di G.G. #GiovanniFalcone twitter@gaiaitaliacom #23maggio
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Lavoravo per una importante emittente radiofonica del tempo, che è ora parte di un importante network, e subito dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e della loro scorta, fatti saltare in aria con una tonnellata di tritolo a Capaci tutte le radio d’Italia, se non ricordo male, decisero di suonare, alle 12, il brano di Franco Battiato Povera Patria, uscito ito circa un anno prima. Un terribile atto d’accusa verso la classe dirigente di questi paese di ciechi e sordi che vota falsi opportunisti.
La collega con la quale lavoravo, al momento della lettura delle ragioni che avevano spinto tutte le radio d’Italia, o forse erano un gruppo di radio sparse per l’Italia ad avere deciso di farlo, ora non ricordo con certezza, scoppiò in lacrime incapace di trattenere la commozione, la rabbia, che sono certo fosse quella di milioni e milioni di Italiani. Che sono ancora lì che provano rabbia e si commuovono. Ma dura poco.
Dopo Falcone ci fu Borsellino, e poi gli attentati a Maurizio Costanzo e quindi si inaugurarono le minacce di morte e le proliferazione delle scorte; la persecuzione dei giusti si fece più raffinata. Scrittori e giornalisti sotto scorta. Il malaffare che prolifera. Le solite chiacchiere. Una classe politica senza progetto alcuno.
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“La mafia si è sempre nutrita di complicità e di paura” ha detto oggi il presidente Mattarella ad un’Italia pronta ad indignarsi per un giorno per, il giorno successivo pronta ad indignarsi per qualcos’altro, in un’indignazione di facciata che serve alle pance, ma non al paese nel quale domina l’egoismo, domina il disinteresse, domina l’opportunismo, domina la superficialità, domina – ahinoi, l’ignoranza più becera in un paese ogni giorno più spaventoso, perso in un universo virtuale che lo stacca sempre più dalla realtà convinti come sono, questi Italiani, che la vera realtà sia quella che sta dentro un computer che, una volta spento, non risponde nemmeno più ai comandi.
Povera Patria oggi più di allora, perché ventotto anni sono passati per niente.
(23 maggio 2020)
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