcuna intenzione di mollare il controllo sul Parlamento.

Il candidato premier in vetrina

Altra novità: i partiti dovranno indicare prima del voto il nome del candidato alla presidenza del Consiglio.
Sembra trasparenza. In realtà è la formalizzazione definitiva del presidenzialismo di fatto senza cambiare la Costituzione. Personalizziamo tutto, così il programma diventa un accessorio e il voto diventa un plebiscito sulla persona. Utile per chi ha un leader forte. Meno utile per chi vorrebbe ancora discutere di idee.

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6.000 firme per esistere

Dettaglio passato inosservato, ma micidiale: per presentarsi, le nuove formazioni dovranno raccogliere 6 mila firme in ogni collegio. La democrazia ama dire di essere aperta a tutti, poi mette il buttafuori all’ingresso. Con questa soglia, di fatto, chi non è già organizzato, finanziato e strutturato non entra nemmeno in discoteca. Stabilità, certo. Ma anche congelamento.
In definitiva, lo Stabilicum fa esattamente quello che promette: stabilizza. Ma stabilizza chi sta già dentro.

Non è una legge elettorale pensata per farci rappresentare meglio. È una legge elettorale pensata per farci governare a tutti i costi, anche quando il Paese è diviso quasi a metà. Ci ridà la matita per la preferenza, ma ci tiene la mano mentre scriviamo. Il problema, come sempre in Italia, non è il sistema proporzionale o maggioritario. Il problema è che cambiamo le regole ogni sette anni, sempre a partita già iniziata, sempre dicendo che questa volta è quella definitiva.

E infatti la chiamano definitiva. Come tutte le precedenti.

 

 

(9 ottobre 2026)

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