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Il neo-liberismo “selvaggio” non è la soluzione per ripartire #Giustappunto di Vittorio Lussana

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di Vittorio Lussana, #Giustappunto

Chiunque si avvicini alle teorie di Keynes e si ritrovi in un periodo come quello attuale, in cui è necessario che l’intero ‘sistema-Paese’ effettui forti investimenti in una chiave di ‘ripartenza’ complessiva dell’economia, non può non rendersi conto del carattere rivoluzionario di questo grande economista, della sua visione d’insieme, dellʹapproccio metodologico a essa collegato e della sostanziale inesistenza, in un sistema di mercato autoregolato, di meccanismi capaci di garantirne la tendenza verso la piena occupazione. In estrema sintesi: uno dei problemi basilari dell’economia politica successiva al crollo delle ideologie è stato quello di aver creduto nella vittoria delle teorie monetariste o ‘neo-classiche’, le quali si fanno portatrici di un liberismo sfrenato, in cui i mercati si regolano da soli attraverso una sorta di ‘mano invisibile’.

Questo è uno dei rari presupposti sui quali sono d’accordo con chi parla di ‘delirio neo-liberista’ successivo al crollo del Muro di Berlino del 1989, come per esempio il giovane filosofo Diego Fusaro. Attribuire al sistema capitalistico la capacità di tendere autonomamente, cioè in assenza di intervento pubblico, a configurazioni ottimali o comunque migliori rispetto a quelle derivabili da un coinvolgimento discrezionale dello Stato nella sfera economica, ha rappresentato e rappresenta un grave abbaglio: ci siamo tutti, chi più chi meno, abbandonati a una visione ‘selvaggia’ dell’economia, in cui il più forte vince sempre, imponendo i suoi prezzi come se fossimo in una grande ‘asta’ e vi fosse un banditore che attribuisce ogni acquisto a chi ha offerto il prezzo più alto. Si tratta di una concezione ancor più obsoleta di quella del monopolio di Stato comunista. In buon sostanza, Adam Smith ha sempre proposto una visione dell’economia ‘incompleta’.

Proponendo una dimostrazione facilmente comprensibile, proviamo a fare l’esempio del proprietario di una squadra di calcio qualsiasi, che spende molto danaro per acquistare i migliori giocatori sul mercato: alla fine degli investimenti, se il suo allenatore non trova un’identità di squadra collettiva, o quanto meno di gruppo, non vincerà mai nulla. O meglio: otterrà la vittoria di molti incontri contro le altre squadre, ma non riuscirà mai a raggiungere un obiettivo concreto, di lunga lena, come un campionato nazionale o una grande competizione internazionale. Le vittorie di prestigio non arrivano, infatti, calcolando l’utilità individuale che si somma insieme a tutte le altre; le migliori affermazioni si ottengono, al contrario, se ogni singolo calciatore cerca di fare il meglio che sa fare per sé e, al contempo, per l’intera squadra che gli ruota attorno.

Ci sono numerosi esempi di questo concetto ‘keynesiano’: la Roma di Falcao riuscì a vincere il campionato italiano del 1983 nell’anno in cui il suo centravanti, Roberto Pruzzo, segnò meno reti del solito. Questo è un esempio ‘positivo’ di come, in quella stagione, il bomber di Crocefieschi favorì soprattutto gli inserimenti dei centrocampisti della Roma (Agostino Di Bartolomei, Carlo Ancelotti, lo stesso Paulo Roberto Falcao), che infatti siglarono più reti del solito. Altro esempio ‘positivo’: la vittoria dell’Italia ai campionati del mondo in Spagna del 1982, grazie a una squadra che si basava sulla ‘filosofia del gruppo’ di Enzo Bearzot, in cui ogni singolo giocatore aveva un proprio compito preciso da svolgere in campo.

Sempre restando nel mondo del calcio, esistono, inoltre, numerosi altri esempi in negativo di tale concezione ‘gruppuscolare’: presidenti di squadre calcistiche che, nel corso del loro ciclo, hanno speso tantissimo facendo molti acquisti, anche prestigiosi, senza mai riuscire a vincere nulla. A cominciare dalla Roma di James Pallotta, sino ad arrivare al Napoli degli anni ’70, con Dino Zoff in porta e Josè Altafini centravanti: un intero decennio di acquisti e cessioni sul mercato senza mai riuscire a ottenere alcuna vittoria concreta, almeno fino all’arrivo di Diego Armando Maradona.

Tornando all’economia politica, il ruolo di stimolo che viene attribuito allo Stato da Keynes ai temi del ciclo economico e dei vari freni che impediscono la crescita o l’inizio di un ciclo espansivo non si basa sul maggior numero di variabili e interconnessioni per invitare alla spesa di consumo o a quella per gli investimenti, bensì individua legami certi e sistematici, valorizzando i caratteri fondamentali di un ‘sistema-Paese’ nella sua globalità. Ma il ‘nocciolo’ della teoria ‘keynesiana’ non è il principio del moltiplicatore degli investimenti, né il consumismo massimizzato. E nemmeno l’utilizzo della leva fiscale per fornire servizi e riequilibrare la curva di domanda. Il vero ‘nesso’ individuato da Keynes fu il ribaltamento del rapporto tra risparmio e investimento. Secondo questo economista, infatti, non è il risparmio a generare gli investimenti, bensì l’esatto contrario: è l’investimento a generare nuovo risparmio e forme di reddito alternative, attraendo nuovi capitali nonché ‘elasticizzando’ sia la curva della domanda aggregata, sia l’offerta di beni e servizi.

Come lo stesso Keynes precisò magnificamente nella sua ‘Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta’, opera pubblicata nel 1936 e finalizzata a interpretare profondamente la grave crisi economica in cui era ‘piombato’ il capitalismo ‘monetarista’ e ‘neo-classico’ dopo il crollo di Wall Street del 1929, la moneta è solo uno strumento da investire nell’economia reale, generando nuova crescita riattivando, altresì, il ciclo produttivo liberando i consumi. Far partire ogni ragionamento dalla domanda, imponendo ai mercati prodotti di consumo senza assicurare alla domanda stessa di essere sostenuta da una politica dei redditi e da meccanismi di redistribuzione della ricchezza, significava porre un’arma da fuoco nelle mani delle idolatrìe stataliste. Ovvero, l’esatto contrario di quanto pensano, ancora oggi, gli economisti di scuola ‘neo-liberista’, i quali accusano il modello ‘keynesiano’ di teorizzare una sorta di “socialismo temperato”.

In realtà, la vera chiave di lettura della teoria di Keynes è il tentativo di far muovere sul quadrante economico tutti i soggetti in campo – compreso lo Stato – affidando a ognuno di loro un compito ben preciso da svolgere. Come una bella squadra di calcio con i suoi ‘meccanismi di gruppo’ ben oliati ed ‘elasticizzati’; come teorizzato dal modello sociologico ‘weberiano’; come quando si invitano gli editori a fare gli editori, anziché farlo fare agli altri o, addirittura, chiedendo fondi e sovvenzioni allo Stato. Se si è un ‘cattivo manager’, quando i soldi ottenuti a sostegno della propria impresa finiscono, bisogna chiudere. Ed è questo il vero errore di aziende e imprenditori.

Insomma, quando compriamo un’autovettura per muoverci meglio ed essere più efficienti, l’acquisto effettuato rappresenta un investimento a medio termine, che ci consente, per un determinato ciclo temporale, migliori risultati, i quali non soltanto di ‘ammortizzano’ la spesa iniziale, bensì possono metterci nelle condizioni potenziali di acquistare altre vetture, al fine di garantirci un ‘ricambio’ nel giorno in cui dovremo ‘disfarci’ o rivendere l’automobile acquisita con il primo investimento. L’automobile non è un semplice ‘status symbol’, né un bene di lusso da mostrare ad amici e conoscenti, bensì uno strumento che consente di muoverci più velocemente e di ridurre le nostre tempistiche di spostamento. Meno ‘fuffa’ e più sostanza: dev’esser questa la filosofia di base del nuovo capitalismo ‘post Covid’. Basta con le false apparenze o proiezioni di immagine ingannevoli. E spazio, invece, al merito e alle capacità specifiche sia dell’imprenditore, sia del lavoratore. Realizzando, per dirla in termini ‘socialdemocratici’, una nuova strutturazione di società basata sulla solidarietà tra le classi, anziché su una perenne conflittualità, che genera solamente guerre tra poveri.

 

(5 marzo 2021)

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