Pubblicità
8.3 C
Roma
7.9 C
Milano
Pubblicità
PubblicitàBritish School Banner 2023

POLITICA

PubblicitàLancio Master 2023 Limited Edition

ESTERI

Pubblicità
Pubblicità
HomeGeopoliticaPutin, l’agente infiltrato: non due egemonie, ma un unico nemico

Putin, l’agente infiltrato: non due egemonie, ma un unico nemico

di Vanni Sgaravatti

Alla Stazione di Dresda arrivavano i terroristi della Raf (Rote Armee Fraktion), oltre ai libici. Andavano in una villa fuori città gestita dagli uomini della Stasi. Chi comandava e dava ordini anche ai direttori della Stasi era un certo Putin, che prendeva la lista di armi ed esplosivi di cui avevano bisogno e provvedeva a rifornire ed organizzare tutto, con campi di addestramento o reti di copertura, come quella che proteggeva il famigerato Carlos lo sciacallo (da una testimonianza di un ex terrorista della Raf, ripresa nel reportage di Catherine Belton).

Dresda, apparentemente più defilata di Berlino, era un centro per la destabilizzazione dell’occidente attraverso finanziamenti e supporti alle organizzazioni terroristiche.

A posteriori, quelli della Raf si erano resi conto che erano stati burattini al servizio del Kgb, che bypassava la Stasi (come si diceva in quell’ambiente, non avrebbero neppure sternutito senza il permesso di Mosca) e segnalava gli obiettivi (leggasi il libro di Catherine Belton, “Gli uomini di Putin”).

Sembra che fosse proprio l’agente Putin colui che favorì l’organizzazione dell’attentato, fornendo sofisticate armi da guerra che permisero, ad esempio, di uccidere il Presidente della Deutsche bank Alfred Herrausen, che ostacolava i piani della Banca di Dresda, il cui capo era un ex direttore della Stasi e che era in competizione con la stessa Deutsche bank per l’acquisizione e la gestione di tutti i fondi provenienti da quell’enorme mercato costituito dalla privatizzazione delle imprese della Germania dell’est. Favoritismo mai provato, naturalmente. Questo mentre la Germania est in bancarotta riceveva un miliardo di euro al mese da parte della Germania ovest ben prima della caduta del muro di Berlino. Soldi che confluirono poi in fondi neri, direttamente gestiti dal Kgb.

La storia raccontata dall’ex terrorista della Raf è difficile da verificare, visto che tutti i suoi compagni sono morti o non rintracciabili, ma uno stretto collaboratore di Putin dichiarò che, a quell’epoca, a Putin mancavano solo sei mesi alla pensione e solo quelli impegnati in missioni ad alto rischio come quello della gestione dei rapporti con la Raf poteva giustificare una pensione così anticipata, in cui ogni anno di lavoro, per procedura interna, ne valeva due. Una persona che serviva al riciclaggio e al furto delle tecnologie occidentali, attraverso anche la Robocop, principale impresa informatica della DDR con sede a Dresda, parlava di Putin come di una spia, sempre sottotraccia, sfuggente, e ricorda come in diverse operazioni usava nomi come Adamov o Platov. Tutte testimonianze che tendono a smentire la narrazione postuma fatta dagli uomini del Fsb, in cui avevano cancellato le tracce del ruolo di Putin, sostenendo che persino la medaglia ricevuta era la stessa che veniva data persino alle donne della pulizia della sede di Dresda e, che quindi il compito di Vladimir era irrilevante.

L’Unione sovietica era tecnologicamente indietro e non poteva che combattere con lo spionaggio, il furto, la destabilizzazione occidentale e il mercato nero. Ma, già dal 1982 al tempo di Andropov, l’intelligence internazionale del kgb aveva previsto il crollo del sistema per l’impossibilità di finanziare terrorismi, attraverso i meccanismi di vendita a prezzi stracciati di materie prime a aziende amiche e controllate e con l’utilizzo poi dei sovraprofitti. Sotto Andropov veniva, quindi, formandosi una nuova generazione di economisti. Il ventenne Gajdar parlava di riforme in direzione del mercato che riteneva fossero cruciali per la sopravvivenza del blocco sovietico insieme al giovane Pëtr Aven. Entrambi lavoravano in un alto istituto pansovietico per la ricerca sui sistemi ed entrambi provenivano dal cuore dell’élite sovietica. Il padre di Aven era stato uno degli accademici più rispettati del paese, mentre quello di Gajdar aveva lavorato sotto copertura, fingendosi un corrispondente della Pravda a Cuba, dove aveva raggiunto il grado di ammiraglio.

Sia Gajdar che Aven dovevano giocare ruoli di guida nelle riforme verso l’economia di mercato della nuova Russia e tutti i riformatori che diventarono importanti in seguito, da Gorbačëv ai nuovi, crebbero in istituzioni create da Andropov, come riporta Vladimir Jakunin, stretto collaboratore di Putin nel Kgb. Le prime riforme in direzione del mercato furono elaborate in queste istituzioni. Quando Andropov assunse il potere, le fazioni progressiste del Kgb, con a capo la direzione dell’intelligence internazionale e la direzione dei crimini economici, cominciarono a sperimentare la creazione di una nuova classe di imprenditori destinati a operare al di fuori dell’economia pianificata sovietica. La vera perestroika cominciò sotto Andropov. Anche gli analisti russi già dal 1985 avevano previsto il crollo, perché se si creava una rete sistematica di uomini fidati i cui nomi rimangono segreti, nominati come fiduciari di pezzi dei patrimoni esteri, aziende, fondi, ecc. al di fuori del partito, questo voleva dire che l’apparato si preparava a nascondere il malloppo al di fuori dello stesso. Questa per loro era l’inizio della fine del partito.

Ed è dal 1991 che la nuova rete si costruisce riappropriandosi del disperso e occultato patrimonio sovietico, facendo sparire le tracce delle operazioni a Dresda, mettendo in sonno tutta una classe di agenti del Kgb e prelevando direttamente tutte le risorse della DDR collocandoli in fondi neri, alimentando così proprio quel tesoro affidato poi agli oligarchi. Alcuni erano giovani provenienti dal Komsomol di fiducia di Putin. E fu questa origine che giustificò poi la repressione e i suicidi di questi oligarchi quando il Kgb, ora Fsb e in particolare i sivloki riemersero per riprendersi il controllo delle fortune di quegli oligarchi. Colpevoli di aver pensato potessero essere indipendenti e soggetti solo alle spietate regole del mercato.

Putin ha lavorato per questa operazione, denominata “Luc”: fondi neri e corruzione finanziaria in un capitalismo di concessione per cambiare il sistema dell’Unione Sovietica, così da mantenere il potere del kgb e dell’impero russo. Putin ha lavorato come infiltrato tra gli infiltrati, una specie di spia in sonno del Kgb sovietico da risvegliarsi nel sistema postsovietico, nascondendo le tracce del suo operato precedente e bypassando gli stessi direttori del Kgb creare una rete che doveva sopravvivere alla caduta dell’impero sovietico.

Cambiava talmente velocemente la parte con cui allearsi, lavorando per i democratici, poi favorendo l’apparato Fsb, che Sedelmayer, consulente per la sicurezza, riciclatore di denaro attraverso una rete di aziende anche in Svizzera, ha commentato: “Cambiava colore con tale rapidità che non si riusciva mai a dire chi fosse davvero”. Paradossalmente possiamo dire che solo ora, forse alla fine di una vita e di una carriera Putin dice la verità, proclamando il suo nazionalismo, la sua ossessione per la conquista russa del mondo, con un odio senza controllo per i tedeschi contro cui il padre aveva combattuto.

Quando ritornò in Russia, Putin, invece di fare il taxista o tornare al centro (Kgb di Mosca) andò a San Pietroburgo, su ordine del suo ex capo di Dresda, il colonnello Lazar Matveev, ma invece di lottare contro i democratici, si infiltrò tra loro appoggiandoli. Fu poi nominato vicesindaco di San Pietroburgo dal suo mentore il professore democratico e sindaco della città, Sobčak, che fece di tutto per riportarlo in ruoli istituzionali per assicurarsi un collegamento con l’ex apparato del Kgb, mai morto, e, quindi, vincere la lotta contro i democratici. E qui comincia un’altra storia dell’infiltrato Putin.

Putin gestisce la città, con il gruppo del Kgb, divisione V repressione dei dissidenti, del capo Viktor Cerkesov (unico uomo temuto da Putin), perchè il sindaco Sobčak era incapace nella gestione. Strinse strette alleanze con il gruppo più sanguinario e malavitoso, Tambov, con a Capo Kumarin e Trader, con il supporto di Medved, ex avvocato, suo vice che assicurava il supporto alla malavita (secondo il reportage della Belton). Fu il gruppo più sanguinario per il controllo del terminal petrolifero, le esportazioni e il flusso di droga, armi e denaro. Lo scambio tra petrolio e beni alimentari forniti dall’Occidente, spesso non ricevuti dai beneficiari, aveva anche la finalità di accumulazione di fondi neri, con il controllo del traffico di droga dalla Colombia, attraverso il porto e diretto all’Europa occidentale.

Putin che aveva lottato per fare il suo capo e il suo mentore è lo stesso uomo che poi, tramite la fazione dei sivloki del Fsb, contribuisce probabilmente alla sua eliminazione (la moglie di Sobčak intervistata a Parigi sul ruolo di Putin nella eliminazione di suo marito disse: “Ho figli in Russia”). Ma la capacità dell’agente Putin si dimostrava soprattutto nel continuare a parlare bene di Sobčak anche ai suoi oppositori che come lui volevano eliminare. E questo non solo per dimostrare che lui non c’entrava nulla con le trame contro di lui, ma soprattutto per accreditarsi come fedele servitore di un capo. Altrimenti, in quell’ambiente, anche se sei utile ad una parte, risulti poi pericoloso: come tradisci una volta, puoi tradire altre.

Poi sono altre le storie che portarono alla successiva espansione del nuovo gruppo dirigente nelle istituzioni occidentali, in collegamento con Michajlov, presunto capo della potente organizzazione criminale Solncevskaja bratva di Mosca. L’alleanza malavitosa, che, in seguito, ha coltivato rapporti con l’immobiliarista di New York, un certo Donald Trump, pagando i debiti di 600 milioni del suo Casino, frequentato, come testimoniano tante fotografie dagli uomini della mafia russa-americana. Naturalmente da quell’epoca, la fila di complotti e il fiume di sangue sono aumentati fino al terrorismo ceceno e ai depistaggi del Fsv che fecero centinaia di morti nella scuola di Beslan e nei teatri di Mosca: ma questa è ancora un’altra storia.

Solo ora, che Putin è venuto allo scoperto, abbracciando la sua narrazione ideologica, autarchia, tradizione, oligarchia, imperialismo della sacra Russia, l’uomo dai mille volti, si ferma su questa identità, probabilmente crede davvero in questa narrazione, a cui fermamente crede e, attraverso cui, dà una continuità esistenziale alla sua storia.

In conclusione: un unico nemico

L’ideologia comunista si è persa nelle organizzazioni comuniste. Le organizzazioni assumono obiettivi indipendenti e auto referenziati: salvaguardare e sviluppare la potenza di sé stesse. In un primo tempo, questo obiettivo è strumentale a quello fondativo: perseguire l’obiettivo “comunista”. Poi si invertono i termini, l’ideologia iniziale, comunista, diventa strumentale allo sviluppo dell’organizzazione. Infine, l’ideologia comunista se non è più efficace, anzi quasi una minaccia per quelle organizzazioni, viene abbandonata e sostituita da quella vincente, quella del neoliberismo capitalista globale, con i segni dell’impero russo che ne garantiscono la continuità identitaria nel percorso di crescita.

In realtà, da una parte è l’ordine neoliberista globale, che ribaltando i propositi del liberismo internazionale, ha rotto, nei paesi occidentali l’equilibrio tra la sfera politica, la democrazia (come riferimento valoriale per i comportamenti) e la sfera economica e di mercato. La storia raccontata dai diversi reportage, in primis, quella di Belton, evidenzia una narrazione in cui il potere del Kgb diventa il potere dello Stato, si traveste e si impossessa dello stato, trovando il sistema neoliberista globale lo strumento di potere migliore e che meglio si adatta ad un’ideologia autarchica, sacralizzata da un nuovo rapporto con la religione e una relativa serie di segni identitari nazionalisti.

Se così è, la storia dei due egemonie mondiali che si contendono le sfere di influenza in Ucraina è una narrazione che non sta in piedi. Perché questa sia vera occorre che le sfere di influenze politicamente determinate siano realtà emergenti e non siano quelle da ricostituire, mettere sotto il controllo politico, attraverso un conflitto che permetta di legittimarsi come superpotenza. La tendenza ad un’accumulazione sempre crescente del capitalismo neoliberista globale, sfruttata dal Kgb per corrompere l’occidente è la stessa di quella che in Occidente ha fatto emergere quella oligarchia finanziaria e ha portato ad un aumento incontenibile di disuguaglianze interne e internazionali. Quindi sembra che il nemico sia unico e sia lo stesso: da una parte prende le forme aggressive militari e esplicitamente violente e dall’altra un potere soft e seduttivo. Non combattere per la libertà e la democrazia quando, per farlo, occorre opporsi all’aggressione violenta e correlata, con l’illusione di potersi chiudere nella propria comfort zone, difesa da muri e da cortine di ferro, di fatto, vuol dire non combattere neppure la seduzione dello stesso potere neoliberista quando si traveste in convenienze e mercificazioni, dettate da algoritmi che alimentano la tendenza alla nostra marginalizzazione, illudendoci di poter vivere una vita senza rischi.

Un’illusione pericolosa, perché induce a mille giustificazioni a considerare estranea la lotta in corso in Ucraina, parlando di due nemici diversi che si contendono e rispetto a cui noi potremmo essere neutrali, invece di considerarci alleati, perché combattiamo un unico nemico, anche se prende volti e forme diverse. Divisi uno contro l’altro andiamo incontro alla sconfitta e questo sì che diventerà un destino comune, al di qua e al di là del Donbass. Ma chi spera in una pace indipendente dalla giustizia, utilizza come una delle argomentazioni, la necessità morale di comprendere e rispettare valori, esigenze di una cultura diversa dalla nostra.

Diventa difficile però farlo e non combattere anche con le armi, quando questi valori si traducono in comportamenti politici che promuovono e rispettano solo i patti che rispecchiano i rapporti di forza. Molti di noi predicano il disarmo, cominciando unilateralmente ad attuarlo per raggiungere la pace, parlando con un soggetto che ritiene corretto stabilire la distribuzione di risorse, di terre e di diritti sulla base della forza acquisita dai contendenti?

 

 

(3 ottobre 2023)

©gaiaitalia.com 2023 – diritti riservati, riproduzione vietata

 





 

 

 

 

 

 

 

 



LEGGI ANCHE