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Le epidemie tra le questioni ambientali e il rapporto con l’artificiale

 

di Vanni Sgaravatti #gaiambiente twitter@gaiaitaliacom #Ambiente

 

Ci sono due visioni. Una si potrebbe dire “ottimistica” che ci porta ad immaginare che, passata l’emergenza, le priorità diventeranno il supporto, con incentivi e rimborsi, delle attività commerciali e produttive. Così come erano prima, uno stimolo allo sviluppo stile mitico boom economico. In questa visione “ottimista” non è prioritario orientare lo sviluppo delle attività economiche verso una maggiore compatibilità ambientale. Prima ci deve essere lo sviluppo, altrimenti cosa riorienti. Dicono gli “ottimsti”.

Una seconda visione, che qualcuno potrebbe giudicare più pessimista è quella che ci fa pensare che dovremmo rivedere completamente il nostro modello di sviluppo e le finalità e i valori che lo orientano. In questa seconda visione, la questione della sostenibilità non è più o meno importante: è LA questione. Pensate che la questione sanitaria che viviamo porti il problema del cambiamento climatico ad un livello da serie B? Allora il miliardo di morti di fame, di nuovi immigrati, di riduzione della produttività agricola, di maggiore povertà, di aumento delle guerre per l’acqua, veicolo di terrorismo e nuove infezioni nei prossimi 20 anni era tutta una favola dei catastrofisti? Noi sembra non impariamo nessuna lezione. Ho ripreso un libro del 2015, dal titolo “la grande fuga, salute, ricchezza e origine della disuguaglianza” di Angus Deaton in cui nel 2015 scriveva: “ma voi sinceramente pensate che nell’arco della vostra vita non vedrete una pandemia?” Non è passata una vita, ma 5 anni. Però questo virus a costi tragici, non così tragici come quelli dei nostri progenitori, ci dà un segnale per cambiare. Ma qualcuno continua imperterrito a sperare che ritorni tutto come era prima e misura le priorità rispetto a questo obiettivo.

Nella programmazione culturale strategica di un Comune, avevo individuato nella sostenibilità ambientale e nel rapporto tra umano e artificiale, due temi culturali fondamentali da approfondire, cercando di contestualizzare iniziative e risposte nel contesto di una comunità locale anche se interconnessa con il mondo. La situazione di emergenza attuale mi offre qualche spunto per rispondere a questa domanda, prima a me stesso che ad altri.

Il cambiamento climatico porta alla desertificazione, alla carenza di acqua, alle migrazioni e porterà da qui al 2030, 2 miliardi di persona ammassate in grandi centri urbani con enormi livelli di povertà. Malattie infettive si potranno sviluppare e la densità oltre che i collegamenti con il resto del mondo renderà sempre di più difficile il contenimento.

La medicina avanzerà anche attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, che permetterà di analizzare i cosiddetti big data e così migliorare la capacità predittiva sullo sviluppo di un’epidemia. Si potrà arrivare nelle case degli individui (non quelli poveri) con cure personalizzate e triage fatti a distanza da algoritmi. Attraverso patterns e confronti genetici individueremmo preventivamente i focolai di epidemie, mentre sempre più gli interventi genetici permetteranno di curare le persone, magari in sostituzione degli antibiotici sempre meno efficaci (l’ultimo antibiotico scoperto è datato 1987, da allora le case farmaceutiche non hanno ritenuto più conveniente ricercarne altri).

Come cambierà la nostra vita, quali scelte etiche di fondo, quali comportamenti specifici ne saranno influenzati?

In altri paesi, l’innovazione e il cambiamento hanno già portato a situazioni nuove nelle concrete regole di convivenza dei paesi occidentali. Alcune domande, a diversi livelli di importanza.

Un ospedale deve comunicare i risultati dei test genetici di un paziente ai suoi famigliari che ne potrebbero essere coinvolti, a dispetto della privacy? I contratti di assicurazione della vita sembravano essere condizionati alla inesistenza di una specifica e nota mutazione genetica. È stato necessario promuovere una norma statale per correggere questo orientamento. Come possiamo orientare preventivamente questi cambiamenti di norme?

Sono talmente tanti i problemi etici e bioetici: fino dove dobbiamo spingerci nella promozione dell’innovazione tecnologica e fin dove possiamo opporci ad una invasione degli algoritmi che sembrano disumanizzare i rapporti e soprattutto marginalizzare l’umano e il suo libero arbitrio?

Possiamo affidarci all’intelligenza artificiale per prevenire schizofrenie, malattie immunitarie. Forse sì. Ma possiamo affidarci anche alle macchine per correggere problemi di dipendenza, obesità, gioco, alcool con azioni di prevenzione. Negli Usa ci sono case in cui non si accende la macchina del caffè se la “macchina” non ha registrato che hai fatto i 20 minuti programmati di moto. Come il “volli, fortissimamente volli” di Vittorio Alfieri ha momentaneamente delegato la propria volontà agli artifici fatti di corda e sedia a cui legarsi e, ovviamente, come Ulisse con le sirene.

E nel rapporto medico paziente: lasciamo a piedi qualcuno pur di avere un rapporto one-to-one con un medico in carne ed ossa oppure entriamo con gli algoritmi nelle case di tutti?

Se alla base delle nostre scelte ci affidiamo alle stime probabilistiche, che peso dovremmo dare alle migliaia di morti per inquinamento nelle nostre decisioni sociali, individuali o politiche che siano?

Non si finirebbe più questo elenco di questioni, alcune drammatiche fin da subito, altre meno, ma comunque che orientano i nostri futuri usi e consumi.

In questo contesto, non sono per nulla marginali rispetto ai nostri impegni e riflessioni quotidiane, le discussioni su temi bioetici che abbiamo proposto tra le attività culturali promosse dall’Ente Locale, magari condotte con il metodo del dialogo socratico, che ricordo stimola il confronto vero, quello in cui si ascolta il parere dell’altro per riflettere e non quello in cui si cerca di dimostrare la propria tesi.

 

(17 marzo 2020)

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