di Giovanna Di Rosa
Dice moltissime cose la nuova segretaria Elly Schlein all’assemblea nazionale PD, e nel lungo elenco di cose da fare – servirebbero forse quattro segreteria, e deve ancora iniziare la prima – non può mancare la parola “autocritica” senza la quale si rischia di non essere più di sinistra. Tuttavia questa volta, e per la prima volta forse da quando scriviamo di politica su questo giornale, “autocritica” ha un suono dinamico e non è una fredda frase di circostanza per lasciare che tutto rimanga com’era.
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L’impressione è che autocritica significhi per Schlein che bisogna davvero cambiare metodo e che non serve più, ad esempio, parlare di unità per il gusto di parlarne e basta: perché l’unità non si racconta, si pratica. Il resto è stato un discorso molto lungo, con tanti, tantissimi (e forse troppi per chi ascoltava) sequela di ringraziamenti dei quali solo uno ci è sembrato sensato: quello a Livia Turco. Molte idee e poco pragmatismo, ma il limite è nostro che nei discorsi vogliamo vedere i fatti.
Poi, dopo il discorso di Bonaccini, un barlume di verità all’orizzonte. Anzi due. La prima dice che il PD fa sul serio guarda parla di riformismo, poi vedremo quanto dura, e del suo necessario spostamento a sinistra e sui diritti sociali e diritti umani; la seconda è che i cattolici del partito punteranno i piedi, e lo faranno come al solito a modo loro. Che è quel modo che è servito, dalla sua Fondazione, ad affondare ogni reale proposito riformista del partito.
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(12 marzo 2023)
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