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Avanzano i leoni da tastiera contro la massa muscolare “del trans” nello sport… L’importante è scatenare una guerra al giorno

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di Paolo M. Minciotti

Non staremo a commentare l’incommentabile (lo abbiamo già fatto del resto), battuta della sciatrice della quale non resterà che polvere come di tutti noi, ma noi lo sappiamo: ci colpisce il dibattito che solo l’inutilità riesce a scatenare: ora è il momento del ragazzone che disserta su Facebook sulle differenze di muscolatura tra un’atleta transessuale, da uomo a donna nello specifico; di un altro profilo che risponde dicendo che lo denuncerà al Rettore della sua Università – perché nella vera democrazia del sapere nelle università fanno entrare proprio tutti; quindi un terzo profilo che dava del fascista, perché si finisce sempre lì, a colui/colei che minacciava la denuncia al Rettore. Una pena.

Nel secolo scorso divenne famosa una tennista Renée Richards, atleta transessuale m/f, che lottò come una leonessa per essere ammessa nelle gare femminili nelle quali fece diverse competizioni, ne vinse pochissime perché la muscolatura non è tutto, lo sapessero certi palestrati senza cervello.

E’ noto a chi lo sport lo conosce che esistono casi di atlete di sesso femminile, lontane anni luce dall’idea di transessualità, il cui livello di testosterone è naturalmente troppo alto. Per citare un nome: Caster Semenya, atleta straordinaria, due vittorie olimpiche negli 800 metri, velocissima su 100 e 200m, devastata dalle insinuazioni sul suo “sesso reale” nonostante il suo sia un corpo assolutamente femminile proprio per la sua naturalmente elevata produzione di testosterone, che ha le sue cure, ma come dimostrano certi post, l’idiozia può più della scienza, almeno nella vita virtuale di chi non ha una vita reale. Questa idiozia ha portato l’atleta sudafricana al ritiro, più volte, ma è sempre tornata. Vincendo. Ora Semenya è tornata a gareggiare e ha infilato un buon 8.54.97 sui 3000 metri e cerca il minimo per i mondiali sui 5mila. Continuano a dirle che deve ridurre il numero dei suoi ormoni maschili, lei c’ha provato persino schioccando le dita, ma vai a cambiare un corpo che funziona così dentro il sesso biologico che lo ha determinato.

C’è stato un altro esempio di triste idiozia su questi temi così delicati: l’atleta era italiana, una grande velocista, Rita Bottiglieri, che a più di trent’anni dal suo ritiro dall’agonismo vanta ancora tempi tra i primi dieci d’Italia in tutte le specialità che la vedevano protagonista: 100m, 200m, 100m ostacoli, pentathlon (che ora è eptathlon). Erano gli anni ’70 e coi pregiudizi non ci si andava tanto per il sottile: le dissero che non era una donna, la sospesero, la sottoposero a tutte le analisi del caso [sic] e la riammisero all’agone sportivo: continuò a vincere come prima. Ora ha 68 anni, è un mito dello sport, e certamente vive meglio di chi l’ha insultata gratis per il corpo che aveva.

Jarmila Kratochvílová è un’altra atleta leggendaria, attiva sui 100 e 200 metri, nel mezzofondo, con tempi straordinari: anche nei suoi confronti furono regalate le stesse illazioni idiote che oggi certi illuminati considerano argomenti di cui discutere pubblicamente per darsi dei fascisti, tanto a essere fascista è sempre un altro;  Kratochvílová non era una donna trans, ma la sua massa muscolare non rientrava nella norma femminile del tempo; fu un’atleta indimenticabile: memorabile una sua ultima frazione di staffetta dove recuperò (in 100 metri) dieci metri di distacco e portò l’allora Cecoslovacchia all’oro con mezzo metro di vantaggio sulla seconda. Nel 1981 corse i 100m in 11″09 e nel 1983 gli 800m in 1’53″28 che è ancora il primato del mondo. Non ci sono atlete italiane nemmeno oggi che corrano quei tempi. La ricordo perfettamente: dall’inizio della sua carriera alla fine della stessa la sua massa muscolare (foto in alto) era aumentata enormemente, non fu mai trovata positiva al doping nonostante i furboni che commentano questo articolo parlando di palese uso di anabolizzanti (mai certificate).

Poi c’era Marita Koch, tedesca della DDR, un primato mondiale sui 400m di 47″60 che nel 1985 pochi atleti maschi italiani correvano: anche lì insinuazioni e polemiche, poi un 7″04 sui 60m che zittì tutti e ultime frazioni di staffetta che davano venti metri alle avversarie. Il suo 21″71 sui 200m è ancora record nazionale tedesco e fu a lungo primato europeo, venne battuto solo nel 2015. La sua galoppata sui 400m piani a Canberra nel 1985 (forse una Coppa del Mondo) si trova su Youtube. Uno spettacolo.

Come speriamo di avere chiarito non c’è bisogno di scrivere più idiozie di quante non ne siano già state scritte sulla questione “trans” nello sport, perché ricostruire un corpo trans, affrontare una transizione, tutto ciò che comporta, non è certo semplice come stabilire un primato del mondo o vincere una medaglia. E, notoriamente, le persone trans hanno pregiudizi altri con i quali confrontarsi che sono spesso quelli che li hanno allontanati dai campi sportivi. Recentemente un’astista tedesca, bronzo alle Olimpiadi, ha terminato la sua transizione f/m, ma non si è data nuovamente allo sport, con buona pace dei tre mattacchioni che citavamo più sopra schieratisi grazie alla pessima uscita di un campionessa di sci della quale rimarrà solo polvere come di tutti noi, ma noi lo sappiamo, e che hanno trovato buona consacrazione nell’Olimpo dei so poco e di quel poco capisco anche meno.

La realtà ha sempre una spiegazione: certo per capirla bisogna vederla, ma quello è un problema del Suo medico curante, Signora mia. Non c’è molto altro che possiamo fare. Certo possiamo scatenare una guerra al giorno su Facebook su questioni che non conosciamo, salvo ignorare la guerra vera tacciandola di essere un falso da set cinematografico. Succede tutti i giorni e c’è poco da riderci su.

 

(20 aprile 2022)

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