Il boccalone ha partorito la svendita. E le chiama garanzie certe. In realtà cerca di svendere l’Ucraina a Putin. Tra le varie proposte, la completa depenalizzazione di tutti coloro che sono stati coinvolti nel conflitto. Una vera vergogna.
Ma vediamo come, mentre il governo italiano tace a Tajani rilascia il suo insulso bla bla bla che conta quello che conta, attraverso alcuni punti del presunto accordo pubblicati dal Corriere.
Punto numero 1: la sovranità dell’Ucraina sarà confermata. Punto numero 2: verrà concluso un accordo di non aggressione tra Russia, Ucraina ed Europa che metta fine a tutte le ambiguità degli ultimi trent’anni. Punto numero 3: Ci si aspetta che la Russia non invada Paesi vicini [sic] e che la Nato non si espanda ulteriormente.
“Ci si aspetta” non è esattamente si creano le condizioni affinché non succeda, ma c’è anche un’altra questione che viene più o meno passata sotto silenzio. L’obbligo di indire nuove elezioni in Ucraina nei 100 giorni successivi alla firma dell’accordo – perché quest’obbligo se non per fare in modo che Putin possa sostenere un suo candidato-fantoccio e fare dell’Ucraina una nuova bielorussia? E’ solo una domanda, mica è una provocazione. Zelensky sarebbe furioso e anche l’UE non l’ha presa troppo bene. La Russia, più pragmatico-imperialista, ribadisce attraverso la solita portavoce-dobermann che dell’accordo non ne sanno nulla nemmeno al Cremlino. E ammetterete che come barzelletta non c’è male.
Torniamo al Corriere e ai famosi punti che Axios ha diffuso integralmente, senza citarli integralmente: le famose “garanzie di sicurezza certe” per l’Ucraina non sono note, ma l’Ucraina deve scrivere in Costituzione che non entrerà nella Nato. E la Nato dovrà includere nei suoi statuti “una disposizione secondo la quale l’Ucraina non sarà ammessa”. L’esercito di Kiev dovrà essere limitato a 600 mila uomini e caccia europei saranno dislocati in Polonia per proteggere l’Ucraina. Prevista la riapertura della centrale nucleare di Zaporizhzhia, occupata dai russi, la cui energia dovrebbe venire divisa in parti uguali tra Russia e Ucraina. Rientro della Russia nel G8 e cancellazione delle sanzioni, con il reintegro di Mosca nell’economia globale, ma la Russia dovrà evitare di ostacolare l’uso del fiume Dnipro da parte dell’Ucraina per le attività commerciali e saranno raggiunti accordi per il libero trasporto di grano attraverso il Mar Nero.
Naturalmente gli ucraini dovrebbero ritirarsi dall’intero Donbass e riconoscere la piena sovranità [sic] russa ma tutto il Donbass sarebbe una regione demilitarizzata, dove le truppe russe non potrebbero venire dispiegate. Quanto “alle altre due regioni oggi parzialmente occupate dai russi, Kherson e Zaporizhzhia, le attuali linee del fronte verrebbero congelate e Mosca sarebbe pronta a fare alcune limitate concessioni territoriali che vanno negoziate. Vista dal Cremlino questa è una concessione rilevante, dato che sin dal referendum farlocco e considerato illegale da larga parte della comunità internazionale imposto da Mosca nel settembre 2022, Putin ha sempre detto di esigere il pieno controllo delle regioni anche nelle zone non ancora occupate dai suoi soldati”.
Viene invece dato per scontato che Kiev rinunci alla sovranità sulla Crimea, presa 11 anni fa.
Via Zelensky dalla presidenza
L’esercito ucraino dovrà essere composto di soli 600 mila uomini (oggi sono milione e 300 mila). Kiev dovrà impegnarsi a essere uno “stato non nucleare” dopo che ha ceduto tutti i vecchi ordigni a Putin, che invece ne conta più di 6mila (comprese le 2mila che l’Ucraina rese al Cremlino dopo gli “accordi di Bucarest del ’94. Gli ucraini accettarono di rendere 2.000 atomiche sovietiche. In cambio Russia, Cina, Stati Uniti ed Europa si impegnavano a garantire l’inviolabilità dei confini stabiliti nel 1991. Ma due decadi dopo Putin ruppe le intese e la comunità internazionale restò passiva”).
Il piano continua alla voce garanzie dove racconta che: “se l’Ucraina invadesse la Russia perderebbe tutte le garanzie”; se la Russia invadesse l’Ucraina “oltre a una risposta militare coordinata sarebbero ripristinate tutte le sanzioni globali”; se l’Ucraina lanciasse missili verso Mosca o San Pietroburgo senza motivo “le garanzie di sicurezza saranno invalidate”. Nulla si dice sul lancio di missili russi sull’Ucraina (ma dal momento che ci sarebbe, se nuove elezioni obbligate si tenessero, un fantoccio di Putin alla presidenza il problema non si presenterebbe).
Il russo (che gli ucraini odiano) sarebbe lingua ufficiale al pari dell’Ucraina, dell’abolizione di qualsiasi restrizione al patriarcato russo, della necessità di “denazificare” [sic] il Paese che è stato invaso da Putin con metodi neo-hitleriani. L’accordo sarà, è ovvio, “legalmente vincolante” e “la sua attuazione (….) sarà monitorata e garantita dal Consiglio di Pace, guidato da Trump”, che magari chiuderà tutti e due gli occhi come sta facendo oggi su ciò che Israele continua a fare a Gaza. Poi l’obbligo al punto 25 di tenere in Ucraina elezioni “entro cento giorni dalla firma degli accordi”, così che Putin interferisca come già fece nel 2016 negli USA e possa instaurare un regime-fantoccio satellite di Mosca anche a Kyiv.
Più che un accordo di pace è una svendita che mette in pericolo anche il futuro dell’Unione Europea e che fa ipotizzare possibili accordi economici non noti tra i soliti noti: Trump e famiglia da una parte e Putin e oligarchia amica dall’altra..
(21 novembre 2025)
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