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Afghanistan: la festa è finita, gli amici se ne vanno #Giustappunto di Vittorio Lussana

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di Vittorio Lussana, #Giustappunto

Dopo i recenti fatti di Kabul, che la redazione esteri di Laici.it ha descritto quasi in tempo reale da una spiaggia della Sardegna, adesso tutti criticano il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, come fosse un vecchietto incapace di intendere e di volere. In realtà, la debacle americana di queste settimane, corredata puntualmente dagli attentati dell’Isis Khorasan, appartiene a un genere giornalistico ben preciso: quello delle rotte o delle ritirate. Tipo quella di Caporetto, che Alessandro Barbero è costretto a raccontare nonostante sia un medievalista. E un ex comunista.

Bisogna stare attenti in queste cose. E avere intuito. In realtà, il disastro americano di questi giorni deriva dagli accordi sottoscritti con i Talebani, a Doha, da Donald Trump e Mike Pompeo. E andando ancora più indietro, il primo vento lo seminò Barack Obama nel 2010, con uno stucchevole annuncio. In piena trattativa per rafforzare l’esercito regolare di Kabul, egli affermò apertamente alla stampa di tutto il mondo che gli Stati Uniti stavano per disimpegnarsi dall’area afghana, dando modo ai Talebani di riorganizzarsi nelle varie sacche di territorio già allora sotto il loro controllo.

Insomma, le vere radici di una figuraccia del genere sono lontane nel tempo: non è tutta colpa di Joe Biden e della sua amministrazione. Persino le forze di Polizia locale, addestrate per controllare il territorio e prevenire attentati, sapendo di essere in scadenza di contratto si sono lasciate cooptare dagli studenti afghani.

Nonostante ciò, immediatamente sono cominciati i paralleli storici più disparati, dato che ormai, grazie ai No vax – ormai espertissimi nel mettere assieme le mele con le pere e le banane con i funghi – tutti si lasciano prendere dal gusto di pubblicare brodaglie allungate. Un po’ come quel tale che per cena amava cucinarsi un brodo di pollo, ma senza il pollo. E per giustificare la sua insulsa minestra, diceva che in ogni caso la sua era “una cenetta dissetante…”.

Sia come sia, il primo a lasciarsi andare ai revival è stato il collega Fabrizio Federici, che su Kmetro0.it ha subito ricordato il fallito blitz degli Usa in Iran e l’annosa vicenda degli ostaggi rimasti prigionieri presso l’ambasciata americana di Teheran: un dramma che condusse Jimmy Carter, un venditore di arachidi della Georgia americana, verso la sconfitta rovinosa contro Ronald Reagan nel 1980. E vabbè: pur tra le sue lunghissime parentesi tonde, quadre e graffe, Federici la Storia per lo meno la conosce. Si pensi che di lui, una volta, ho raccolto tutti i lunghissimi incisi tra parentesi. Ed è venuto fuori un altro articolo, completamente opposto rispetto al primo. Vabbè, lasciamo perdere…

Il giorno successivo sono tornati alla ribalta gli amici filosovietici eredi di Cardulli – un collega romano recentemente scomparso – i quali hanno rimembrato le vicende dell’Armata Rossa quando si ritirò, dignitosamente e in buon ordine, dall’Afghanistan, prendendosi due anni di tempo. Poi è venuto il momento dei destrorsi, che si son messi a ricostruire con orrore la ritirata americana da Saigon del 1975, facendo anche loro notare che, dopo gli accordi di Parigi del 1973, i Vietcong dovettero combattere per altri due anni, prima di riuscire a riunificare il proprio Paese. E che solamente dopo altri due, invasero la vicina Cambogia. Così, tanto per non annoiarsi: se hai passato 10 anni vestito, pagato ed equipaggiato dalla testa ai piedi, non puoi certo tornare a vendere pompe idrauliche porta a porta.

Infine, è arrivata la ciliegina sulla torta dell’ex comandante delle forze americane in Afghanistan, generale Petraeus, che ha rievocato addirittura l’esodo franco-britannico di Dunkerque del 1940. E’ stato, insomma, un ritrovarsi tutti assieme per ricordare le umilianti sconfitte di una volta. “Quelli bravi in politica estera siamo noi”, mi ha detto un collega al telefono, quasi a lasciarmi intendere che stavamo partecipando a una sorta di festa a tema, come quelle che ogni tanto capitano nelle discoteche più nostalgiche in cui rispunta persino la tipa con cui hai avuto un storia nel 44 a. C., con Giulio Cesare ancora fresco di accoltellamento e Matteo Renzi ben al di là dal nascere. L’agguato a Giulio Cesare è una delle poche cose che non possiamo imputare al leader di Italia Viva. Come le guerre puniche ad Andreotti.

Ribadisco per l’ennesima volta: io non amo scrivere di politica estera. Me la fanno fare per forza, giuro. Eppure, tutti adorano i miei servizi in merito a questa roba qui. Persino i colleghi della destra più estrema: non potete capire che palle… Ho persino un amico, oggi schieratissimo con Giorgia Meloni, che sulla mia chat di Facebook mi ha scritto: “Le tue spiegazioni di politica estera sono illuminanti: roba da mandare a memoria”.  Mentre io, invece, adoro l’economico. Perché, vivaddìo? Non è dato sapere…

Dai tempi di Paese Sera qui da noi, ben poco è cambiato: sempre quelli siamo. E siamo pure invecchiati: inutile girarci intorno. “Finché dura fa verdura…”, mi ha detto un No vax su Facebook. Va da sé, che quest’illusione di un mondo immobile sia il segnale evidente di un conservatorismo naftalinico, nel più gattopardesco dei Paesi occidentali. E comunque, si sappia che la più brava di tutte, in politica estera, è ancora oggi la Maria Giovanna Maglie: aveva ragione lei, in merito a tante cose. Non posso dire quali, ma si sappia che così è. Se vi pare…

 

(27 agosto 2021)

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