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“Giustappunto!” di Vittorio Lussana: Il Congresso mondiale della famiglia coatta

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di Vittorio Lussana #Giusappunto twitter@gaiaitaliacom #rubriche

 

 

Il Congresso mondiale della famiglia, che si è aperto in questi giorni a Verona, ha messo insieme molte cose. Esso ha finito col riunire tendenze diverse, alterando l’immagine di una 3 giorni che poteva, invece, rappresentare laicamente la posizione di chi ha avuto la fortuna di nascere, crescere e vivere all’interno di una struttura familiare solida, equilibrata, perfetta. Questi ultimi, infatti, avrebbero pieno diritto di difendere la famiglia cosiddetta ‘tradizionale’, affinché essa non corra il pericolo opposto: quello di essere considerata un ‘ferrovecchio’ di cui le giovani generazioni potrebbero o dovrebbero disfarsi. Ma anche nel caso veronese, un sano nucleo conservatore è risultato mescolato assieme a tendenze estremistiche, irriducibili, di retroguardia. La cultura sociale si evolve, lentamente ma inesorabilmente. Pertanto, anche la famiglia deve cominciare a fare i conti con le questioni poste dalla società e dai mutamenti che in essa intervengono. Era questo il modo migliore per contemperare la difesa del nucleo famigliare ‘classico’, ponendosi in una posizione di attenzione e di dialogo con i nuovi attori e le nuove realtà che si sono via via instaurate. In buona sostanza, anche chi è favorevole alla famiglia classica dovrebbe darsi una ‘linea’. Come faceva, per esempio, il segretario nazionale del Pci, Enrico Berlinguer, il quale era consapevole di rappresentare una forza politica che possedeva, al proprio interno, anche tendenze filo-sovietiche, estremistiche, rivoluzionarie. Tuttavia, egli sappe sempre proporre alla propria ‘base’ di militanza un’accettazione e un adeguamento non solo formale alle procedure della democrazia parlamentare. Al contrario, un Congresso mondiale delle famiglie proposto in una chiave meramente provocatoria, che tende cioè a recuperare alcuni schematismi ideologici ormai ampiamente secolarizzati, rischia di ridicolizzare la famiglia stessa, ‘arroccandola’ sul fronte della reazione. Una rappresentazione stucchevole, insomma. E persino un po’ ‘kitsch’. Come quando si reclama la libertà di vestirsi come si vuole senza rendersi conto di proporre accostamenti tra colori eccessivi e sgargianti, in grado unicamente di palesare un provincialismo eversivo, anziché tradizionale. Molto più simpatiche, a questo punto, le suore tossicodipendenti de ‘Il discreto fascino del peccato’ di Pedro Almodovar. A Roma, certe persone vengono scherzosamente indicate con il termine ‘coatto’, in quanto soggetti tendenti a palesare, in forme esagerate, alcuni atteggiamenti. Per esempio, vestendosi troppo elegantemente rispetto a un’occasione d’incontro ‘casual’, oppure parlando a voce alta per farsi notare. La definizione non discende da un ‘dialettismo’ goliardico, bensì da un’operazione di ‘mutualismo linguistico’ scientificamente corretto: chi proviene dalla periferia o dalla provincia, quando si reca in città soffre di una serie di complessi d’inferiorità, che lo conducono a competere con i residenti del centro storico. In buona sostanza, ci si sente ‘obbligati’ a stupire, al fine di dar prova di anticonformismo. Soprattutto, quando si propongono le più conformistiche e integrate delle visioni. Perché in provincia, il pensiero degli altri ha un’importanza enorme, sia in senso attivo – obbligando cioè gli stanziali a rispettare rituali, feste patronali e consuetudini locali – sia in senso passivo, cioè limitando e reprimendo i comportamenti. Per una ragazza di un piccolo comune, ancora oggi non è bello uscire tutte le sere, poiché si finisce col rafforzare o col giustificare una ‘reputazione’ di scarsa serietà e morigeratezza. Si tratta di un esempio classico – questo è anche vero – attraverso il quale vengono spiegati, sociologicamente e antropologicamente, alcuni atteggiamenti, che derivano da forme di repressione dell’identità individuale. Viceversa, “l’aria della città rende liberi”, come disse una volta qualcuno, poiché il giudizio della comunità, nei centri più popolosi, conta assai meno. In alcune metropoli, praticamente nulla. Inclusa Roma, per la sua quotidiana esposizione al cosmopolitismo turistico e per la sua storia di millenario confronto con culture molto distanti dalla propria. Le grandi città hanno indubbiamente enormi problemi e notevoli disorganizzazioni. Ma in esse, la libertà individuale si estrinseca assai più reciprocamente tra le singole persone. In ogni caso, anche nelle grandi città, le famiglie esistono. Solo che risultano diversificate, altre volte allargate, altre volte ancora rivoluzionate, sotto il profilo dei costumi. Esse non sono affatto in pericolo, nella loro funzione di ‘pietra angolare’ della società, bensì stanno semplicemente evolvendo, si stanno modificando. Per certi versi, si stanno persino rafforzando. Sono le ideologie ‘statiche’, quelle avviate al declino: le visioni fisse, fotografiche, apologetiche. E’ corretto difendere la famiglia ‘tradizionale’. Al contrario, nutrire nostaglia per i vecchi ‘schematismi’ risulta un qualcosa di stucchevole, che balza agli occhi come un qualcosa di ottuso, derivante da un’identità chiusa in se stessa. Come se, in campo medico, per effettuare un prelievo di sangue si utilizzassero, ancora oggi, le sanguisughe: non si tratta affatto di una procedura innovativa, ma di un repentino rovesciamento all’indietro. Insomma, la sostanza della questione non cambia: siamo di fronte a dei processi di regressione, di vero e proprio arretramento culturale, che tendono a rappresentare un immobilismo che divide le persone in assai vaghe e gigantesche categorie: quelle ‘perbene’ e quelle ‘permale’. E tutto ciò che vi è nel mezzo – che potremmo definire ‘non bene’ – finisce anch’esso con l’essere respinto, discriminato, irriducibilmente rifiutato. Senza comprendere che, quel che conta veramente non è il credere o il non credere nella famiglia, ma poter contare sull’aiuto, la comprensione e la solidarietà di tutte le persone armate di buona volontà.

 





 

 

 

(29 marzo 2019)

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