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La guerra come resa morale

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di Fabio Galli
Un’altra guerra.
Un’altra parola “necessaria” pronunciata con la bocca piena di patriottismo e le mani sporche di calcolo.
Ogni guerra nuova viene sempre presentata come diversa dalle precedenti: più giusta, più inevitabile, più “chirurgica”. È la retorica eterna del potere. Cambiano i volti, cambiano le bandiere, cambiano le giustificazioni, ma la struttura è sempre la stessa: qualcuno decide, molti pagano. E pagano con il corpo.

La guerra è la forma più oscena di infantilismo politico. È l’incapacità di tollerare il conflitto come spazio dialettico e trasformarlo invece in annientamento. È la confessione di impotenza di una classe dirigente che non sa negoziare, che non sa pensare in termini di tempo lungo, che ha bisogno di un nemico per legittimare la propria esistenza. Ogni guerra moderna è raccontata come difesa. Mai come aggressione. Anche quando invade, “difende”. Anche quando bombarda, “protegge”. È un capolavoro linguistico degno del Ministero della Verità di 1984. E noi, spettatori ipnotizzati, dovremmo accettare che l’orrore venga ribattezzato stabilità.

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Ma la guerra non stabilizza nulla. La guerra crea vuoti. Vuoti di case, di famiglie, di futuri. Crea generazioni cresciute nel rumore continuo dell’esplosione, nella normalizzazione del trauma. E poi qualcuno si stupisce se la violenza diventa l’unico alfabeto conosciuto. Chi invoca la guerra raramente la combatte. La combattono i ragazzi che fino a ieri mandavano messaggi vocali, le madri che si ritrovano a riconoscere un corpo in una fotografia sgranata, i civili che diventano “danni collaterali” — espressione elegante per dire: vite sacrificabili. E c’è qualcosa di profondamente regressivo in questa insistenza ciclica sul conflitto armato. Siamo nel ventunesimo secolo, ma il riflesso è tribale: attacco, vendetta, escalation. Come se la complessità geopolitica potesse essere risolta con la dinamica del branco.

La verità è che la guerra seduce. Seduce perché semplifica. Divide il mondo in buoni e cattivi. Cancella le ambiguità, elimina le sfumature, sospende il dubbio. E il dubbio è faticoso. È più facile gridare che pensare.
Ma ogni volta che si accetta una guerra come “necessaria”, si compie un gesto irreversibile: si abbassa l’asticella morale collettiva. Si accetta che l’omicidio possa essere organizzato, pianificato, giustificato. Si accetta che il diritto possa piegarsi alla forza. E una volta che la forza diventa argomento, la politica è già morta.
Non esiste guerra pulita. Non esiste guerra senza contaminazione morale. Anche chi “vince” porta cicatrici invisibili, e spesso le esporta altrove. Le guerre non finiscono: si spostano, si sedimentano, mutano forma.

La vera radicalità oggi non è l’intervento armato. È la pazienza diplomatica. È la negoziazione ostinata. È la capacità di sopportare la tensione senza trasformarla in distruzione. È infinitamente più difficile sedersi a un tavolo che salire su un carro armato.
Ogni nuova guerra è una sconfitta dell’immaginazione politica. È l’ammissione che non sappiamo più inventare strumenti diversi dal massacro organizzato. E questo, più delle bombe, dovrebbe spaventarci.
Perché quando la guerra diventa opzione normale, la pace non è più uno stato naturale: diventa un’eccezione fragile.
E vivere in un mondo dove la pace è un’eccezione non è realismo. È una resa morale travestita da pragmatismo.

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Se questa è “necessità”, allora forse dovremmo avere il coraggio di dire che è una necessità costruita. E ogni necessità costruita può essere smontata.
La guerra non è destino.
È una scelta.
E ogni scelta può essere rifiutata.

 

 

 

(4 marzo 2026)

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