di Fabio Galli

Se inizi a portare continuamente nel dibattito idee che fino a ieri sarebbero state considerate fuori scala, a un certo punto smettono perfino di sembrare così assurde. Se ne parla, si discutono, vengono commentate, contestate, difese, trasformate in titoli, in dichiarazioni politiche, in argomenti da talk show, in domande da sottoporre ai sondaggi e, soprattutto, entrano nel linguaggio comune, che è il luogo nel quale una cosa comincia davvero a cambiare natura, perché ciò che prima sembrava impensabile diventa prima dicibile, poi discutibile, poi eventualmente accettabile e infine, quando il processo è abbastanza avanzato, perfino normale. Non è un processo che avviene per salti bruschi, per irruzioni improvvise, perché un’idea apertamente e immediatamente irricevibile produrrebbe ancora una reazione di rigetto: è uno slittamento progressivo, in cui ogni singolo passaggio, preso da solo, sembra troppo piccolo per allarmare chiunque, e proprio in questa apparente innocuità di ogni singolo passo sta la sua efficacia.
Non ci si sveglia una mattina scoprendo che ciò che ieri era impensabile oggi è diventato possibile: ci si arriva quasi senza accorgersene, dopo aver attraversato una quantità di passaggi intermedi che, considerati uno per uno, sembravano perfettamente sopportabili.
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La finestra di Overton funziona così. La questione non è dunque soltanto ciò che una forza politica riesce a ottenere nelle urne, ma ciò che riesce a modificare prima ancora che si arrivi alle urne, perché la politica elettorale interviene su un terreno che non è mai neutro e che può essere preparato per anni attraverso la ripetizione di parole, immagini, paure, semplificazioni e contrapposizioni. Una società non cambia soltanto quando cambia le proprie leggi: cambia anche quando cambia il modo in cui discute delle leggi che possiede, quando comincia a considerare discutibili diritti che sembravano acquisiti, quando trasforma in una questione controversa ciò che fino a poco tempo prima veniva considerato un dato elementare della convivenza civile. È qui che la finestra diventa particolarmente efficace, perché non obbliga nessuno ad accettare immediatamente qualcosa: si limita, almeno all’inizio, a chiedere che quella cosa venga discussa. E discutere, naturalmente, sembra sempre un gesto innocuo, quasi il contrario dell’autoritarismo, perché nella nostra idea di democrazia discutere dovrebbe essere una virtù. Ma non tutte le discussioni partono dallo stesso punto e non tutte le domande sono neutrali: introdurre continuamente nel campo delle possibilità un’idea che prima ne era esclusa significa già modificare il campo delle possibilità.
E così ci ritroviamo, in tempi diversi e con gradi diversi di resistenza collettiva, a discutere di tre cose che non sono affatto equivalenti tra loro, ma che possono essere lette come altrettanti passaggi di una stessa dinamica. Prima si insinua il dubbio che un fenomeno esista davvero: si comincia a discutere se il femminicidio sia una categoria reale o un’invenzione ideologica, se non sia semplicemente un omicidio come un altro, negando così non un diritto ma la possibilità stessa di riconoscere una specifica realtà sociale. Poi si passa a contestare ciò che sembrava acquisito: si comincia a discutere se l’aborto sia davvero un diritto o una concessione revocabile, spostando il terreno da una conquista consolidata a un privilegio sempre rinegoziabile, qualcosa che può essere rimesso continuamente in discussione a seconda dei rapporti di forza del momento. Infine si arriva alla proposta esplicita di cancellazione: le unioni civili da abrogare, non più da estendere, correggere o rendere più inclusive, ma da eliminare come se fossero state un errore della storia legislativa che ora sarebbe possibile riparare. Non sono la stessa cosa, naturalmente, e sarebbe sbagliato metterle sullo stesso piano: una riguarda il riconoscimento di una realtà, un’altra l’esistenza di un diritto, un’altra ancora una legge che può essere modificata o abrogata.
Ma proprio questa differenza rende visibile il movimento, perché mostra come la contestazione possa avanzare da un livello all’altro, passando dalla negazione della realtà alla rimessa in discussione del diritto fino alla proposta della sua cancellazione.
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Il punto più importante, però, è che nel frattempo cambia anche la posizione di chi osserva. Quando una determinata idea viene ripetuta abbastanza a lungo, non è necessariamente l’idea a diventare più convincente: può semplicemente diventare più familiare. E la familiarità ha un potere politico enorme, perché ciò che ascoltiamo continuamente finisce per perdere una parte della sua estraneità, anche quando continuiamo a non condividerlo. Dopo averlo sentito cento volte, la centounesima volta non produce più lo stesso scandalo della prima; dopo averlo visto discusso da persone diverse, non appare più necessariamente come un’ipotesi marginale; dopo che è entrato nei programmi televisivi, nelle dichiarazioni dei politici, nei commenti sui giornali e nelle conversazioni quotidiane, comincia a occupare uno spazio che prima non aveva. A quel punto qualcuno può persino dire: non significa che io sia d’accordo, significa soltanto che se ne deve poter parlare. Ed è precisamente lì che il confine ha già cominciato a muoversi.
Per questo il problema della finestra di Overton non consiste semplicemente nel convincere le persone ad accettare un’idea, ma nel modificare il perimetro entro il quale certe idee vengono considerate legittime. Una volta che il perimetro si è allargato, anche ciò che rimane fuori appare più radicale di prima e ciò che sta appena dentro può assumere l’aspetto della moderazione. È un effetto ottico oltre che politico: non è necessariamente cambiato ciò che viene detto, è cambiato il punto da cui lo ascoltiamo. Se il centro si sposta, ciò che prima appariva estremo può improvvisamente trovarsi più vicino al centro; e ciò che prima sembrava una posizione moderata può invece cominciare a essere percepito come radicale, eccessivo, ideologico. Non perché le parole abbiano cambiato significato, ma perché è cambiata la distanza che le separa dal nuovo punto di riferimento.
È anche per questo che la radicalizzazione politica contemporanea non deve essere necessariamente accompagnata da una conquista immediata del potere. Una forza può perdere un’elezione e, contemporaneamente, vincere una battaglia culturale; può non governare e tuttavia riuscire a rendere discutibili parole, diritti e principi che prima non lo erano; può non avere i numeri per approvare una legge e tuttavia contribuire a creare le condizioni culturali nelle quali, qualche anno dopo, quella stessa legge potrà essere contestata senza suscitare la medesima reazione. La politica, vista soltanto attraverso i suoi risultati elettorali, rischia così di apparire molto più semplice di quanto sia realmente: si contano i voti, si contano i seggi, si misura il consenso, si stabilisce chi ha vinto e chi ha perso, ma una parte decisiva dello scontro avviene prima e altrove, nella costruzione quotidiana di ciò che una società considera dicibile, pensabile e quindi eventualmente praticabile.
Ed è forse questo il passaggio più insidioso: non accorgersi che il terreno è cambiato mentre continuiamo a discutere soltanto di quanti voti possano prendere le forze che lo stanno modificando. Ci concentriamo sui sondaggi, sulle percentuali, sulle prossime elezioni, sulle alleanze, sui leader e sui loro destini personali, come se l’unica posta in gioco fosse chi siederà dove, quale partito avrà più seggi, quale coalizione riuscirà a formare un governo. E intanto la vera posta, quella che non si misura in seggi e che spesso non compare nemmeno nei risultati elettorali, cambia forma sotto i nostri occhi: cambia ciò che siamo disposti a considerare normale, cambia ciò che riteniamo ancora degno di indignazione, cambia perfino il significato della parola moderato, perché quando il confine si sposta abbastanza a lungo verso un’estremità, la posizione dalla quale guardiamo il mondo si sposta con esso.
Il paradosso è che tutto questo può accadere mentre continuiamo a sentirci esattamente dove eravamo. Nessuno si considera necessariamente più a destra perché ha cominciato ad ascoltare ogni giorno argomenti più a destra; nessuno percepisce automaticamente come radicale una posizione che ieri avrebbe considerato tale, se nel frattempo quella posizione è diventata parte ordinaria della conversazione pubblica. Ci si abitua al paesaggio mentre il paesaggio cambia, ed è proprio questa capacità di adattamento a rendere difficile riconoscere lo spostamento. La normalizzazione non ha bisogno del consenso entusiasta: le basta l’assuefazione, le basta che ciò che ieri avrebbe provocato una reazione immediata oggi produca soltanto un’alzata di spalle, un «non sono d’accordo, ma ormai se ne parla», un «ognuno ha diritto alla propria opinione». A quel punto il cambiamento è già avvenuto almeno in parte, perché l’idea non è più fuori dalla finestra: è entrata nella stanza.
Perché una cosa è il risultato elettorale. Un’altra è cambiare ciò che, prima ancora di essere votato, una società considera possibile pensare. E forse la domanda che dovremmo porci non è soltanto chi vincerà le prossime elezioni, ma quali idee, tra quelle che oggi ci sembrano ancora inaccettabili, stiamo contribuendo a rendere normali semplicemente continuando a discuterne come se il solo fatto di discuterle non fosse già una trasformazione del campo politico. La democrazia ha bisogno di discussione, certo, ma ha anche bisogno di sapere che cosa sta discutendo, da quale punto parte e soprattutto verso quale punto si sta spostando. Perché una società può cambiare idea, ma può anche cambiare lentamente il luogo dal quale giudica le proprie idee, e quando se ne accorge può essere già diventato difficile ricordare dove si trovava prima.
(18 settembre 2026)
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